Nella Los Angeles della seconda metà del 1800 circa il 30% della popolazione era composta da abitanti cinesi, raggruppati in una vera Chinatown che si snodava lungo Calle de los Negros. Mescolati a lavanderie, empori e piccole attività commerciali, vivevano a stretto contatto con i Messicani: entrambi i gruppi rappresentavano gli immigrati indesiderati della città.

Calle de los Negros.


Gli annali dell’epoca descrivevano la zona come un lungo stradone sterrato sul quale si affacciavano bordelli, sale da gioco, empori e abitazioni residenziali di fango e paglia.
La popolazione era prevalentemente maschile, date le Leggi Americane che limitavano l’immigrazione di donne cinesi, tuttavia la Mafia Cinese riuscì a far sbarcare alcune donne, quasi sempre con l’aiuto corrotto delle autorità locali.

Chinatown nella Los Angeles del 1870.

Attraverso unioni legittime e illegittime la popolazione cinese in Calle de los Negros crebbe di circa duecento volte in soli dieci anni, generando un clima di malumore crescente con la popolazione bianca, afflitta dalla recessione post bellica e consapevole di non poter reggere la concorrenza dei prezzi bassi e degli estenuanti orari di lavoro dei commercianti cinesi, che inoltre diffondevano uno stile di vita vizioso e contro la morale occidentale.

L’apice che incrinò il già precario equilibrio nella città si raggiunse il 24 ottobre 1871, in cui si verificò una tragica carneficina di gran parte della popolazione cinese.

Le fonti ufficiali al momento delle indagini addussero come causa del linciaggio l’assassinio di uno sceriffo di zona, Robert Thompson, durante un conflitto a fuoco con la mafia cinese. L’omicidio provocò l’ira della folla al punto da torturare, mutilare e infine impiccare circa venti abitanti cinesi.

Il processo che si tenne fu ancora più ingiusto: vennero indicati come colpevoli del massacro solo otto persone, inizialmente accusate di omicidio colposo e infine completamente assolte, nonostante numerosi testimoni avessero descritto almeno un altro centinaio di persone coinvolte nella strage ed altri trenta identificati che si sedevano al bar esultati affermando:

Sono felice! Stanotte ho ucciso un Cinese!

L’infelice epilogo dell’evento può essere visto solo come l’esito di altri numerosi precedenti che contribuirono ad alimentare le tensioni e l’odio tra statunitensi e Cinesi.

Alcuni abitanti di Chinatown intenti a fumare oppio.

L’antefatto principale è ravvisabile nel conflitto tra i due principali clan della mafia cinese.
Il boss Yo Hing qualche giorno prima infatti organizzò il rapimento di una delle pochissime donne sposate di Chinatown del clan di San Yuen, una certa Yut Ho, con lo scopo di minare il potere locale dell’avversario e di ricavare un’ingente somma di denaro dalla vendita della donna.

Yo Hing riuscì facilmente nell’impresa grazie agli stretti e danarosi rapporti con le amministrazioni locali, in primis Sceriffi e Tutori dell’Ordine, che non solo chiudevano un occhio sui misfatti, ma percepivano su di essi una cospicua percentuale.

Il boss Sam Yuen trovò il gesto oltraggioso, e grazie ad alcuni funzionari statunitensi riuscì a far sbarcare a San Francisco una banda di guerrieri Tong armati, provenienti direttamente dalla Cina.

Il Clan di Sam Yuen.

Nella notte del 23 ottobre il drappello di sicari guidati da Ah Choy, fratello della donna rapita, aprì un conflitto a fuoco contro Yo Hing, che tuttavia rimase illeso, mentre Choy ferito a morte venne lasciato agonizzante in uno dei vicoli di Chinatown. Essendo chiaro chi fosse il mandante e forte degli appoggi della polizia locale, Yo Hing denunciò Yuen con l’accusa di omicidio, facendolo subito imprigionare.

