L’insospettabile segreto degli “Amanti di Modena”

Persi tra strati e strati di terra, antichi segreti della storia ogni tanto riaffiorano e talvolta costringono a rivedere qualche radicata convinzione. In particolare si possono riscrivere alcune pagine del lontano passato grazie a nuove tecnologie in grado di determinare il sesso di vecchi scheletri troppo deteriorati per ricavarne il DNA. I risultanti sono a volte sorprendenti e dimostrano che a volte le moderne categorie di pensiero inducono a interpretazioni sbagliate.

Esemplare il caso della guerriera vichinga sepolta con le sue armi a Birka, in Norvegia, ostinatamente ritenuta un uomo nonostante le evidenze osteologiche, fino a quando nel 2017 l’esame del DNA ha tolto ogni dubbio. In questo caso, il fatto che il corredo funerario dell’individuo sepolto contenesse armi, faceva convenzionalmente ritenere che si trattasse di un uomo.

E le convenzioni possano trarre in inganno, come dimostra un’antica tomba venuta alla luce, questa volta, in Italia.

Il ritrovamento fortuito – durante degli scavi per la costruzione di un nuovo edificio – di un cimitero usato tra il V e il VI secolo d.C, potrebbe essere una notizia non poi così rilevante per il grande pubblico.

Eppure quel sepolcreto, venuto alla luce a Modena nel 2009, ha colpito l’attenzione di molti – non solo dei ricercatori – per una tomba in particolare, che non conteneva un sontuoso corredo funebre o chissà quali altre ricchezze, anzi.

La tomba era semplicemente una fossa scavata nella terra, ma al suo interno giacevano due persone sepolte con le mani intrecciate, indissolubilmente legati nel lungo sonno della morte.

Gli “Amanti di Modena” al momento del rinvenimento

Immagine di Paolo Terzi – Archivio fotografico Museo Civico di Modena – Wikipedia- licenza CC BY-SA 3.0

Subito diventano per tutti, studiosi e profani, gli “amanti di Modena”, un uomo e una donna che avevano voluto prolungare il loro legame oltre il disfacimento fisico, oltre il breve tempo della vita terrena. Insomma, nell’immaginario di tutti, sono la commovente rappresentazione dell’amore eterno.

In verità, la penna della giornalista Natalia Aspesi, affilata più di una lama, toglie ogni alone romantico alla scoperta: “Ma quale amore eterno, non esiste perché è solo un’invenzione degli uomini. Magari lei lo guarda solo per strozzarlo. Siamo fortunati se l’amore dura qualche giorno o qualche anno. Il concetto di amore eterno è una pura invenzione degli uomini nata per sottomettere le donne”.

Al di là di questa considerazione storico-sociologica sul rapporto uomo-donna, c’è una cosa che fa riflettere su quanto possa essere fuorviante interpretare il passato con le moderne categorie di pensiero: i due individui sepolti sono subito stati “riconosciuti” come un uomo e una donna, una coppia eterosessuale unita da un legame d’amore, nonostante l’impossibilità di determinare il sesso di entrambi per il pessimo stato di conservazione delle ossa, che non consentiva l’analisi del DNA e nemmeno un’attribuzione in base a riscontri osteologici.

Ma quella fossa che accoglie due persone sepolte mano nella mano è così insolita da calamitare subito l’interesse di tutti, nonostante siano presenti altre tombe e altri resti in un contesto significativo per la storia dell’area e di chi la abitava.

L’antica Mutina (Modena) viene fondata nel 183 a.C. da coloni provenienti da Roma – e più in generale dal centro Italia – attratti da quel territorio ricco d’acqua dove la fertile pianura lascia il passo a dolci colline: un luogo ideale dove allevare bestiame e
coltivare piante e ricchezza. E difatti Mutina diventa con il tempo una città molto ricca, come tutte quelle che si trovano lungo la Via Aemilia, ma la crisi generalizzata dell’Impero Romano, verso la fine del III secolo, non la risparmia.

