Ha un sorriso di bambina, che illumina di rado il suo viso, e con quel fisico minuto non dimostra i suoi anni, quando sale sul podio più alto delle olimpiadi, nel 1976. Lei è Nadia Comaneci, una leggenda della ginnastica artistica, e non solo. Ma che che prezzo ha pagato per arrivare lì, sul tetto del mondo, a soli 14 anni e 8 mesi? E soprattutto, che prezzo ha pagato dopo? Quella di Nadia Comaneci è una storia di sacrifici e successi, ma è anche una storia di abusi e violenze, all’ombra del regime comunista romeno e della polizia segreta del paese, la famigerata Securitate. Su quegli anni oscuri sono state raccontate molte cose, cose terribili, mai confermate da Comaneci, una strana stella dello sport che non ama alimentare la sua leggenda, e che, soprattutto, non vuole parlare del suo passato. Nonostante questo, la sua storia continua ad essere raccontata, perché qualche riflesso di quel passato recente si può intravedere anche nel presente. 

Nadia Comaneci nasce il 12 novembre 1961 a Onești, che all’epoca è un villaggio di poche case, sperduto tra montagne e foreste, nella Romania orientale. La mamma decide di chiamarla  Nadia perché, mentre è incinta, vede un film dove la protagonista ha quel nome. Nome che deve essere di buon auspicio, perché in russo significa “speranza”. In realtà la madre pensa che voglia dire “fortuna”, una cosa di cui Nadia sembra aver bisogno fin da piccolissima. Alla nascita ha un difetto congenito che fa temere seriamente per la sua vita, o, nel migliore dei casi, per il suo sviluppo mentale. A quanto pare, il problema si è risolto da solo, ma solo dopo una sorta di rito magico-religioso consigliato dalla nonna. Pochi giorni dopo, il nonno la prende su dal lettino appena in tempo, pochi attimi prima che il tetto crolli proprio in quel punto. Insomma, Nadia sembra proprio “fortunata”, addirittura miracolata, anche quando scampa alla morte dopo essere caduta in un fiume da cinque metri d’altezza. Nadia è una bambina che non sta mai ferma, e per questo la mamma la iscrive a una scuola di ginnastica annessa all’asilo, quando ha solo tre anni. Tre anni dopo passa per Onești Béla Károlyi, che in quel posto sperduto vuole aprire una scuola sperimentale di ginnastica, un sogno che coltiva insieme alla moglie Marta. Karolyi gira per le scuole della zona, alla ricerca di allieve che abbiano un talento naturale per la ginnastica, ma fatica molto a trovarne. Poi un giorno vede due bambine che fanno la ruota, nel cortile di una scuola. Sono Nadia Comaneci e Viorica Dumitru, subito invitate ad entrare nell’accademia. Ma il talento naturale non basta, per avere risultati occorre disciplina, tenacia e allenamento, tante e tante ore di allenamento quotidiano, fino allo sfinimento. Per la ginnastica poi occorre anche seguire una dieta rigorosissima, praticamente da fame. Ma Nadia non fa storie, anzi, fa più di quello che le viene chiesto: se l’allenatore dice di fare un esercizio 10 volte, lei lo ripete anche 20 o 30 o 40 volte. Insomma, il talento naturale è una gran cosa, ma senza una volontà di ferro non produce grandi risultati. E Nadia, la volontà di ferro ce l’ha fin da piccola. Come dimostrano i risultati che ottiene, già a partire dal 1970, nei campionati nazionali, e poi, l’anno dopo, in gare internazionali juniores. Nel 1975, ai campionati europei, mostra tutto il suo talento vincendo tre medaglie d’oro e una d’argento. Nello stesso anno si impone ai campionati nazionali romeni, e si fa notare al test pre-olimpico per i giochi di Montreal, portandosi a casa due medaglie d’oro e tre d’argento. Ma è nel 1976 che Nadia diventa una leggenda. Alla prima edizione della American Cup, che si disputa al Madison Square Garden di New York, a marzo, il mondo della ginnastica artistica mondiale vede nascere una stella: ottiene un 10 al volteggio, ovvero la perfezione. Ma non è tutto: il New York Times scrive “La signorina Comaneci, estremamente sicura di sé, che è al primo posto al mondo tra le ginnaste, è arrivata prima in tutti e quattro gli eventi di qualificazione: volteggio, parallele asimmetriche, trave di equilibrio ed esercizi a corpo libero. Ha eseguito le sue routine con un’espressione triste e in seguito non ha ricevuto un gesto di congratulazioni dal suo allenatore, Bela Karolyi”. 

