Lo sporco affare del Linciaggio della comunità Cinese a Los Angeles nel 1871

Nella seconda metà dell’800 Los Angeles è tutto fuorché una “Città degli Angeli”: è un luogo di frontiera violento, dove convivono bianchi, latinos e meticci, che mal tollerano la crescente presenza di un nuovo gruppo etnico, i cinesi. All’epoca, Los Angeles conta poco meno di seimila abitanti, e in realtà la comunità cinese è una minoranza di poco conto con i suoi duecento residenti, quasi tutti uomini, tutti concentrati in una modesta Chinatown, una sorta di baraccopoli che si snoda su una strada sterrata, Calle de Los Negros, fino a qualche anno prima un più dignitoso quartiere abitato prevalentemente da persone di etnie diverse, ma comunque dalla pelle scura (da lì il nome).

All’epoca dei fatti Calle de Los Negros è un luogo affollato, notte e giorno, da gente di molte razze che passa da un saloon a un bordello, da una bisca a una sala da ballo. La comunità cinese, composta per l’80% da uomini, è divisa in diverse bande in guerra fra loro anche per il possesso delle poche donne presenti, arrivate spesso in barba alle leggi che ne limitano l’immigrazione, e usate quasi sempre come schiave sessuali.

In realtà, Calle de Los Negros non è solo un luogo affollato: da circa un ventennio è anche la zona più pericolosa di Los Angeles, dove si consumano un’infinità di crimini: la maggior parte dei 44 omicidi avvenuti in città durante gli ultimi 15 mesi, sono stati perpetrati proprio in quella strada, che non a caso è il rifugio di molti assassini.

Eppure, quello che succederà, il tragico evento noto come “massacro cinese del 1871”, non è il risultato di una follia collettiva dovuta a un violento fattore scatenante, ma il frutto di una strategia orchestrata da cittadini in vista, uomini potenti in grado poi di manovrare la macchina della giustizia, che mai sarà fatta.

Jesus Bilderrain, uno dei sei ufficiali di polizia che devono mantenere l’ordine in una città per nulla tranquilla e in continua espansione, quella sera del 24 ottobre si sta svagando in uno dei saloon della zona, quando sente degli spari. Subito salta a cavallo e si dirige a colpo sicuro verso Calle de Los Negros, tanto è sicuro che l’origine del problema sia in quel vicolo malfamato, dove infatti trova un uomo, un certo Ah Choy, ferito al collo con un colpo di arma da fuoco. Il poliziotto coraggiosamente insegue un gruppo di cinesi che stanno scappando, fin dentro il Coronel Building, uno scalcinato edificio fitto di negozi e piccoli appartamenti, dove vivono anche i membri di una gang cinese. Bilderrain racconta (ma poi cambierà versione varie volte) di essere stato ferito a una spalla da una fucilata, e per di più di aver perso la sua pistola. Non gli resta altro da fare che chiedere aiuto, suonando il suo fischietto. Lo sente un certo Robert Thompson, che non è un poliziotto ma non si tira indietro, perché in quella terra di frontiera che è Los Angeles, i bravi cittadini si occupano anche di ordine pubblico, come dimostra il linciaggio di 35 persone, nel corso dei precedenti vent’anni, per mano dei “comitati di vigilanza”.

Thompson, malgrado sappia che i cinesi sono armati (lo avvisa un poliziotto appena sopraggiunto, che lui rassicura dicendo “Me ne occupo io”), audacemente apre uno spiraglio della porta dietro la quale si nascondono gli uomini che hanno colpito il poliziotto, e spara all’impazzata, nella stanza buia. Poi apre l’uscio e si prende una pallottola in pieno petto. Fa appena in tempo a mormorare “mi hanno ucciso” e poi muore.

In un momento, come dal nulla, si raduna una folla di circa 500 persone (un decimo degli abitanti di Los Angeles) che vuole vendicare Thompson: inizia la caccia ai cinesi nascosti nel Coronel, che in un primo tempo riescono a barricarsi all’interno dell’edificio, poi salgono sul tetto e infine rinunciano alla lotta.

