Il distanziamento sociale e la quarantena, che tanto pesano a tutti noi in queste settimane di pandemia, non sono certamente misure nuove per contrastare malattie mortali facilmente trasmissibili.

L’idea di isolare gli ammalati nasce nel medioevo, quando le epidemie di peste, vaiolo e altri flagelli si trasmettono attraverso strade e rotte commerciali. La morte viaggia su carovane e mercantili e i medici capiscono, pur non avendo neppure lontanamente l’idea di cosa fossero virus e batteri, che l’isolamento è uno dei pochi modi per contrastare le epidemie.

Sotto, miniatura di Ragusa:

La prima città a prendere un provvedimento ufficiale in questo senso fu la Repubblica di Ragusa (oggi Dubrovnik, in Croazia), una città stato e fiorentissima Repubblica Marinara, indipendente dal 1358 fino addirittura al 1808, quando dovette arrendersi alla Francia, ma con la soddisfazione di aver mantenuto la propria libertà più a lungo della sua rivale storica, Venezia.

Ragusa era dunque un’attivissima città mercantile, dove arrivavano merci da tutto il mondo, insieme però a peste e colera. I cronisti dell’epoca scrivevano che la principale causa delle epidemie provenienti dal Medio Oriente era “la mancanza di qualsiasi senso di igiene”, e per giunta i rimedi consigliati dai medici – aglio, aceto, zolfo – erano totalmente inefficaci. L’isolamento sembrava l’unica soluzione possibile, dopo la terribile ondata di peste del 1348.

Vista sui lazzaretti

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E così il 27 luglio del 1377, il Gran Consiglio della Repubblica emanò un decreto in base al quale tutti i mercanti, i marinai e le merci provenienti da aree infestate dalla peste dovevano trascorrere un periodo di quarantena, della durata di 30 giorni, in aree isolate individuate in tre isole disabitate, Mrkan, Bobara e Supetar.

Mrkan

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Peccato che su quelle isole non c’era proprio nulla, nessun riparo per i confinati, che alla fine morivano più per le condizioni dell’isolamento che per malattia.

Bobara

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Supetar

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Il governo prese dei provvedimenti, iniziando dalla costruzione di casette in legno, e poi organizzando meglio tutte le procedure. Dal 1397 furono nominati dei funzionari che si occupavano di controllare sia l’attuazione sia il rispetto delle regole della quarantena, mentre le strutture venivano spostate più vicino alla città.

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Il periodo di isolamento inizialmente fu chiamato “trentino”, perché di trenta giorni, e solo successivamente si allungò a quaranta, diventando “quarantino”. Le cause di quel prolungamento non sono chiare: forse la durata di un mese si era dimostrata insufficiente a contenere il contagio, ma secondo alcune interpretazioni il provvedimento aveva alla base un motivo religioso, legato al periodo di quaresima dei cristiani (quaranta giorni di purificazione spirituale), oppure al ricorrente periodo di 40 giorni presente nella Bibbia (il diluvio, la permanenza di Mosè sul Monte Sinai e quella di Gesù nel deserto).

Qualunque fosse la motivazione, si rivelò la scelta giusta. Ma nonostante quelle restrizioni la peste colpì duramente Ragusa nel 1526, talmente duramente da paralizzare la città per sei mesi, e da costringere il Governo a trasferirsi in un’altra città. Negli anni seguenti furono costruiti altri lazzaretti, meglio organizzati e provvisti di sistemi fognari e guardie a impedire eventuali fughe, mentre le merci venivano sottoposte a fumigazione.

I drastici provvedimenti portarono a una significativa riduzione dei contagi, e oggi i lazzaretti di Ragusa sono solo attrazioni turistiche. Coronavirus permettendo.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.