Queste poche parole, come fossero una fotografia, descrivono bene Nadia, che dispensa pochi sorrisi, e descrivono anche il suo allenatore, evidentemente avaro di complimenti. Molti anni dopo salterà fuori – ma non da Comaneci – che Karolyi era abituato a insultare pesantemente le atlete della sua squadra, oltre che punirle fisicamente. “Ci picchiavano fino a farci uscire il sangue dal naso”, dirà una delle ginnaste della nazionale romena, mentre altre due lamenteranno di essere state costrette a gareggiare anche se malate o infortunate. Nadia, sempre a distanza di decenni, farà una considerazione diversa: “Sarebbe fantastico se si potesse scoprire un modo per lavorare molto poco e avere successo, ma non ce n’è uno”. Come dire che i metodi brutali di Karolyi le hanno consentito di arrivare sul tetto del mondo, anche se in realtà lei stessa si ribellerà a quei metodi, come vedremo più avanti. Per ora rimaniamo a quel 1976. Durante le premiazioni dell’American Cup, Nadia conosce Bart Conner, ginnasta statunitense che, su suggerimento del fotografo, stampa un bacio sulla guancia di Nadia, mentre tengono entrambi le coppe della vittoria in mano. Lei ha 14 anni e lui 17, e comunque, raccontiamo questa cosa non perché abbia un significato particolare, ma perché ci sarà un seguito, molto tempo dopo. Ma torniamo alle gare di Comaneci che, sempre nel 1976 ottiene altri due 10, in una competizione che si svolge in Giappone. Non è ancora una leggenda, ma quasi: la United Press International la incorona “Atleta femminile dell’anno” per due anni consecutivi, il 1975 e il 1976. Arriviamo finalmente alle olimpiadi di Montreal, e a quel 18 luglio che scombina persino i tabelloni del punteggio. L’esecuzione dell’esercizio obbligatorio alle parallele asimmetriche non ha una sbavatura, e i giudici le assegnano il 10 “perfetto”. Una votazione non contemplata nelle gare olimpiche, perché il Comitato olimpico internazionale lo ha sempre ritenuto impossibile da raggiungere. E invece, quella piccola ginnasta romena ci riesce, ma sul tabellone appare un 1,00, proprio perché non c’è la doppia cifra prima della virgola. Il pubblico, estasiato dalla performance, rumoreggia e protesta, ma uno speaker precisa che Nadia ha ottenuto il Perfect Ten, il 10 perfetto. I commentatori sportivi fanno a gara per trovarle un appellativo gentile che la descriva, e così Nadia diventa la Fata dei Carpazi, una libellula o, come dirà il cronista italiano a Montreal, una “Farfalla fragile”, che dimostra di avere “nervi d’acciaio”. E in effetti, quel 10 perfetto non le mette pressione, visto che ottiene quello stesso punteggio ancora sei volte, alla trave e alle parallele. Alla fine si porta a casa tre medaglie d’oro, una d’argento e una di bronzo. Ancor prima di tornare in Romania, è diventata l’eroina nazionale del Paese, attesa all’aeroporto da qualcosa come 10mila persone. Lei, la bambina che porta al collo 5 medaglie, non capisce cosa sta succedendo, non si rende conto che tutte quelle persone sono lì per lei. Non se ne rende conto perché lei, che sa di essere brava, ancora non sa di essere leggenda. E magari avrebbe fatto volentieri a meno di tutte le attenzioni che da quel momento in poi le rivolge il presidente Ceausescu: viene spesso invitata nel palazzo di Bucarest, a feste e banchetti con personalità di spicco di altre nazioni, come simbolo del regime, lei che a 15 anni è già diventata “eroe del lavoro socialista”. Grazie a Nadia, tutto il mondo finalmente scopre l’esistenza di un paese sconosciuto ai più, e l’atleta diventa un mezzo attraverso cui fare propaganda al regime comunista, che non è solo una dittatura, è l’apoteosi del culto della personalità del leader. Perché Ceausescu non è solo il presidente della Romania, è il Conducător, equivalente romeno di “duce”, che ha manie da sovrano assoluto, tanto che arriva a farsi fare uno scettro “presidenziale”. E lo dimostra platealmente quando fa ritirare tutta la squadra di ginnastica dai campionati europei del 1977, in segno di protesta per le votazioni della giuria. In un contesto del genere, una personaggio simbolo come Nadia, deve essere tenuto sotto strettissima sorveglianza dalla polizia segreta, la Securitate. Lei, e tutti quelli che la frequentano. Proprio dai rapporti che la Securitate stilava ogni giorno su di lei, oggi sappiamo che, tornata dalle olimpiadi, Nadia si ribella a Karolyi, quando lui la insulta chiamandola “vacca medagliata”, oppure insulta (chissà poi perché) i suoi genitori, e si ribella anche alla rigida dieta che deve seguire per restare una leggera libellula, una farfalla quasi senza peso. La federazione di ginnastica, anche in base ai report della Securitate, decide di trasferire Nadia a Bucarest. Una ragazzina di 15 anni si ritrova improvvisamente sola in una città sconosciuta, mentre i suoi genitori stanno divorziando e il suo allenatore, che bene o male è stato il suo punto di riferimento per 10 anni, non può più seguirla. Niente più allenamenti con Karolyi, niente più dieta ferrea, in un momento cruciale anche per lo sviluppo fisico e psichico dell’atleta, la pubertà. Nadia sgarra, prova cibi fino ad allora proibiti, e ingrassa. Ma tutte queste circostanze, che avrebbero messo a rischio la sanità mentale di chiunque, non sono il suo problema maggiore. Il vero problema di Nadia ha un nome, Nicu Ceausescu. Nicu Ceausescu, terzogenito del dittatore romeno, è il “principe” di uno stato senza monarchia, è il “perfetto figlio del popolo”, è il “giovane sole rosso”. Peccato che sia anche molto altro: gioca d’azzardo e poi fa ripianare i suoi debiti dal padre, che attinge alle casse dello stato; è un alcolista cronico, che morirà di cirrosi epatica; è un megalomane a cui non si può negare nulla. Ed è, soprattutto, uno che vuole nel suo letto tutte le donne su cui mette gli occhi, senza ovviamente tenere conto della loro volontà. 

