Nascere in una famiglia ricca e potente non era sempre una gran fortuna, in quel periodo tanto luminoso a livello artistico quanto complicato a livello politico che è stato il Rinascimento. Guerre, lotte intestine, congiure a non finire, sono la realtà nella quale vivono tutti i “signori” dell’epoca, che devono difendere i loro domini da nemici esterni ed interni.

Oggi raccontiamo una storia di uno di quei signori, ma un po’ diverso rispetto agli altri. Parto dalla fine, da quando Astorre è assediato a Famagosta, a Cipro, ed è praticamente certo che non rivedrà mai più la moglie, che ama tantissimo, e il figlio a Venezia. Le scrive riguardo al bambino: “Desidero che egli impari il ben vivere, e poi lo studio delle buone lettere, che l’uno lo renderà buono, l’altro perfetto. Provvedetelo per questo di buoni maestri, i quali, agendo con benevolenza, si facciano amare anziché temere”. In un’epoca in cui si insegnava il coraggio con la cattiveria e la cinghia, le buone maniere con le botte, Astorre Baglioni è stato un uomo sensibilissimo, e non per questo meno coraggioso o indomito in battaglia come (spero) di farvi scoprire oggi. Prima di cominciare però vi ricordo che qua sotto ci son tanti tasti, spingeteli e sostenete la nostra divulgazione culturale. Il fiero e buon Astorre II Baglioni ve ne sarebbe grato. Grazie mille a tutti.

Astorre II Baglioni

Astorre II nasce a Perugia il 3 marzo 1526. Suo padre è Gentile Baglioni, mentre la madre è Giulia Vitelli, che viene ricordata dalla storia solo per la sua appartenenza a una famiglia di condottieri. Oltre al padre, anche il fratellastro Alessandro è un capitano di ventura, uno dei più famosi dell’epoca.

Quando Gentile muore, ospita la sorella Giulia a Città di Castello dove, alla morte di Orazio Baglioni, la raggiungono i due figli. La loro strada è segnata: diventeranno due soldati, addestrati dallo zio Alessandro. Nel 1542 Astorre e Adriano seguono lo zio in Ungheria, dove da molti anni gli Asburgo tentano di contrastare l’avanzata degli ottomani. Lo zio guida un contingente di 3.000 fanti, ma la cosa strana – per la mentalità di oggi – è che 300 di questi fanti sono al comando dei giovanissimi nipoti, che hanno una quindicina d’anni.

Anche se le armate cristiane saranno costrette a ritirarsi, Astorre si fa notare sul campo, perché riesce a tenere a bada dei nemici che tentano una sortita. In Ungheria Astorre ha a che fare per la prima volta con gli ottomani, con i quali si scontrerà più volte e poi fino all’ultimo sangue a Cipro, durante l’assedio di Famagosta. Prima però ci sono molte altre battaglie da combattere, e una vita da vivere, divisa tra incarichi importanti, la passione per la poesia e un grande e contrastato amore, quello per Ginevra Salviati.

Quando rientra in Italia, Astorre prima entra al servizio del duca di Parma, poi partecipa alla guerra di Smalcalda, – contro i luterani – tra le fila dell’esercito dell’imperatore Carlo V. Nel 1547, Astorre è a Roma. Il papa è Paolo III, un vecchio amico di Alessandro Vitelli, che aveva raccomandato Astorre alla sua benevolenza.

E comunque, il giovane soldato aveva partecipato alla guerra contro i protestanti, voluta proprio da Paolo III, e magari non aveva bisogno di raccomandazioni. Baglioni diventa il governatore di Roma, un incarico che mantiene per tre anni. Proprio grazie a questa carica può frequentare la nobiltà romana, e d’altronde anche lui è nobile, ma di quella nobiltà squattrinata che non lo rende un buon partito, almeno non per le fanciulle di ricche casate. E di chi si innamora perdutamente il giovane Astorre? Proprio di una fanciulla che non è alla sua portata, dal punto di vista economico: Ginevra Salviati.

Ginevra è bellissima, colta ed energica. Tutte qualità che si ricavano solo attraverso quello che sarà poi scritto su Astorre Baglioni. Di lei, in realtà, si sa molto poco, se non che viene da una famiglia importante, i Salviati, che è imparentata con i Medici di Firenze. Lorenzo il Magnifico è il suo bisnonno, mentre il nonno paterno è il ricchissimo banchiere fiorentino Jacopo Salviati, che si era trasferito a Roma.

