Lo scantinato dell’Orrore: il Mostro di Stretta Bagnera a Milano

Milano, 8 Aprile 1862. L’Italia era stata fatta da poco più di un anno. Quella stessa mattina, Garibaldi avrebbe lasciato Cremona e negli Stati Uniti d’America si sarebbe combattuta la Battaglia di New Orleans. Quel giorno sarebbe stato anche l’ultimo a vedere eseguita una pena capitale su suolo Meneghino; dovremo aspettare il 1889 per vederla invece bandita su tutto il suolo Italiano (per i reati di civili) grazie al Codice Zanardelli.

Ritratto di Antonio Boggia:

Quella mattina, a Milano, c’era un gran fermento. La gente affollava le vie che conducevano verso Porta Ludovica. Due ali di folla fremevano e vociavano, insultavano scompostamente. Fra le ali di folla un carro coperto procedeva placido, portando verso il suo destino un signore sulla sessantina con una vistosa stempiatura. Il boia gli sedeva accanto e poco distante un altro carro portava i funzionari del tribunale sul luogo di esecuzione situato fra Porta Ludovica e Porta Vigentina.

Chi era costui? E perché veniva punito con la pena di morte?

L’uomo che quel giorno di primavera del 1862 sedeva accanto al boia sul carro che procedeva verso il patibolo era conosciuto dai Milanesi come “il Mostro di Stretta Bagnera”.

La stretta Bagnera è una minuscola viuzza, all’epoca indegna di essere promossa a via, che collega Via Santa Marta a Via Nerino, giusto a pochi passi dal Duomo. È la via più stretta di Milano, neanche i carri o le carrozze potevano passarci agevolmente. Proprio per questa sua caratteristica era il luogo perfetto dove poterono perpetrarsi i sanguinosi eventi che resero famoso Antonio Boggia, uno dei primi Serial Killer italiani.

Il signor Boggia, all’epoca della sua esecuzione, era un signore di poco più di sessant’anni dalla forte stempiatura, i modi cordiali e gentili, sempre pronto ad aiutare il prossimo, era considerato un timorato di dio e assiduo frequentatore della vicina parrocchia di San Giorgio al Palazzo. Proprio quei modi gentili però, celavano a tutti un’oscura ed inquietante natura.

Antonio nasce ad Urio, un paese in provincia di Como, il 23 Dicembre 1799. A soli 19 anni lascia il paese per andare a Milano a fare il muratore, ma in città non riesce a trovare lavoro. Si trasferisce quindi in Piemonte, e pochi anni dopo torna nella città Meneghina, in via Montenapoleone, per stabilirsi definitivamente in Via Nerino, vedovo e con prole.

A parte una breve parentesi lavorativa come fuochista per l’accensione delle caldaie di Palazzo Cusani, allora sede del comando militare tedesco, vive alla giornata portando a casa quanto bastava per vivere. Lavora come muratore o carpentiere; occupazione che lo porta a conoscere la vittima che causa la fine della sua carriera da Serial Killer. Come hobby, se così si può definire, partecipa saltuariamente alle vendite all’asta ove gode di una certa reputazione.

Agli occhi di tutti sembra una persona per bene, se non fosse per una piccola macchia. Una vecchia denuncia per tentato omicidio nei confronti di un contabile, un certo Giovanni Comi. Andiamo però per gradi, abbiamo lasciato il nostro Boggia sulla strada per il patibolo, ma come ci siamo giunti?

Ester Perrocchio

Tutti i serial killer prima o poi commettono degli errori e vengono scoperti. Poco tempo prima, nel febbraio del 1860, davanti al Giudice del Tribunale civile e penale provinciale di Milano sedeva Giovanni Maurier per denunciare la scomparsa della madre Ester, vedova ultra settantenne.

Il Maurier è sposato con figli, lavora come pittore e decoratore di ceramiche e abita in un sobborgo vicino alla parrocchia di S.Cristoforo al Naviglio. Qualche tempo prima era andato a trovare la madre che abita in un caseggiato di sua proprietà in via Santa Marta, a due passi dal duomo, ma non l’aveva trovata né lì né alla parrocchia che frequentava solitamente.

I coniugi Trasselli, custodi del palazzo, gli riferiscono che era partita qualche settimana prima per stabilirsi sul lago di Como. Maurier per lì non si stupisce, conoscendo le stranezze della madre, e decide di tornare la settimana seguente.