Forse non è sempre stato così, perché chi lo ha conosciuto da bambino lo descrive come timido e riservato, trattato con sufficienza dai fratelli maggiori, cosa che avrebbe rafforzato un complesso di inferiorità che si sarebbe portato appresso per tutta la vita. Forse sarebbe potuto essere solo un giovane scapestrato, ma la costante sorveglianza della madre Elena, vera anima nera del regime, probabilmente incide sulla sua psiche. Perché Elena Ceausescu pretende di avere, ed ha, voce in capitolo, sulle scelte personali del figlio, in particolare sui suoi legami sentimentali. Nicu incontra il suo grande amore intorno al 1969, quando ha 18 anni. Lei è Donca Mizil, di due anni più giovane e figlia di un importante funzionario del partito comunista. La relazione non sfocia in un matrimonio, perché Elena Ceausescu fa quanto in suo potere – e può tanto – per far finire quella storia. Perché Elena non sopporta Donca Mizil? Perché è, forse, una figlia adottiva, di cui non si conoscono le vere origini, e per questo non adatta a entrare nella famiglia presidenziale, che assomiglia sempre più a una famiglia reale, visto che Nicu è stato scelto come successore del padre. A quanto pare – la notizia fa parte di quelle sempre precedute da “si dice” – la signora Ceausescu costringe la ragazza ad abortire, addirittura all’ottavo mese di gravidanza, e quindi, alla fine, riesce a far lasciare i due ragazzi. Poi Nicu si innamora di una cantante bellissima, Janina Matei, che viene spedita in Italia da Elena Ceausescu, perché nemmeno lei le va bene. Le va bene una certa Poliana Cristescu, che viene messa alle dirette dipendenze di Nicu, nella speranza che scoppi l’amore. I due si sposano, il 10 dicembre 1983, ma non è amore, e meno di due anni dopo Nicu chiede il divorzio. In tutte queste girandole amorose, che prevedono anche moltissime avventure più o meno consensuali, si inserisce Nadia Comaneci, che a 15 anni è costretta a diventare la sua amante, o meglio, il suo giocattolo. Per cinque anni subisce abusi e maltrattamenti, che la precipitano in un buco nero su cui sappiamo poco. Forse tenta addirittura il suicidio, bevendo della candeggina, anche se lei poi ammetterà, anni dopo, di aver bevuto “solo” dello shampo, giusto per lanciare un grido d’aiuto da quel palazzo di Bucarest che il “principe” le ha regalato. Un palazzo dove lei vive sola, e da cui non può uscire se non scortata dagli agenti della Securitate, giusto per andare ad allenarsi. Ecco il punto: Nadia deve partecipare ai mondiali del 1978, ma è sovrappeso, è fuori forma, niente a che vedere con la farfalla di Montreal. Occorre rimediare, e così viene richiamato Karolyi, che stenta a riconoscerla. Dirà poi che Nadia “era grande quanto un mostro”, e noi ci asteniamo dal commentare un linguaggio del genere. E, comunque sia, il “mostro” vince una medaglia d’oro alla trave, una d’argento al volteggio, e un argento nella prova a squadre. Nonostante questi risultati, molti giornalisti stranieri profetizzano che la carriera di Comaneci sia prossima alla fine. E invece si sbagliano: nel 1979, Nadia si presenta in perfetta forma ai campionati europei, e vince tre medaglie d’oro e una di bronzo. Per la terza volta consecutiva vince l’oro negli esercizi combinati individuali, e per questo riceve in premio il