La madre di Ginevra è una Conti, famiglia dell’alta aristocrazia romana, che fornisce ai Salviati quella patente di nobiltà che ancora mancava. Insomma, Ginevra è destinata a un matrimonio di convenienza, con un rampollo di pari dignità, sia economica sia sociale. Lei porterà al futuro marito una dote consistente, di oltre 20mila ducati, una cifra enorme. E invece, tra Ginevra e Astorre scocca il classico colpo di fulmine.

Ma i parenti di Ginevra non vogliono nemmeno sentir parlare di quel matrimonio: gli zii paterni – il padre era già morto – si oppongono in tutti i modi, ma l’ostinazione della ragazza alla fine vince su tutto, anche se la dote viene ridotta a 14mila ducati. Ginevra Salviati e Astorre Baglioni si sposano alla fine del 1550, forse grazie anche a una parola buona messa da papa Paolo III.

Il loro è un matrimonio d’amore, nel senso moderno del termine, basato anche sulla passione per l’arte e la letteratura. Perché Baglioni non è un rude soldato, come ci si potrebbe aspettare, ma è un uomo colto e raffinato, che ama comporre versi. Intanto, prima di sposare Ginevra, agli inizi del 1550, Astorre partecipa a una spedizione sulle coste d’Africa, per dare la caccia al corsaro barbaresco Turgut Reis, meglio conosciuto come Dragut, “la spada vendicatrice dell’islam”.

Dragut imperversa da molti anni nel Mediterraneo occidentale, anche se aveva passato 4 anni ai ferri, nelle galee dei genovesi. Torna libero dietro pagamento di un riscatto enorme (3.500 ducati d’oro), ma i liguri se ne pentiranno, perché nel 1545 e negli anni a venire, la vendetta di Dragut sarà terribile. Il corsaro attacca praticamente ovunque, nel Tirreno, in Liguria, in Toscana, in Campania, in Corsica, in Sardegna, in Sicilia, e poi fino alla Spagna e sulle coste del Nord Africa, dove conquista un piccolo villaggio affacciato sul mare, Mahadia, che ha una posizione strategica fondamentale.

Ma non solo. Il villaggio è fortificato da due cerchia di mura, e risulta quasi imprendibile, sia da terra sia da mare. L’imperatore Carlo V, che già deve tenere a bada gli ottomani nei Balcani, deve assolutamente contrastare Dragut per il pericolo che rappresenta per le navi cristiane. Allora organizza una spedizione, comandata da Andrea Doria, a cui partecipano forze dello Stato Pontificio e dei Cavalieri di Malta. Sono presenti anche navi fornite dai viceré di Napoli e di Sicilia. Agli ordini dell’ammiraglio pontificio, Carlo Sforza, c’è anche Astorre Baglioni, che comanda le truppe di fanteria. Grazie a un suo suggerimento, i cristiani riescono a conquistare Monastir, che è poco più a nord del loro obiettivo.

Intanto Dragut scorrazza nelle acque spagnole, mentre a difendere Mahdia c’è suo nipote, Hesar, che aveva previsto l’assedio e riempito la città di cibo e bestiame. La flotta cristiana passa all’attacco del villaggio, difeso da esperti soldati turchi. La conquista di Mahdia si rivela più difficile del previsto, anche perché, a terra, i cristiani devono vedersela con bande di beduini che sostengono gli ottomani. Dragut decide di andare ad aiutare la difesa disperata del nipote, ma alla fine si rende conto che non può farcela a vincere, in una battaglia che si combatte a terra. Così abbandona il campo, e si ritira a Djerba, mentre Mahdia viene alla fine conquistata dai cristiani, a settembre del 1550. Astorre Baglioni è in prima fila durante la presa del villaggio, tra le mura crollate e i soldati turchi che combattono fino allo stremo. Riesce anche a salvare la vita a un celebre condottiero dell’epoca, Giordano Orsini, dopo che un cavaliere berbero lo aveva disarcionato e colpito con una lancia a un braccio. Baglioni, a spada sguainata, affronta il cavaliere nemico e quello scappa via al galoppo.