Torna, ma non la trova. Sembra svanita da tempo, senza lasciare traccia.

L’unico indizio che sembra trapelare, facendo un po’ di insistenza sui coniugi Trasselli, porta a una persona, Antonio Boggia. Dalla partenza dell’anziana vedova, infatti, sembra che il Boggia avesse iniziato a fare il bello e cattivo tempo, aumentando gli affitti, facendo lavori di ristrutturazione del palazzo nonché facendo sparire i gatti del cortile tanto amati dalla vedova.

Il Boggia, nell’ultimo periodo, era molto in confidenza con la signora Perrocchio, fin dal giorno nel quale lei aveva cercato in zona una persona fidata per fare lavori di muratura nel palazzo.

Da allora l’uomo era diventato il suo amministratore

Fu il Boggia stesso a dirlo al figlio quando questi si reca a cercarlo: lui sta solo eseguendo le istruzioni che la donna gli invia via posta. Per provare la veridicità del racconto mostra al figlio le lettere firmate dalla vedova.

Giovanni non può far altro che rassegnarsi alle stranezze della madre e non indugiare oltre nelle indagini, anche a causa del fatto che una sua precedente denuncia non aveva avuto seguito.

Il racconto inizia a farsi ulteriormente interessante quando, narrando al giudice i fatti del giorno seguente, Maurier racconta che il Boggia gli aveva sottoposto un’interessante proposta economica, che lo porta a non sospettare più dell’amministratore.

L’offerta prevedeva di lasciare in comodato d’uso l’appartamento del secondo piano in cui abitava la Perrocchio, al figlio della stessa, visto che la vedova è ormai decisa a rimanere a vivere in quel di Como. Il Boggia aveva quindi invitato il sig. Maurier a seguirlo dal notaio per redigere l’atto.

La contentezza però svanisce presto una volta davanti al notaio. Maurier viene infatti a sapere che lo stesso notaio aveva in precedenza conosciuto la vedova Perrocchio in occasione della sua precedente visita insieme al Boggia per redigere la procura. Il notaio aveva fiutato una possibile circonvenzione d’incapace, si era rifiutato di redigere l’atto e aveva scacciato il Boggia dall’ufficio. Successivamente aveva allertato la Pretura mandamentale chiedendo l’interdizione della vedova Perrocchio. Tutto fu però inutile in quanto il caso venne archiviato perché la donna, secondo quanto appreso dal suo amministratore, aveva preso residenza a Como, fuori dalla giurisdizione della procura di Milano.

Questo è quanto il Maurier depone davanti al giudice Crivelli in quel giorno di febbraio del 1860. I fatti devono apparire molto gravi e sufficienti per aprire l’istruttoria affidata allo stesso Crivelli.

Un timorato di Dio

Ma chi era l’amministratore della vedova Perrocchio? Antonio Boggia nasce il 23 dicembre 1799 ad Urio, un paesino sul lago di Como. A 19 anni lascia il paese natale in modo definitivo. Come detto prima, vive alla giornata sbarcando il lunario come muratore o carpentiere, guadagnando quel tanto che basta a portare a casa la pagnotta.

La macchia per tentato omicidio

Qualche anno prima, precisamente il 3 aprile del 1851, quando Antonio Boggia convoca il vecchio contabile nel suo magazzino in Stretta Bagnera (oggi è Via Bagnera a Milano) per revisionare alcuni conti. Mentre Giovanni Comi è chino sui documenti lo colpisce con forza con una scure, tramortendolo. L’uomo rimane solo tramortito, e quando si riprende riusce a fuggire, sanguinante, dalle grinfie del Boggia. Fortuna vuole che una volta in strada incontra un suo conoscente della guardia di finanza al quale chiede soccorso, e poi fa arrestare l’aggressore. Antonio Boggia viene giudicato in stato di follia nel momento dell’aggressione e rinchiuso nella Senavra, il Manicomio di Milano, per esser rilasciato dopo qualche anno.

Il contabile Giovanni Comi viene ascoltato in merito all’aggressione dal Giudice Crivelli e si conviene che quella volta il Boggia aveva agito in preda a uno stato di follia.

Stretto nella morsa delle indagini

Dopo la sparizione della vedova Perrocchio, le indagini si stringono attorno alla figura dell’indagato, Antonio Boggia. L’uomo, torchiato a dovere, si rinchiude in un assordante silenzio, interrotto solamente da parecchi “Non so”, “Non ricordo”, “Oh la mia povera Testa”.