A Calle de los Negros si scatena l’inferno, una violenza cieca e senza freno, inusitata anche in una città che quanto a violenza non ha niente da invidiare a nessun’altra dell’epoca. Gruppi di persone inferocite trascinano per i capelli uomini cinesi atterriti e inermi, e poi li issano su forche improvvisate. I pochi bianchi che tentano di opporsi vengono minacciati con i fucili mentre, come in una sorta di sabba satanico, qualcuno improvvisa una danza scatenata, cantando “Come on, boys, patronize home trade” (Andiamo ragazzi, proteggete il commercio interno), a riprova del risentimento nutrito nei confronti di quella minoranza disposta a lavorare per salari bassissimi.

La furia omicida contagia anche una donna e un ragazzino, che portano corde per impiccare i cinesi. Tra le vittime c’è anche il dottore del quartiere, Gene Tong, esponente di spicco della comunità cinese, benvoluto da tutti (americani compresi) per la sua disponibilità. L’uomo chiede di aver salva la vita in cambio di un sostanzioso pagamento e offre addirittura la sua fede con diamanti. Per tutta risposta gli sparano, poi lo impiccano, ma non prima di avergli tagliato il dito per prendere l’anello.
La mattina dopo Los Angeles si sveglia come tutti gli altri giorni, se non fosse per quei 17 cadaveri allineati davanti alla prigione: è uno dei più grandi linciaggi di massa nella storia americana, insieme a quello degli italiani di New Orleans di qualche anno dopo.

La notizia del massacro inorridisce il mondo intero, ma è sopratutto in Oriente che ci si interroga su quali demoni abbiano scatenato una tale furia. I benpensanti americani accusano la “feccia” che abita la California, banditi che arrivano dagli stati del nord e dal Messico.

Ma questa è solo una parte della verità: se è vero che materialmente quel massacro è stato compiuto da personaggi poco raccomandabili, è altrettanto vero che quei facinorosi hanno agito con la tacita approvazione della autorità locali. Come non bastasse, grazie al supporto di quelle stesse autorità, nessuno paga le conseguenze di quei crimini.

Il massacro non avviene per caso, arriva a seguito di forti tensioni che già da tempo dividono le diverse bande di cinesi che si contendono il dominio del territorio, senza sottovalutare quelle tra cinesi e angelenos.

Non comincia tutto con quell’uomo cinese, Ah Choy, trovato ferito da Bilderrain. L’inizio della storia parte dal rapimento di una donna cinese, Yut Ho, pelle di luna e sguardo di velluto, però sposata.

Yo Hing, capo di una potente banda, peraltro ammanicato con le autorità locali, la fa rapire per poi  rivenderla a peso d’oro. Il marito della donna fa parte di una banda rivale, guidata da un certo Sam Yuen, che non può tollerare quell’affronto alla sua autorità. L’uomo decide di far arrivare (forse dalla Cina, forse da San Francisco) alcuni compaesani appartenenti a un’organizzazione chiamata Tong (una sorta di società segreta legata alla criminalità). Choy, che è uno di loro e perdipiù è anche fratello della donna rapita, trova Hing il 23 ottobre, gli spara ma non riesce a ucciderlo. Hing non solo fa arrestare il rivale, ma addirittura riesce a far fissare una cauzione stratosferica, duemila dollari (una cifra addirittura superiore a quella richiesta per chi è accusato d’omicidio), pensando che nessuno della sua banda possa disporre di quella somma. Invece Sam Yuen lascia tutti di stucco quando si presenta in tribunale per pagare la cauzione, tanto che un poliziotto viene mandato a verificare che quel cinese abbia davvero tutti quei soldi. Li ha, nascosti in un baule, e anche molti di più.

Già i cinesi non sono ben visti, da nessuno, per quella loro capacità sovrumana di lavorare tante ore per una paga misera, ma anche per la loro cultura sconosciuta, così diversa e per certi versi incomprensibile. Fanno paura i cinesi (qualcuno teme che la California si ritroverà con un Mandarino come governatore), tanto che viene promulgata una legge che impedisce loro di testimoniare contro un uomo bianco (Chinese Exclusion Act).