trofeo originale, e non una replica. La sua, è una vittoria che ha il sapore della rivincita verso chi aveva criticato la sua forma fisica, l’anno precedente. Certo, non è più la leggera libellula di Montreal, non è più la bambina con i codini, ma una donna ricca di grazia e con la stessa grinta. Grinta che dimostra anche ai Mondiali del ’79, che però partono male, perché le si infetta una ferita, nel polso. E’ gonfia e dolorante, ma si esibisce lo stesso alla trave per far vincere l’oro alla sua squadra. Alle olimpiadi di Mosca del 1980, segnate dalle controverse decisioni dei giudici di gara, che favoriscono le sovietiche, Comaneci delude le aspettative di molti. Ma, come dice lei, “due ori e due argenti sono abbastanza buoni, no?” Il canto del cigno di Nadia Comaneci, come atleta, sono le Universiadi del 1981, a Bucarest, dove vince cinque medaglie d’oro, seguite da molte polemiche, perché in realtà la giuria è decisamente parziale. Nel 1981 c’è un evento che è molto più importante per la vita di Nadia, il “Nadia 81”, un tour di propaganda negli Stati Uniti, organizzato dal governo romeno per raccogliere fondi. Parte tutta la squadra, insieme a Bela Karolyi e sua moglie. Durante questo viaggio Nadia rivede Bart Conner, l’atleta che l’aveva baciata sulla guancia nel 1976. Lo trova simpatico e divertente, ma niente di più, anche perché ha ben altro di cui preoccuparsi. Marta e Bela Karolyi decidono di non tornare in Romania, e con loro anche il coreografo della squadra. Bela, senza scoprirsi del tutto, chiede a Nadia se le sarebbe piaciuto rimanere negli Stati Uniti, ma lei non raccoglie quel velato invito, e torna a casa. Per lei le cose peggiorano ancora, perché il governo teme una sua fuga. La sorveglianza si fa ancora più stretta e non può più andare all’estero. Nadia stessa racconta: “Ogni volta che la Federazione di Ginnastica mi metteva in una lista per viaggiare per qualche tipo di tour di propaganda, la lista tornava indietro con il mio nome barrato. Ero tagliata fuori dal guadagnare la piccola somma di denaro che aveva davvero fatto la differenza nella vita della mia famiglia. Ho iniziato a sentirmi come una prigioniera. In realtà, lo ero sempre stata.” Negli anni che seguono, Nadia praticamente scompare, fatta eccezione per la sua partecipazione, come ospite, alle olimpiadi di Los Angeles del 1984. In quegli anni allena le ragazze più giovani della squadra romena, ma quella condizione di “prigioniera”, ora che è una donna adulta, non riesce più a sopportarla. Vorrebbe scappare dalla Romania, ma non sa come fare. Nadia non può sapere che la voglia di libertà in tutti i paesi del blocco sovietico sta mettendo fine a una pagina di storia iniziata dopo la fine della seconda guerra mondiale. Il 9 novembre 1989 viene abbattuto il muro di Berlino, simbolo della repressione comunista, e da lì inizia il crollo dei regimi comunisti dell’est Europa. In Romania però, Ceausescu sembra ancora saldamente al potere, tanto che a fine novembre viene rieletto segretario generale del partito comunista. In pratica, la Romania è l’unico paese dove, apparentemente, non arriva a soffiare il vento del cambiamento, e poche notizie filtrano sul quello che sta succedendo fuori dal paese. Così Nadia decide di scappare, perché ha finalmente trovato qualcuno disposto