Dopo aver ascoltato i custodi del palazzo, i Trasselli, il giudice inizia ad avere le idee più chiare. Il Trasselli infatti si ricorda che l’ultima volta che vide la vedova Perrocchio fu quel giorno in cui il Boggia doveva fare dei lavori di manutenzione al tetto del palazzo. Quel giorno il Boggia chiese che gli venissero portati due secchi d’acqua proprio alla vedova.

Da quel momento la donna era sparita

Il Capomastro fu poi visto il giorno seguente scendere le scale con una pesante gerla sulle spalle.

Ormai aleggiava un’inquietante ipotesi che andava verificata

Il Boggia avrebbe ucciso la vecchia vedova la stessa mattina, in cui si era presentato per fare i lavori di manutenzione, per poi sbarazzarsi del cadavere murandolo nel palazzo (Era infatti alquanto improbabile che fosse andato in giro per Milano con un cadavere nella Gerla) per poi amministrare il palazzo con una falsa procura.

La tremenda scoperta

Le ricerche confermano i sospetti. Il cadavere della Perrocchio viene ritrovato murato nel sottoscala, e il suo corpo è già in avanzato stato di decomposizione, mutilato di testa e gambe. Antonio Boggia ammette l’omicidio e riconosce la vedova Perrocchio. Confessa di averla uccisa nel suo appartamento con una scure e che i secchi di acqua erano serviti per pulire il sangue e le tracce del delitto. Dopo aver frugato l’appartamento in cerca di oggetti preziosi rivendette quanto trovato a un negoziante di gioielli nelle vicinanze.

Qualche giorno dopo con dei complici, amici di osteria, si era recato dal notaio per farsi redigere la famosa procura. L’ufficiale, insospettito, aveva cacciato il muratore avendo sentito puzza d’imbroglio in quanto la donna (che non era la Perrocchio ma una complice del Boggia) si era tradita più volte rispondendo ad alcune domande.

In seguito i congiurati ebbero più fortuna presentandosi dal notaio Bolza di Como, ma questa volta fu la cugina del Boggia a impersonare con successo la vedova Perrocchio, che ormai giaceva murata nel sottoscala del suo palazzo.

Questo era purtroppo solamente l’inizio, quel palazzo, o meglio quella cantina, nascondeva altri segreti che macchiavano la facciata da uomo timorato di dio che si era costruito il Boggia.

Emergono altri omicidi

Le indagini proseguono e il Giudice dispone una perquisizione nel locale del Boggia sito in Stretta Bagnera, dove vengono rinvenute altre carte della Perrocchio nonché la procura per rappresentarla, ovviamente tutti documenti fasulli.

Insieme a quei documenti ne vengono fuori altri, altre presunte procure, rilasciate sempre ad Antonio Boggia; una da un certo Serafino Ribbone e una da parte del ferramenta Giuseppe Meazza.

Mettendo assieme vecchie denunce e tenendo in debito conto le testimonianze rese da alcuni testimoni gli inquirenti scoprono che un commerciante, di cui non si aveva notizia ormai da qualche anno, nei giorni precedenti la scomparsa era stato visto confabulare col Boggia riguardo alcuni affari.

L’indagato ovviamente nega ogni accusa e si proclama innocente. Si lamenta delle ingiustizie che è costretto a subire per colpa del notaio Cattaneo che vuole vendicarsi, serbandogli rancore da quella volta che si era rifiutato di redigergli quella procura per la Perrocchio.

Il primo delitto

L’omicidio di Angelo Serafino Ribbone è il più vecchio cronologicamente. Dalle carte gli inquirenti apprendono che l’uomo,  di professione manovale, aveva dato mandato al Boggia, suo datore di lavoro, di riscuotere 1.400 Svanziche (1 Svanzica = 0,87 lire italiane) che il Ribbone aveva lasciato in deposito ad una sua parente di Como.

La parente non si era fidata dell’atto redatto dal Notaio Gaslini di Milano e così Boggia era stato costretto a farsi redigere un ulteriore mandato speciale dal Notaio Terzaghi di Lodi. Con questo secondo mandato la donna si era fatta convincere e, complici anche le rassicurazioni del Boggia sul fatto che tali soldi servivano ad Angelo Ribboni per sposarsi in quel di Lodi, aveva consegnato il denaro all’uomo. Ovviamente lo sventurato Ribbone non aveva dato nessun mandato per riscuotere alcuna somma di denaro.