Il valore che dimostra in questa impresa, e probabilmente anche il bottino che guadagna, sono un ottimo biglietto da visita per ottenere la mano della bella Ginevra, che infatti sposa alla fine dell’anno. 

Poi, come spesso succede ai condottieri dell’epoca, Baglioni si trova a combattere contro chi aveva difeso fino a poco prima: nel 1551, durante la guerra di Parma, è nelle fila dei Farnese, contro il papato e l’imperatore. Preso prigioniero e trasferito a Castel Sant’Angelo, alla fine Baglioni deve accettare di tornare a combattere a Parma, ma nelle truppe pontificie.

Durante l’assedio di Mirandola, che viene descritta come “fortezza imprendibile”, Baglioni viene ferito in modo grave, ma forse non gli dispiace troppo, perché è una buona scusa per rompere gli impegni presi con il papa. Questo non significa che lui abbia intenzione di lasciare il mestiere delle armi, perché si mette al soldo della Serenissima, la ricca Repubblica di Venezia.

Nei primi anni, più che per le sue doti da condottiero, Baglioni viene apprezzato per le sue capacità di architetto militare, visto che è lui ad occuparsi delle fortificazioni di Udine, Peschiera, Bergamo e Padova. Tra il 1563 e il 1566, Astorre è governatore a Verona, dove nasce il figlio Guido. Anche a Verona si fa apprezzare per qualcosa che va al di là dei suoi compiti: fonda l’Accademia dei Filotimi. Quell’accademia, il cui nome, significa “amanti dell’onore”, serve a educare i giovani della nobiltà veronese alla “arte della cavalleria”. Che per lui non significa solo saper andare a cavallo e tirar di scherma, ma anche avere una certa cultura di base. E allora i cadetti devono studiare storia, matematica, astronomia e geografia. L’accademia chiuderà nel 1797, quando la Serenissima deve cedere il passo ai francesi di Napoleone, ma dopo la morte di Baglioni aveva comunque perso di vista lo scopo iniziale. 

Detto tutto questo, è facile immaginare quanta stima avesse il governo di Venezia per Baglioni, che diventa governatore di Corfù e poi, nel 1569, di Nicosia, nell’isola di Cipro. Cipro è un dominio della Serenissima dal 1489, anno in cui la strappa all’ultima “regina di Cipro”, Caterina Cornaro, che peraltro è veneziana e regna sull’ultimo stato crociato ancora esistente.

Venezia vuole Cipro perché è di fondamentale importanza per i suoi commerci. Ma deve vedersela con i vicini, i Turchi dell’impero ottomano, che fanno spesso incursioni e razzie sull’isola. E magari, prima o poi, possono provare a conquistarla. Venezia allora provvede a fortificare Nicosia, che è il centro amministrativo dell’isola e conta circa 25 mila abitanti fra veneziani e Greci, e anche Famagosta, città sontuosa abitata da ricchi mercanti con circa 10 mila persone, e poi Kyrenia, dove c’è già una fortezza crociata. Baglioni per prima cosa si occupa delle fortificazioni di Famagosta, dove collabora con il governatore della città, Marcantonio Bragadin. A Nicosia, invece, trova da ridire con Nicolò Dandolo, che è la maggiore autorità di Cipro, ma non è un grande esperto di guerra. Baglioni se ne torna a Famagosta, e Dandolo si pentirà amaramente di quello scontro.

La situazione a Cipro

Il sultano ottomano dell’epoca è Selim II, figlio di Solimano il Magnifico. Questi si sente oppresso dai paragoni con il grande padre e per di più non gode della stima della nobiltà e dei sudditi, perché è alcolizzato e omosessuale. In compenso sa scegliere i suoi collaboratori – gente di altissimo livello – e già questo è un grande pregio. Comunque ha bisogno di dimostrare il suo valore, cosa che in parte ottiene con la Pace di Adrianopoli, conclusa con l’imperatore asburgico Massimiliano II. A Cipro pensa di vincere facile perché, tutto sommato, è convinto di non incontrare una grande resistenza.

Lo pensa perché, secondo lui, alla fine Venezia preferirà cedere Cipro piuttosto che investire grandi risorse in una guerra – e la guerra costa davvero tanto – per un dominio tanto lontano e troppo vicino ai Turchi. Cipro si trova tanto vicino all’Impero Ottomano che i veneziani pagano al sultano un tributo di 8mila ducati d’oro all’anno. Ma l’investimento sulla guerra vale anche per Selim: costa tanto anche a lui e poi, con i Veneziani di Cipro, i Turchi fanno ottimi affari. Ma per il sultano è una questione di prestigio, di riaffermazione di sé, e quando ci sono di mezzo queste cose qualsiasi considerazione economica passa in secondo piano.

