Una distesa infinita di pini silvestri, betulle e larici: questa è la taiga siberiana, un territorio tanto esteso quanto inospitale, dove i pochi giorni d’estate, quando la natura pare diventare amica dell’uomo, non possono compensare il freddo del lunghissimo inverno, durante il quale le temperature scendono fino a 50 gradi sotto lo zero.

Fonte immagine: Wikimedia Commons/ Elkwiki 

Nell’estate del 1978, sorvolando questa immensa landa popolata da orsi e lupi, il pilota di un elicottero che trasportava una spedizione di geologi, avvistò qualcosa che non doveva esserci. Vicino al confine con la Mongolia, in una stretta valle attraversata da un torrente senza nome che corre tumultuoso verso il fiume Abakan, una piccola radura coltivata sul fianco di una montagna mostrava evidenti i segni di una presenza umana, a più di 250 chilometri di distanza da qualsiasi area abitata. Secondo le autorità sovietiche, nessuna presenza umana risultava registrata in un luogo tanto ostile.

I geologi, d’accordo con il pilota, decisero di scoprire chi si nascondesse laggiù, in mezzo ad un nulla abitato solo da pini e betulle. Trovarono una capanna di legno, che chiamare misera suonava come un eufemismo: era costituita da una sola stanza, più simile ad “un canile basso fatto di tronchi, annerito dalla fuliggine, freddo come una cantina”, che per pavimento aveva bucce di patate e gusci di pinoli. Entrare nella capanna, piena di muffa e sporca oltre l’inverosimile, fu per gli improvvisati esploratori come fare un tuffo indietro nel tempo, fino al medioevo. Un uomo anziano, vestito con indumenti rattoppati fatti di tela grezza, con capelli e barba incolti, viveva lì con i suoi quattro figli, due maschi e due femmine.

Karp Lykov con la figlia Agafia


Lentamente, nel corso di successive visite, venne fuori la storia della famiglia Lykov

Karp Lykov era il patriarca, che apparteneva ad una setta cristiana ortodossa conosciuta come “i vecchi credenti”, ancorata a precetti risalenti al XVII secolo. Setta già perseguitata dagli zar, quando questi sovrani non proprio illuminati decisero che la Russia dovesse essere modernizzata anche “tagliando la barba dei cristiani”. Non andò meglio con i bolscevichi, anzi: molti “vecchi credenti” si erano volontariamente esiliati in lontani villaggi della Siberia, per sfuggire alle persecuzioni. Ma non bastò: nel 1936, una pattuglia di rivoluzionari uccise il fratello di Karp, che prese una decisione estrema: rifugiarsi nella foresta insieme alla moglie Akulina, al figlio Sevin di nove anni e alla figlia Natalia, di appena due. Nel corso del tempo la famiglia si allargò, con altri due figli nati praticamente allo stato selvaggio: Dmitry (1940) e Agafia (1943).

Dmitry (a sinistra) e Sevin Lykov

Nessuno di loro aveva mai avuto contatti con altri esseri umani per oltre quarant’anni, fino all’arrivo dei geologi.

Natalia e Agafia (a sinistra) Lykov

La famiglia Lykov ha vissuto in totale isolamento, ignara di quanto accadeva nel mondo, per quattro decenni, senza avere consapevolezza di null’altro se non del gelido ambiente siberiano. Le durissime condizioni di vita forse erano pienamente avvertite solo ai genitori ed in qualche misura dal figlio maggiore, ma gli altri non conoscevano possibilità diverse. Sopravvivere in un ambiente così ostile senza avere nessun contatto con il mondo esterno è quasi impossibile: dopo che le due pentole di metallo, portate con loro dalla civiltà, furono completamente arrugginite, la famiglia non aveva nessun recipiente dove cucinare; quando le scarpe si consumarono, dovettero fare delle calzature con corteccia di betulla, mentre i vestiti venivano realizzati con la canapa, lavorata con un telaio portato dalla loro vita precedente (gli indumenti indossati nelle foto furono loro regalati dai geologi).
Ma il problema maggiore era la fame, perenne. Poche volte Dmitry riusciva a procurare della carne mettendo delle trappole, per il resto la dieta era costituita da “radici, erba, funghi, patate e corteccia”. Nel 1961, una nevicata estiva uccise tutto ciò che la famiglia aveva coltivato, tanto che Akulina decise di lasciarsi morire di fame, per dare ai figli una possibilità di sopravvivere.

Nonostante le quasi insostenibili condizioni di vita, i Lykov inizialmente rifiutarono qualsiasi cosa venisse loro offerta dai visitatori, tranne il sale. Con il tempo accettarono coltelli, forchette, grano e alla fine anche carta e penna, una torcia elettrica. Purtroppo però, la vicinanza con altri esseri umani non fu così benefica per la famiglia: tre dei quattro figli morirono nel 1981, a pochi giorni l’uno dall’altro. Natalia e Savin se ne andarono per un’insufficienza renale, dovuta probabilmente al tipo di alimentazione. Dmitry, che per anni aveva corso a piedi nudi sulla neve durante l’inverno siberiano, morì di polmonite, trasmessa probabilmente da uno dei suoi nuovi “amici”. Nonostante la possibilità di essere trasportato in elicottero all’ospedale, lui rifiutò, per rispettare i precetti della sua religione: “Un uomo vive per qualunque cosa Dio conceda”, sussurrò prima di morire.

Karp e Agafia, gli unici sopravvissuti della famiglia Lykov, rifiutarono di tornare alla civiltà. Il vecchio padre morì poi nel 1988, e oggi rimane solo Agafia, irremovibile nella sua decisione di continuare a vivere da sola nella taiga, là sopra il fiume Abakan, dove volano libere le aquile.

Fonte immagini/articolo: Smithsonian

Categorie: Attualità

Annalisa Lo Monaco

Annalisa Lo Monaco

Appassionata di arte, romanzi gialli e storia, ha scoperto che scrivere può far viaggiare tutto il mondo da una sedia!