I fatti probabilmente si svolsero così: Angelo Ribbone aveva messo al corrente il Boggia della sua piccola fortuna, chissà perché, custodita dalla parente, e il muratore aveva deciso di approfittarne, tentando di impossessarsene. Aveva attirato Ribbone nello scantinato e l’aveva ucciso a colpi di scure, occultandone il cadavere. In seguito con un complice da osteria si era presentato davanti a ben due notai per farsi redigere gli atti di mandato.

Il secondo delitto

Per il secondo delitto Antonio Boggia non dovette scomodare nessun complice, gli bastò frequentare le aste pubbliche, adocchiare un benestante mediatore di granaglie e il gioco fu fatto. Questa volta la vittima era Giuseppe Marchesotti.

Marchesotti non era certo il primo sprovveduto, era sulla piazza delle aste pubbliche da molto tempo e il Boggia dovette usare tutta la sua astuzia per riuscire a intortare un uomo navigato ed esperto come la sua seconda vittima.

Si presume che il malcapitato venne avvicinato dal Boggia durante un’asta e convinto della bontà di un affare che aveva bisogno di un capitale iniziale di 4.000 svanziche. L’unica cosa certa era che Giuseppe Marchesotti uscì di casa di buon ora sabato 15 Gennaio 1850 con in tasca i soldi per concludere l’affare che gli erano stati prestati da un conoscente il giorno prima. Fu visto l’ultima volta in un’osteria insieme al Boggia, quella stessa mattina, e vennero visti allontanarsi assieme. Nei giorni seguenti l’anziana madre in pensiero per il figlio e il Sig. Castiglioni che aveva prestato le 4.000 svanziche sporsero denuncia di scomparsa. All’epoca il caso fu archiviato credendo che il Giuseppe Marchesotti fosse fuggito col denaro.

Il terzo delitto

Nel 1851 Antonio Boggia entrò in contatto con il ferramentista Pietro Meazza, proprietario di bottega in quel di Carrobbio. Il Boggia venne presentato al Meazza da un amico comune, il sig. Binda, persona dalla solida reputazione. Dalle carte risultava che il Boggia avesse mandato di amministrare la bottega del Meazza, e questo abbiamo visto come fosse un cliché già noto. Risultava inoltre un atto di vendita della bottega di Pietro Meazza al Binda firmato dal Boggia in qualità di rappresentante del Meazza, una denuncia di scomparsa del Meazza, e una denuncia per truffa presentata da un commerciante che aveva rilevato dal Binda l’attività, senza essere però stato adeguatamente pagato per della merce.

Tali denunce caddero nel vuoto vista l’impossibilità di rintracciare Meazza. Gli inquirenti però potevano essere sicuri e certi di una cosa. Questa volta il Meazza aveva realmente rilasciato una procura per il Boggia di amministrare la bottega, che all’epoca versava in cattive acque. Probabilmente Antonio Boggia ingannò e lusingò le aspettative di guadagno del Meazza, e per un certo periodo lo scaltro truffatore amministrò realmente la bottega pagando anche i dipendenti, poi però vendette tutto al Binda ad un prezzo inferiore al reale valore. Era inoltre chiaro che il povero Meazza non doveva aver più visto la luce del sole dopo aver firmato la procura e, naturalmente, nemmeno il ricavato di quei pochi soldi.

Un’altra raccapricciante scoperta

A questo punto della vicenda deve essere ormai chiaro al giudice che il Boggia, oltre alla Perrocchio, ha ucciso almeno altre tre persone. Ma come provarlo? Bisogna trovare i cadaveri. Il giudice indirizza le sue indagini sulla stretta bagnera per diverse ragioni:

  • Il tentato omicidio del Comi era avvenuto nella cantina del Boggia che si trova nella Stretta Bagnera.
  • Questa cantina è frequentata solamente dal Boggia
  • La via in cui si trova la cantina è un budello stretto dove carri e carrozze non possono passare e anche le persone che vi transitano sono poche
  • La cantina è totalmente isolata dalla vista di curiosi e passanti e vi si accede da una scala interna di una stanza del Boggia

Il Boggia è già in stato di arresto per l’omicidio della Perrocchio, e viene portato sul luogo. Anche se vengono immediatamente trovati degli effetti personali si rifiutava di collaborare, nonostante il ritrovamento di alcuni effetti personali di una delle vittime. Iniziano così gli scavi nella cantina e vengono rinvenuti tre scheletri, quello di Angelo Ribbone, quello di Pietro Meazza e quello di Giuseppe Marchesotti. Quello del Meazza viene subito riconosciuto per la mancanza degli incisivi, caratteristica dell’uomo nota in città.