Siamo ai primi di gennaio del 1570, e l’ambasciatore della Serenissima a Costantinopoli – Marcantonio Barbaro – informa il suo governo che il sultano sta allestendo una grande flotta. Brutto segno, che abbia in mente una guerra con Venezia? La risposta degli ottomani è rassicurante: “Ma no, stiamo andando i soccorso dei Moriscos, i musulmani di Spagna perseguitati da Filippo II”.

E invece, il 28 marzo si presenta a Venezia un ambasciatore di Selim che chiede la consegna di Cipro. Non va per il sottile: “Noi vi chiediamo Cipro, e ce la darete con le buone o con le cattive; e guardatevi bene dall’attirare su di voi la nostra orrenda spada, perché sarà guerra crudele su tutti i fronti“. A quale titolo il sultano fa una richiesta del genere? Beh, intanto perché, in un periodo lontano nel tempo, l’isola era stata islamizzata (molto prima del regno crociato) – argomento che è un po’ debole in verità – e poi perché lì a Cipro si nascondono i corsari cristiani, e Venezia lascia correre, malgrado gli accordi di “estradizione” che vigevano con gli ottomani. 

L’ambasciatore viene cacciato via da Venezia, lo fanno uscire da una porta segreta perché rischiava il linciaggio della popolazione, anche se in realtà la guerra con i Turchi, per la lontana Cipro, non è che sia gradita proprio a tutti. Ma anche per la Serenissima è una questione di prestigio. Venezia però non può andare in guerra da sola contro gli ottomani, non potrebbe farcela. Il Doge Alvise Mocenigo chiede aiuto e il papa Pio V mette di mezzo il sovrano spagnolo, Filippo II. L’alleanza tra la Serenissima e la Spagna consentirà, dice il papa, di “romper le corna a quell’indomita bestia”, che sarebbe Selim II.

Ma mentre la Spagna e Venezia si mettono d’accordo – e non è per niente facile, visto che bisogna decidere chi comanderà la flotta e sopratutto come spartirsi le spese – i Turchi passano alle vie di fatto: sbarcano a Cipro. E’ il 1° luglio del 1570. 

La flotta veneziana si è mossa, con 50 galee, già il 3 aprile. Ma durante la sosta a Zara, in attesa di altre navi, scoppia una terribile epidemia di tifo, che si porta via buona parte degli equipaggi. Il Capitano generale da Mar (il comandante supremo) Girolamo Zane, riesce ad arrivare a Corfù solo a fine giugno, ma non trova la flotta spagnola, comandata dal genovese Gianandrea Doria, che avrebbe dovuto essere lì ad aspettarlo. Tra ritardi più o meno voluti, la flotta composta dai veneziani, da Doria, e da 12 galee del papa, arriva a Creta solo il 31 agosto. Riparte diretta a Cipro a metà settembre, solo per scoprire che Nicosia è già caduta in mano ai Turchi. A quel punto avrebbero potuto fare rotta su Famagosta, ma Doria si tira indietro: si avvicina la cattiva stagione e non si può rischiare di perdere le galee, che costano un patrimonio. La flotta se ne torna in Italia e abbandona al loro destino i difensori di Cipro.

Intanto, cosa era successo sull’isola? Gli ottomani, comandati da Lala Kara Mustafa Pascià, sbarcano alle Saline, sulla costa meridionale, e poi puntano su Nicosia. Ma le truppe, come si può immaginare per il tipo di navi dell’epoca, sbarcano un po’ alla volta e non tutte insieme. E man mano che sbarcano, marciano verso la capitale. Insomma sono truppe divise, che forse si sarebbero potute fermare, se solo Dandolo avesse avuto il coraggio di affrontarle in campo aperto, mentre non si erano ancora riunite. E invece il veneziano, che è un uomo prudentissimo, preferisce asserragliarsi in città, confidando nelle nuove fortificazioni e nell’arrivo della flotta veneziana. L’assedio di Nicosia inizia il 22 luglio e finisce l’8 settembre, con la caduta della città. Dandolo prova anche a trattare la resa con Mustafa Pascià, ma non è nelle condizioni e finisce decapitato, insieme ad altri comandanti. Non approfondisco quanto di orrendo succede a Nicosia, perché è lo stesso copione che si ripete ovunque, in ogni guerra. I conquistatori, di qualsiasi etnia o religione, compiono sempre dei massacri, allora come oggi.