La notizia della ricchezza di Yuen vola di bocca in bocca nella città, in particolare tra gli avventori ubriachi dei saloon. Guarda caso, il poliziotto che aveva accompagnato Yuen altri non era che Bilderrain, conosciuto per non essere uno stinco di santo, anzi: gli pesano sulle spalle diverse accuse di furto e gli piace giocare d’azzardo. Tutto questo fa pensare che il poliziotto non si trovasse nella Calle de Los Negros perché aveva udito degli spari, ma piuttosto per rapinare Yuen.

Il racconto che Bilderrain fa dell’episodio non regge: quando vede Choy a terra, insegue la banda di Yuen nell’edificio, ma la cosa non ha senso, visto che Choy apparteneva proprio a quella banda.

Avrebbe dovuto cercare gli uomini di Hing, ma non lo fa, quasi certamente perché prende qualche mazzetta da loro. Del resto la corruzione dilaga tra la polizia e lo stesso Hing dichiarerà in tribunale: “La polizia ama i soldi”. Bilderrain cade in contraddizione anche quando riferisce di aver visto Thompson, cosa impossibile visto che lui era ferito a terra quando l’uomo è stato ucciso all’interno dell’edificio. Qualche anno dopo gli eventi, un giornalista, Horace Bell, ipotizza che Bilderrain e Thompson fossero andati insieme nel negozio di Yuen per rubare l’ingente somma conservata nel baule. Nessuno gli da credito, perché il cronista è conosciuto in città per le sue abbondanti bevute…

Eppure, nonostante Yuen non possa dimostrare nulla (non può testimoniare contro un bianco), alla fine Bilderrain cambia versione e in qualche modo tira fuori Yuen dai guai, che però ha perso tutto il suo tesoro durante il saccheggio seguito ala massacro.

Alla fine, i due capi banda cinese, Yuen e Hing, entrambi sopravvissuti a quella notte di terrore, rimangono a contendersi la Chinatown di Los Angeles.

Ma il punto controverso della faccenda è il comportamento della polizia durante il massacro: non solo il Maresciallo Baker chiede l’aiuto della folla per impedire ai cinesi all’interno del Coronel di fuggire (una mossa estremamente discutibile), ma poi se ne va addirittura a dormire, mentre i sui uomini se ne stanno alla larga… Intanto, molti cittadini di spicco (anche politici) assistono alle impiccagioni, incitando gli assassini.

Insomma, quel massacro non è certo dovuto a un attacco improvviso di follia collettiva, e ciò che accade dopo lo conferma: dei dieci arrestati per gli omicidi, otto vengono condannati con l’accusa di omicidio colposo (pene comprese fra i due e i sei anni!) ma poi la sentenza viene annullata per un vizio di forma. Nessun ricorso viene presentato e dopo un po’ anche tutti i documenti d’accusa vengono smarriti….

La città di Los Angeles nasconde sotto al tappeto la polvere avvelenata di quel vergognoso episodio: già a fine anno i giornali hanno smesso di parlarne e non lo annoverano tra gli eventi più significativi di quel 1871.

Tutto finito? Forse, o forse no.

Perché negli anni successivi molti dei protagonisti del massacro (non gli autori materiali) fanno una brutta fine, a partire da Hing, che finisce ucciso a colpi di pistola da un uomo che confessa di aver risolto un “vecchio rancore”. Poi muore uno degli imputati non condannati, in uno strano incidente con un facile che spara accidentalmente… mentre uno dei politici che avevano assistito divertiti al massacro finisce impallinato mentre va a caccia. Alla fine muore anche uno dei poliziotti che se ne erano stati a guardare, in un’esplosione.

Dietro a queste morti sospette c’è la mano di Sam Yuen, che vuole chiudere i conti a modo suo?

Forse si o forse no, chi può dirlo ormai?


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