Nel 1554, nella città di Sens, in Francia, Colombe Charti iniziò le fasi del travaglio. Si trattava della sua prima gravidanza e aveva portato la gestazione quasi al termine. Qualcosa andò nel verso sbagliato e, nonostante le contrazioni fossero cessate, il bambino non uscì mai dal suo corpo.

Se non hai modo di leggere e preferisci ascoltare questa è la lettura dell’articolo sul canale Youtube di Vanilla Magazine:

Per tre anni Colombe rimase a letto, riprendendosi lentamente dal mancato parto, tornando poi alla normale vita di tutti i giorni. Nonostante non avesse più il gonfiore tipico della gestazione, la donna lamentava frequenti dolori addominali, e gli abitanti del villaggio pensavano che il bambino si trovasse ancora all’interno del suo corpo.

Non sbagliavano

28 anni dopo l’evento la donna morì e il marito, ancora in vita, decise di farle praticare l’autopsia per svelare il segreto che lo aveva attanagliato durante gli ultimi 30 anni.

L’oggetto che trovarono i chirurghi all’interno del corpo della donna era duro e approssimativamente ovoidale. All’inizio pensarono che si trattasse di un grosso tumore, ma poi, quando squarciarono il molliccio guscio esterno, trovarono un feto con spalle e testa, due braccia, le ginocchia piegate verso il torace e le gambe e i piedi fusi insieme. Il feto aveva anche un dente e, se fosse mai nato, sarebbe stata una bambina con una folta chioma di capelli.

I medici avevano estratto un Lithopedion, che in greco significa “Bimbo di pietra”

Il litopedio di Sens è uno dei primi casi ampiamente documentati nella storia, un feto morto che si pietrifica all’interno del corpo della madre. Nonostante questa sia una condizione patologica ben nota, i casi documentati con certezza sono soltanto 300, e il più antico risale a 3.100 anni fa, scoperto in un sito archeologico del Texas. La letteratura medica ne parla per la prima volta nel X secolo, in una guida scritta dal chirurgo andaluso Al-Zahrawi.

Sotto, un lithopedion. Questo esemplare insolitamente grande rimase nell’addome di una donna per 55 anni. Durante questo tempo la madre ebbe 5 altre gravidanze senza complicazioni. Fotografia di Otis Historical Archives Nat’l Museum of Health & Medicine condivisa con licenza CC BY-SA 2.0 via Wikipedia:

Come si forma un Lithopedion?

Le condizioni perché il feto si trasformi in un piccolo blocco di pietra sono molto particolari. La gravidanza dev’essere di tipo extra-uterina, il che comporta la quasi certa morte dell’embrione. Normalmente, alla morte, i tessuti embrionali vengono riassorbiti nel corpo della madre, che può anche non accorgersi di nulla. Nel raro caso in cui il feto riesca a raggiungere uno stadio di sviluppo avanzato, con la formazione delle ossa e persino dei denti (come nel caso del feto di Sens), la successiva morte non consente il completo assorbimento, e può quindi crearsi un Lithopedion, grazie alla calcificazione delle ossa e dei tessuti del feto.

In seguito al caso del litopedio di Sens, nei tre secoli successivi vennero documentati dalla letteratura medica altri 46 casi totali. I chirurghi che operarono scoprirono che i litopedi si formano in tre modi diversi:

  • La membrana circostante si calcifica e il feto no
  • Le membrane si rompono e il feto calcifica
  • Infine le membrane e il feto calcificano insieme, come nel caso di Sens

La gravidanza addominale extrauterina, che rappresenta un raro evento  che si verifica una volta su 10 o 30 mila gestazioni totali, presenta dei rischi per la madre e per il feto, che al giorno d’oggi viene sempre asportato chirurgicamente. Nel ‘900 sono documentati con certezza diversi casi di litopedio, fra cui si può ricordare una donna cinese di nome Huang Yijun che ha portato all’interno del proprio corpo un lithopedion per 65 anni, dal 1948 al 2013, quando lo ha infine fatto rimuovere.

Sotto, un Litopedio del 1943. Fotografia di National Museum of Health and Medicine condivisa con licenza CC BY-SA 2.0 via Flickr:

Il lithopedion più celebre, quello di Sens, alla fine sparì. Il chirurgo che lo estrasse lo vendette a un commerciante, poi passò di mano in mano prima a un orafo poi a un gioielliere e infine a Federico III di Danimarca, che lo acquistò nel 1653.

Nei decenni successivi il litopedio divenne più fragile, e perse un braccio e la mascella. Nel XIX secolo fu donato al Museo di Storia Naturale Danese, dove finì per esser perso e buttato.

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...