Già quando cade Nicosia Astorre Baglioni fa una delle sue prodezze, iniziando a diventare l’incubo delle truppe ottomane. Organizza una carovana di 15 carri anonimi, in modo che i turchi li pensassero rifornimenti alla città, mentre all’interno si nascondono centinaia di soldati. Il gruppo si avvicina a Nicosia e i turchi si avvicinano ai carri per depredarli, forse disarmati e poco attenti, e a quel punto Baglioni dà l’ordine: attaccate in massa i soldati turchi e ammazzateli tutti. Quel giorno di settembre del 1570 muoiono 100 soldati cristiani, ma con sé portano nella tomba la bellezza di 2.000 guerrieri ottomani.

L’assedio di Famagosta

Dopo aver conquistato Nicosia Mustafa Pascià intima a Marcantonio Bragadin a Famagosta di arrendersi, come avevano già fatto altre città, ad esempio Limisso e Larnaca. Per convincerlo gli manda un carniere di pernici, accompagnato dalla promessa di non torcere un capello a nessuno, dopo la resa pacifica. Bragadin rifiuta l’offerta, e rimanda indietro il carniere di pernici.

Allora, al posto dei volatili, Mustafa manda un orrendo trofeo: la testa di Dandolo, e potete immaginare in che stato fosse, visto che era passato circa un mese dalla sua morte. Mustafa precisa anche, tanto per essere chiaro, che tutti gli abitanti sarebbero stati trucidati – come quelli di Nicosia – se Bragadin non si fosse arreso. La speranza di chi si difende è che dalla madrepatria, da Venezia, arrivino navi e navi cariche di uomini, munizioni e provviste, che li salvino dai turchi, dagli infedeli, cui sarebbe impossibile arrendersi senza perdere il proprio onore. Li aspetteranno fino alla fine, fino quasi all’ultimo giorno di assedio, ma a parte un minuscolo contingente da Venezia non arriverà nessuno in grado di ribaltare le sorti della battaglia.

Marcantonio Bragadin risponde a quella prima richiesta: “Non ti cediamo la città, perché è una cosa che non possiamo e dobbiamo fare, per mantenere l’onore della Repubblica”. Anche il vescovo esorta tutti a rimanere fedeli a Venezia, a difendere la cristianità.

La differenza di forze in campo però è troppa: i soldati ottomani sono circa 80mila, che nei mesi successivi diventano forse più di 200mila, mentre a difendere Famagosta ci sono solo  7 mila uomini, fra veneziani e greci. Ma siamo ormai a ottobre, e l’inverno non è una stagione per combattere. Lala Mustafa smobilita parte del suo esercito e si limita a tenere sotto assedio la città. Intanto a Famagosta, a gennaio del 1571, arriva il minimo sindacale degli aiuti che Venezia è disposta a fornire: 16 galee che portano viveri e 1600 uomini, a cui se ne aggiungeranno altri 800 nel mese di marzo. Una goccia rispetto all’oceano dei musulmani.

Arriva la metà di marzo, e gli ottomani iniziano a fare sul serio, con tutta la forza della loro artiglieria. Scavano trincee, e poi gallerie che passano sotto le mura della città, dove piazzano delle mine. E intanto bombardano dall’alto di colline artificiali. Famagosta viene ridotta in macerie, i morti sono chissà quanti, ma ancora resiste, perché i veneziani riescono addirittura a fare delle sortite all’esterno. In tutto questo Astorre Baglioni è il vero protagonista, anche se di lui si parla molto meno rispetto a Marcantonio Bragadin, che pagherà cara la sua ostinata resistenza, ma per questo vi rimando al video dedicato.

Astorre Baglioni, lì a Famagosta, dimostra di essere uno dei più valorosi uomini d’arme del suo tempo, e forse non solo. Tenta una prima difesa di Cipro appena i Turchi sbarcano alle Saline, ma viene lasciato solo, e deve tornarsene a Famagosta. Lì fa quello che può per contrastare il nemico: avvelena i pozzi esterni, brucia i raccolti e attacca gli accampamenti nemici isolati dal resto delle truppe ottomane.