Venne fissata una cauzione di duemila dollari, una somma enorme per l’epoca e soprattutto per un Cinese, con l’intento di incarcerarlo per il tempo necessario a corrompere giudici e avvocati, farlo condannare a morte e appropriarsi finalmente del controllo del suo territorio.

Inaspettatamente Yuen pagò l’ingente somma, svelando il possesso di un enorme tesoro personale; quando lo scortarono a casa dopo il rilascio infatti, la polizia scoprì che il denaro era nascosto nel tronco di un albero: una ricchezza enorme frutto di traffici clandestini, che divenne il nuovo obiettivo di uno degli agenti lì presenti, Jesus Bilderrain.

Il poliziotto era noto per essere avido, ladro e profondamente razzista; numerose denunce infatti gravavano contro di lui per reati di furto, soprattutto di galli da combattimento. Era un giocatore d’azzardo incallito e, insieme a suo fratello Ygnacio, aveva controllato e organizzato per anni il blocco delle elezioni contro la Comunità Latina di Los Angeles per conto del partito Democratico, impedendo così alla minoranza etnica di votare.

Fu proprio Jesus il teste d’eccellenza per i Giudici e per la Stampa nell’inchiesta sul massacro, e le sue parole furono valutate preziosissime, insignendolo come eroe locale.

Locandina del massacro cinese risalente al 1885. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wclipart

Bilderrain raccontò che la sera del 24 ottobre si era recato in Calle de los Negros con altri colleghi dopo aver udito alcuni spari in lontananza, omettendo la loro presenza nella zona che aveva come vero intento il rubare il tesoro di Yuen; entrato in un vicolo da cui provenivano dei rumori fu ferito alla spalla da un colpo, chiamando in aiuto l’agente Thompson, che rimase ucciso da colpi sparati dallo stesso Yuen, che venne visto ripararsi all’interno di un edificio.

L’omicidio a sangue freddo di Thompson, sceriffo amato e stimato dalla comunità statunitense, sembra abbia poi aizzato la folla, che in poco tempo prese d’assalto la zona con asce e pistole, arrivando infine al massacro, impiccando e mutilando, dando vita ad uno dei più grandi linciaggi di massa nella storia americana, insieme a quello degli italiani di New Orleans di qualche anno dopo.

Benché atroce, l’intero episodio fu liquidato come una pazzia generale generata da un clima di malumore contro i Cinesi, che affamavano e sprofondavano nel vizio la città, ricavandone ricchezza e benessere. Venne inoltre richiamata la leggenda che i Cinesi raccoglievano tali somme per conto di un Mandarino che aveva la velleità di diventare Governatore della California: una menzogna che risaliva ai tempi della febbre dell’oro avvalorata però da alcuni giornali dell’epoca e usata per stilare le Leggi Razziali in base alle quali:

Nessun Cinese poteva testimoniare in processo contro un bianco

Non c’è dubbio che poteri politici influenti determinarono l’archiviazione del processo, e furono gli stessi che in seguito si servirono del ricordo del massacro per imporre il Chinese Exclusion Act del 1882, che escludeva tutti i Cinesi dallo sbarco in America.

Locandina sinofoba in occasione del Chinese Exclusion Act. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

La verità dei fatti, gli atti processuali e tutta la documentazione su un processo farsa, che mostrò l’anima nera di un’intera città, vennero fuori solo grazie al certosino lavoro dello storico John Johnson Jr., che 140 anni dopo il massacro riuscì ad avere accesso alla famosa biblioteca Huntington, istituto culturale fondato dall’imprenditore Henry E. Huntington a San Marino in California.

I dati mostrano inequivocabilmente che Politica, Istituzioni e Interessi Privati erano alla radice non solo del massacro, ma della crisi economica e del clima di disperazione generale che aveva sprofondato la California e soprattutto la città di Los Angeles nel caos più totale.

Martina Manduca
Martina Manduca

Vivo a Venezia e ho studiato Archeologia medievale tra l’Università di Padova e l’Università di Cordoba in Spagna. Sono appassionata di arte, letteratura e cucina e mi piace scoprire un aspetto nuovo di ognuna di esse viaggiando per il mondo.