Il processo

Per i Milanesi Antonio Boggia è ormai diventato il “Mostro di Stretta Bagnera” o il “Mostro di via Nerino”, tanto da lasciare l’impronta nei detti popolari “fa minga el bögia” o “Te seet on bòggia”, due esclamazioni del Dialetto Milanese che rimandano appunto al caso del Mostro di Stretta Bagnera. Fare il Boggia ed Essere un Boggia, sono solitamente dirette a una persona che, come il Boggia, davanti ad una facciata di uomo perbene nasconde un animo malvagio che lusinga per ottenere fiducia. Sarà un altro serial killer, Henri Landru, pochi decenni più tardi, a spodestare il Boggia nei detti popolari Milanesi.

Il processo si apre il 18 Novembre 1861 e dura cinque giorni. La tattica difensiva del Boggia punta sul farsi credere pazzo e infermo di mente, magari per farsi nuovamente mandare alla Senavra dove aveva già scontato una pena. La difesa si basa anche sulla precedente assoluzione per infermità mentale per il tentato omicidio del Comi.

I suoi compagni di cella raccontano di come camminasse nudo, di come la notte cantasse in preda a (false) crisi di pazzia, di come accusasse i famosi “mal di testa” tanto che non riusciva neanche a dormire. Insomma se lui aveva agito lo aveva fatto perché glielo aveva ordinato la testa.

Tutta questa messinscena non serve a nulla in quanto Antonio Boggia viene condannato per:

  • Omicidio a scopo di rapina di A. S. Ribbone, avvenuto nell’aprile 1849;
  • Omicidio a scopo di rapina di G. Marchesotti, avvenuto il 15 gennaio 1850;
  • Omicidio a scopo di rapina di P. Meazza, avvenuto nell’aprile del 1850;
  • Tentato omicidio di G. Comi, avvenuto il 2 aprile 1851;
  • Omicidio a scopo di rapina di E. M. Perrocchio, avvenuto l’11 maggio 1859.

A questi reati si aggiungono le tentate truffe e le sostituzioni di persone in atti pubblici.

Com’era prevedibile al termine del processo viene emessa la sentenza di condanna a morte. Inutili i ricorsi in appello, in terza istanza e anche la grazia al Re. Antonio Boggia apprende in carcere, il 6 aprile 1862, che gli restano poche ore da vivere.

La condanna a morte

L’esecuzione capitale di Antonio Boggia fu l’ultima condanna a morte di un civile eseguita a Milano fino alla seconda guerra mondiale. Per l’esecuzione furono chiamati due boia, uno da Parma e uno da Torino. Molti cittadini si candidarono spontaneamente, ma tali candidature furono scartate. L’8 Aprile 1862 il condannato fu messo su un carro coperto di tela nera e fu condotto sul luogo dell’esecuzione fra due ali di folla curiosa e inferocita.

Giunti fra Porta Ludovica e Porta Vigentina, il corteo composto dal condannato e dai funzionari del tribunale si fermò, il condannato fu fatto scendere e impiccato alla presenza di una moltitudine di persone e bambini. Venne in seguito decapitato, e la testa spedita al gabinetto anatomico dell’Ospedale Maggiore dove venne trattata per la conservazione. Il suo corpo fu sepolto nel cimitero del Gentilino fuori porta Ludovica, che ora non esiste più e le cui salme furono traslate nel cimitero Monumentale o nel Maggiore. Tanto per entrare nel clima dell’epoca Cesare Lombroso, studiando la testa di Antonio Boggia, convenne che era un delinquente nato.

Se vi capita di passeggiare per la Stretta Bagnera e vi sentite avvolgere da un vento gelido, un leggenda milanese racconta che sia lo spirito di Antonio Boggia che ancora infesta quei luoghi.

Bibiografia/fonti:

http://www.storiadimilano.it/Personaggi/cronaca_nera/boggia.htm

https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Boggia


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