Poi Nicosia cade e lui deve asserragliarsi a Famagosta con circa 8mila uomini (compresi gli ultimi arrivi) e 90 pezzi di artiglieria. A febbraio le navi veneziane lasciano la città, perché sta arrivando la flotta ottomana e potrebbero sbaragliarle. E lui quale altro stratagemma inventa? Ordina a tutti i soldati e ai civili di nascondersi, di non farsi vedere sulla mura.

Gli ottomani sono perplessi: vuoi vedere che i veneziani sono tutti scappati via con le navi? E così si avvicinano. E’ quello che aspetta Baglioni, che prima li fa prendere di mira dall’artiglieria e poi li carica con la cavalleria. Questa imprudenza costa agli ottomani 2.500 morti.

Poi l’assedio diventa una cronaca di attacchi che Baglioni e i suoi uomini riescono in qualche modo a respingere, e che provocano moltissimi morti tra i nemici. Ma intanto, a Famagosta, scarseggiano i viveri e le polveri. Già il 14 aprile, 5.000 “bocche inutili”, ovverosia donne, bambini e anziani, erano state evacuate dalla città. 5.000 persone in balia di Mustafa Pascià, che si mostra benevolo e le lascia libere di stabilirsi dove vogliono. Poi, giusto per far capire il clima che si respira, si può raccontare di una litigata, avvenuta a metà maggio, tra Bragadin e il capitano Mario Compagnone da Macerata.

Compagnone mette in discussione l’operato di Bragadin sulla gestione delle polveri, che già scarseggiano, e finisce sventrato, così su due piedi, per mano dello stesso Bragadin. I combattimenti vanno avanti, gli assedianti attaccano ancora e ancora, e i cristiani resistono, a ogni costo. In tutto muoiono più di 80.000 soldati ottomani e quasi tutti i cristiani, altre 7000/7500 persone. Mustafa Pascia alza quasi ogni volta la bandiera per il concordato, per non spargere del sangue che pensa, anzi è sicuro, che sia completamente inutile. Ma Bragadin rifiuta le offerte di Pascià, è certo che arriverà in soccorso la flotta veneziana, e il turco in realtà offre quella resa perché ha paura che arrivi davvero la flotta cristiana.

Gli ottomani attaccano continuamente. Fanno assalti il 21 e il 29 giugno, poi a luglio il 9, il 14, il 30 e il 31. I guastatori scavano cunicoli ovunque per tentare di distruggere le difese della città, ma dall’interno Astorre Baglioni tenta di farne morire schiacciati quanti più  possibile. Lo schema è questo: dall’esterno gruppi di uomini, i “guastatori” scavavano cunicoli sotto le mura per poi riempirli di esplosivo e far saltare dalle fondamenta le mura. Ma gli assediati tentano di scovare il cunicolo prima che arrivi sotto alle fortificazioni facendolo esplodere con tutti i guastatori che si trovano all’interno, che rimangono uccisi come topi. Baglioni, Bragadin e gli altri comandanti tentano di uccidere in questo modo quanti più turchi possibile. Ne muoiono a migliaia, ma muoiono anche tanti cristiani che si trovano nei paraggi. Nello scoppio più drammatico muoiono almeno 1.500 turchi ma anche 150 cristiani. La scelta, in quel caso, era stata di sacrificare i compagni per infliggere un duro colpo ai nemici.

Nel corso dei mesi gli assalti sono spietati, e la difesa è spietata. Astorre Baglioni ha brillato per coraggio e furbizia, per esser riuscito con le sue sortite a cavallo nell’uccidere migliaia di ottomani. E ogni volta è tornato indietro al forte, a quella Famagosta che era difesa da mura perfette, (quasi) impenetrabili. Ma gli ottomani sono troppi, e i cristiani hanno finito le munizioni, il cibo, la gente. A fine luglio dentro le mura ormai distrutte sono asserragliati circa 500 soldati (ne sono già morti 7.500), 500 che si stanno preparando all’ultimo assalto, quello finale.