La Via Emilia, da Rimini (Ariminum) a Piacenza (Placentia)

Immagine di EH101 (modificata) via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 3.0

Il tracollo però avviene, tra il V e il VI secolo, per cause naturali: ripetute alluvioni coprono con strati e strati di fango la città, che viene abbandonata.

Mutina è ormai una città sepolta

Ed è per questo che semplici scavi per lavori edilizi e stradali riservano spesso delle sorprese, come la necropoli rinvenuta subito fuori le vecchie mura a est della città, a 7,5 metri sotto l’attuale livello stradale. Il sepolcreto è costituito da undici tombe divise in due file, orientate una verso est e l’altra verso ovest, dove da secoli riposano tredici persone. Uomini donne e bambini, ai quali non è stata riservata la stessa sepoltura.

Nella fila a est, le tombe di sei uomini sono sormontate da strutture monumentali mentre nella fila a ovest – semplici fosse coperte con laterizi – sono stati trovati i resti di altri uomini, donne e bambini. E proprio in questa fila due fosse presentavano una sepoltura condivisa. Nella prima sono stati stati trovati gli scheletri di un bambino e di una giovane donna, inumati in tempi diversi, mentre nella tomba 16, quella dei cosiddetti amanti di Modena, c’erano i resti di due individui sepolti insieme, mano nella mano.

Mentre i ricercatori dell’Università di Bologna (Dipartimento Beni Culturali – Campus di Ravenna) non sono stati in grado di arrivare a una conclusione definitiva riguardo l’età e il sesso dei due individui, hanno potuto con certezza affermare che chi si è occupato dell’inumazione ha intenzionalmente unito le loro mani, per far loro “affrontare insieme il viaggio nell’aldilà, uniti nella morte come probabilmente lo erano stati in vita”.

Allestimento degli “Amanti” presso il Museo Civico di Modena

Immagine Archivio fotografico Museo Civico Modena via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Poi, una decina di anni dopo, nuove tecniche d’indagine che rilevano nello smalto dei denti proteine particolari – differenti in uomini e donne – hanno consentito di arrivare a un risultato sorprendente: gli amanti di Modena sono due uomini, circostanza che rende ancora più interessante il ritrovamento, secondo il parere del professor Federico Lugli (Università di Bologna): “In passato sono state trovate diverse tombe con coppie di individui deposti mano nella mano, ma in tutti i casi si trattava di un uomo e una donna. Quale fosse il legame tra i due individui della sepoltura modenese, invece, resta per il momento un mistero”.

Quale legame così forte univa dunque quei due uomini, perché chi si è occupato di seppellirli ha deciso di unirli per sempre in un gesto di tenerezza?

Certo fra i due doveva esserci un legame particolare, ma di che natura fosse è impossibile dirlo: potrebbe trattarsi di due fratelli, o di due compagni d’armi morti insieme, mentre l’ipotesi che tra i due ci fosse una relazione amorosa rimane la più improbabile, anche se non impossibile, vista l’epoca del decesso, quando i rapporti omosessuali erano già stigmatizzati dalla religione cristiana, certamente a partire dal 390, e considerati un crimine sotto l’impero di Giustiniano (527-565).

Nonostante tutte le considerazioni storiche e la giusta cautela dei ricercatori – scettici sul fatto che i parenti dei defunti volessero mettere in mostra, durante la sepoltura, un amore proibito – rimane innegabile il fatto che non tutto è spiegabile con moderne categorie di pensiero e convinzioni radicate.

Presumere di sapere chi amava chi e come e perché, è una forzatura, che forse gli “amanti di Modena” contribuiranno a demolire.

Fonti: La necropoli tardoantica di viale Ciro Menotti-Modena, analisi antropologica preliminare;

I peptidi dello smalto svelano il sesso degli ‘Amanti di Modena’ tardoantichi.

Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.