ad aiutarla, un certo Constantin Panait, che in cambio di 5000 dollari promette di portarla fuori dal paese. Panait è di origine romena, ma vive negli Stati Uniti dal 1981. Grazie al passaporto americano riesce a rientrare in Romania, non per nostalgia del suo paese, ma per far scappare alcune persone. Nadia e Panait si conoscono il 14 novembre 1989, a una festa di compleanno. Ed è proprio lui a proporre la fuga a Nadia, che accetta di fare il salto più pericoloso della sua vita, ma solo dopo averne parlato con il fratello. La mattina del 28 novembre, la polizia di confine ungherese ferma sette persone, nei pressi di Kiszombor, e tra questi fuggiaschi c’è anche lei, Nadia Comaneci. Una vera sorpresa, o forse no? In realtà, molte persone della federazione di ginnastica si aspettavano da tempo quella fuga, anzi, si domandavano perché Nadia non fosse ancora andata via. Certo, Nadia era praticamente guardata a vista dalla polizia segreta, e viene da chiedersi come sia stato possibile che nessuno si sia accorto di quella rocambolesca fuga, che a raccontarla sembra un film: il gruppo marcia di notte per sei ore, non su strade battute ma attraverso un territorio coperto di neve. Nadia racconterà di aver saltato sette recinzioni di filo prima di raggiungere il confine. Lì devono rimanere in assoluto silenzio, ma se vengono scoperti non devono scappare, perché le guardie avrebbero sparato. Al di là del confine c’è una macchina che li aspetta, con un faro rotto, come segno di riconoscimento. Su tutta questa avventura sono nati racconti impossibili da verificare, racconti che parlano della complicità di alcuni militari della Securitate, e addirittura di Nicu Ceausescu, che avrebbe ordinato di non intervenire. Leggende? Forse sì, forse no. Di certo c’è solo il risultato, che è come un fulmine a ciel sereno per Ceausescu. Una radio ungherese trasmette la notizia già alle 8 di mattina del 28 novembre, e il giorno dopo Nadia, accompagnata da Panait, arriva a Vienna, dove chiede asilo politico all’ambasciata degli Stati Uniti. Il 30 novembre i giornali e le televisioni di tutto il mondo riportano quella notizia bomba, che rappresenta uno smacco enorme per il regime di Ceausescu. Intanto perché Nadia è ancora la persona più famosa della Romania, poi perché la fuga avviene attraverso l’Ungheria, con cui non il regime non ha buoni rapporti (per annosi problemi legati ai confini). Qualche giornalista ungherese dice addirittura che Nadia non è del tutto romena, perché i suoi genitori sarebbero ungheresi. La notizia è falsa, e subita smentita da Nadia e dalla sua famiglia. Oltre a questo, l’aspetto peggiore della fuga riguarda l’inefficienza della Securitate, che si è fatta scappare la donna più controllata di Romania. Comunque siano andate le cose, Nadia atterra all’aeroporto di New York il 2 dicembre 1989, attesa da una folla di giornalisti che, tra l’altro, le chiede se la sua fuga potesse avere conseguenze negative per Ceausescu. Lei risponde, giustamente, che non è affar suo. A distanza di un paio di settimane, in Romania iniziano le manifestazioni contro il regime, e la mattina del 25 dicembre 1989, il dittatore e la moglie vengono fucilati, a conclusione di una rivoluzione sanguinosa, l’unica rivoluzione cruenta nel contesto del crollo del comunismo. 