Un prigioniero cristiano a quel punto riesce a scappare dall’accampamento ottomano e raggiunge la città. Racconta che gli ottomani sono terrorizzati perché è stata avvistata un’imponente flotta a nord dell’isola. Bragadin esulta, ma lui di flotte non ne ha vista nessuna. Dall’accampamento turco si alza la bandiera per discutere il trattato, e Marcantonio accetta di parlare. Lui e Baglioni non vorrebbero arrendersi, ma i nobili greci dentro la fortezza gli impongono di farlo. Non ha senso morire tutti, abbiamo già dimostrato il nostro valore.

Bragadin firma la resa al Pascià, una resa che ha però delle condizioni, come la salvezza dei soldati, compresi i comandanti. Per qualche giorno Mustafa Pascià mantiene le condizioni di resa, i civili vengono imbarcati su alcune navi per essere portati in salvo, ma poi le cose cambiano. Chissà cosa succede di preciso? Forse non ha più paura della flotta veneziana, forse scopre che la resa è arrivata quando a Famagosta non c’era più niente da mangiare, né polveri da far esplodere. Sappiamo per certo che quando i turchi entrano in città, della quale Bragadin ha consegnato le chiavi al Pascià, i cristiani si stupiscono della marea umana di gente che aveva a disposizione l’esercito ottomano, mentre i musulmani non riescono a credere di esser stati tenuti in scacco da così pochi cristiani.

Mustafa non prende bene tutta la situazione, perché lui ha perso al minimo 50mila uomini (ma le fonti ipotizzano fino a 80mila morti), e anche un figlio, giusto qualche giorno prima della resa. E in più salta fuori che i prigionieri turchi sono stati tutti uccisi, il che sembra plausibile perché mantenerli in vita avrebbe obbligato gli assediati a morire di fame. Comunque, Mustafa perde del tutto la pazienza quando Bragadin si rifiuta di lasciare un nobile veneziano in ostaggio, cosa che effettivamente non era prevista nelle condizioni di resa. Il rifiuto scatena l’ira funesta di Mustafa, che forse, e bisogna sottolineare forse, provoca di proposito Bragadin, per avere il pretesto di fare quello fa. Invita Marcantonio, Astorre Baglioni, Luigi Martinengo e altri notabili nella sua tenda fuori dalla città. All’inizio è cordiale, ma poi esplode di rabbia parlando dei prigionieri trucidati.

Bragadin fa la fine peggiore, che non sto a raccontare perché ne ho parlato nel video dedicato, mentre Astorre Baglioni viene decapitato sul posto, quasi a sorpresa, e con lui muoiono quasi tutti i superstiti di Famagosta. Una fine già scritta, di cui Baglioni era consapevole come dimostra una lettera inviata alla moglie, dove le raccomanda l’educazione del figlio, perché è sicuro di non rivederlo.

“Desidero che egli impari il ben vivere, e poi lo studio delle buone lettere, che l’uno lo renderà buono, l’altro perfetto. Provvedetelo per questo di buoni maestri, i quali, agendo con benevolenza, si facciano amare anziché temere”. Ecco, questo era Astorre II Baglioni, un personaggio troppo poco ricordato nei libri di storia. Ma chiudo questo racconto facendo un cenno anche a sua moglie, Ginevra Salviati, che non rimane con le mani in mano mentre il marito rischia la vita a Famagosta.

Davanti ai senatori, Ginevra in sostanza dice qualcosa del genere: – Ma come, voi abbandonate così i vostri difensori e mio marito, che ha fatto l’impossibile per lo Stato? – E poi minaccia di rivolgersi alla città di Calvi, in Corsica, che è sotto il dominio di Genova, storica antagonista della Serenissima.

Davanti al Senato Ginevra non è sola: con lei ci sono una quarantina di nobildonne e una folla di donne del popolo, accumunate dalla disperazione per i loro uomini a Cipro. A nome di tutte, Ginevra chiede conto del sangue dei mariti e dei figli che, dice, ricadrà sulle “vostre mani e le vostre coscienze”. Ma Ginevra non si limita a questo: vende gioielli e beni privati per armare delle navi da mandare a Famagosta. E su una di quelle navi vuole esserci anche lei. Di fronte a tanta determinazione, il Senato si decide a organizzare i soccorsi, ma è ormai troppo tardi. Famagosta è già caduta, e il sangue dei vinti sarà vendicato poco dopo, a Lepanto. Ma questa è un’altra storia.

Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.

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