Per Nadia inizia quindi una nuova vita. E allora, tutto bene quel finisce bene? Non proprio, perché Nadia è in balia di Panait, che in pratica la sequestra per lucrare sulla sua fama organizzando dei tour negli Stati Uniti. Nessuno può avvicinarla, e lei può dire solo quello che lui le suggerisce, minacciandola di rispedirla in Romania se non fa come dice lui. Nemmeno Bela Karolyi riesce a mettersi in contatto con Nadia, Panait gli impedisce di vederla. Allora l’allenatore si rivolge a un suo connazionale, Alexandru Stefu, che vive a Montreal, chiedendo il suo aiuto. Stefu organizza un incontro a Montreal, con la scusa di un contratto per Comaneci, ma quando i tre si incontrano a casa di Stefu, Panait mangia la foglia e scappa, con tutti i soldi guadagnati fino ad allora da Nadia, qualcosa come 100 o 150 mila dollari.

Nadia viene accolta nella famiglia di Stefu, ma dopo pochi mesi l’uomo muore in un incidente, e lei si ritrova di nuovo sola. Per la verità, non del tutto sola, perché le è capitato di rincontrare Bart Conner, e non per caso. Conner, a inizio del 1990, scopre che Nadia parteciperà a un programma televisivo della CBS, e lui cosa fa? Si precipita dall’Oklahoma a Los Angeles, solo per rivedere Nadia, che in quel momento è ancora in balia di Panait. Lui si rende conto che la donna dei suoi sogni è in una situazione difficile, e le allunga il suo numero di telefono, per ogni evenienza. Così Nadia, dopo la morte di Stefu, lo chiama, e questa volta c’è davvero il lieto fine. I due iniziano a lavorare insieme, e poi nasce l’amore, che sfocia nel matrimonio, ad aprile del 1996. Nel 2006 nasce il figlio Dylan, e qui potrebbe concludersi la favola della Fata dei Carpazi. Resta da dire, invece, che Nadia Comaneci torna spesso in Romania, dove ha fondato un ospedale per bambini, mentre continua ad occuparsi di sport in ambito olimpico, e allo stesso tempo gestisce, insieme al marito, un’accademia di ginnastica con più di mille allievi. Insomma, non sta mai ferma, proprio come da bambina. Oggi però Nadia Comaneci è una donna solare, che sorride, sorride sempre. Forse, proprio per non perdere il sorriso, Nadia non vuole più parlare del suo passato, e come darle torto?

Sotto, alcune delle fonti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Nadia_Com%C4%83neci

https://www.wired.it/article/nadia-comaneci-storia-regime-karolyi-libro-polizia-segreta

https://thevision.com/intrattenimento/nadia-comaneci

https://www.corriere.it/sport/cards/nadia-comaneci-ha-60-anni-10-perfetto-4-ori-l-obbligo-amare-ceausescu-fuga-romania-l-impegno/incubo-ritorno.shtml

https://it.wikipedia.org/wiki/Nicu_Ceau%C8%99escu

Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.

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