22 maggio 1960, ore 7:10: un aereo della compagnia El Al atterra in Israele con un passeggero che potremmo definire “di riguardo”. Siamo molto oltre la fine della seconda guerra mondiale. La Germania non ha ancora conosciuto il muro di Berlino ma in Italia c’è già il boom economico, gli Stati Uniti corrono negli anni del benessere e l’Argentina non è più sotto la dittatura di Juan Peron da almeno 5 anni. L’Argentina appunto, è da lì che arriva quell’aeroplano con un passeggero speciale. Si chiama Adolf Eichmann, definito l’architetto dell’olocausto.
Perché architetto? Perché si è occupato degli aspetti logistici e organizzativi della “Soluzione Finale”, dello sterminio degli ebrei nei campi di concentramento, dopo averli deportati da tutti i paesi occupati dalla Germania Nazista. Un lavoro che svolge scrupolosamente, senza farsi domande o porsi dei problemi: lui è un burocrate che obbedisce agli ordini. Avrebbe fatto lo stesso anche se si fosse dovuto occupare della manutenzione delle strade o soccorrere una popolazione in difficoltà. Questa, almeno, è l’opinione di molti storici. In un certo senso, anche se in forma molto più articolata, è anche l’opinione della scrittrice Hannah Arendt, che assiste al processo Eichmann e poi scrive “La banalità del male”, dove sostiene che normali esseri umani possono trasformasi in mostri. Ed è questa la cosa che fa più paura: Eichmann non è un “mostro” disumano, è un uomo qualunque, un uomo “semplicemente senza idee, e tale mancanza di idee ne faceva un individuo predisposto a divenire uno dei più grandi criminali di quel periodo”. E allora, come fa quest’uomo mediocre a trasformarsi nell’architetto dell’olocausto?
Chi era Adolf Eichmann?
Adolf Eichmann nasce a Solingen, in Germania, il 19 Marzo 1906. Quando sua madre muore, nel 1914, la famiglia si trasferisce in Austria, dove Adolf va a scuola (la Kaiser Franz Joseph Staatsoberrealschule, la stessa frequentata da un altro Adolf, Hitler, 17 anni prima) senza molto profitto, e infatti non arriva a diplomarsi. Dopo aver studiato da meccanico inizia a lavorare col padre e poi diventa agente di commercio e venditore di zona per la Vacuum Oil Company AG, un’azienda statunitense, negli anni fra il 1927 e il 1933.
Durante questo periodo si avvicina prima al Frontkämpfervereinigung Deutsch-Österreichs, un movimento politico fascista e pan-germanista, e poi al partito nazista vero e proprio, su invito dell’amico di famiglia Ernst Kaltenbrunner. Nell’aprile del 1932 si iscrive al partito nazionalsocialista austriaco ed entra nelle SS di Heinrich Himmler.
Nel 1933, quando il NSDAP viene dichiarato illegale in Austria, si trasferisce in Germania. Per più di un anno riceve un addestramento paramilitare in due campi delle SS, a Lechfeld e a Dachau. A ottobre del ’34 entra, dietro sua richiesta, nel “servizio di sicurezza” delle SS, a Berlino, perché spera di fare carriera. All’inizio si occupa di massoneria ma non è che l’incarico offra chissà quali occasioni di carriera. L’opportunità arriva a novembre del ’34, quando viene assegnato alla sezione che si occupa di affari ebraici. Come approfittare di questa occasione?
Beh, lui ci mette un po’ impegno e legge giusto qualche testo sul movimento sionista, e addirittura impara qualche elemento di base della lingua ebraica e dello yiddish, e riesce a spacciarsi per un grande esperto della questione ebraica. Nel 1937 va in Palestina – che all’epoca è sotto mandato britannico – per verificare la possibilità di un trasferimento volontario degli ebrei tedeschi in quell’area già occupata dai sionisti. In realtà poi non se ne farà nulla, perché la Germania teme la fondazione di uno stato ebraico, e perché non accetta che gli ebrei portino soldi fuori dalla Germania, soldi richiesti per l’ingresso in Palestina. Nel frattempo, Eichmann è salito di grado – diventa sottotenente – e si è sposato. Dal matrimonio nasceranno quattro figli, ma solo il primogenito Klaus, nato nel 1937, ha importanza nel nostro racconto.
In questi anni la Germania non ha ancora iniziato la politica di sterminio degli ebrei. Si limita a usare ogni mezzo per costringere gli ebrei ad abbandonare il paese. Dopo l’annessione dell’Austria alla Germania del 1938 Eichmann viene mandato a Vienna per liberare la città dagli ebrei. E ci riesce molto bene, visto che in un anno qualcosa come 100mila ebrei partono legalmente, e altri ancora di nascosto. Un anno dopo viene trasferito a Praga, con un compito simile.
Quando nel 1939 Himmler istituisce l’Ufficio centrale di sicurezza del Reich, Eichmann diventa direttore generale dell’Ufficio centrale del Reich per l’emigrazione ebraica, a Berlino. Ma adesso la situazione è cambiata, intanto perché è scoppiata la guerra, e perché è sempre più difficile, per gli ebrei, ottenere visti d’ingresso in altri paesi. E comunque, dall’autunno del 1941, la Germania vieta agli ebrei di emigrare. Insomma, non è più tempo di cacciare gli ebrei, occorre deportarli nei campi di lavoro, o rinchiuderli in ghetti, che sono l’anticamera dello sterminio. Eichmann, come capo del Dipartimento 4 (Affari ebraici ed evacuazione), deve organizzare il trasferimento dei deportati con i treni, la sicurezza di questi viaggi, e il loro perfetto svolgimento in termini di orari e di economicità.
Nel gennaio del 1942, in una villa sul lago nel quartiere Wannsee di Berlino, si svolge una conferenza degli alti funzionari nazisti per organizzare la logistica della “soluzione finale alla questione ebraica”. Eichmann ha il compito di coordinare la parte logistica dell’operazione. Insomma, Eichmann è il capo dei carnefici della Germania. Ma non è un gerarca di rilievo, tanto è vero che lui non ha mai occasione di conoscere di persona Adolf Hitler. Obbedisce scrupolosamente agli ordini e organizza l’identificazione e il trasporto degli ebrei di tutta l’Europa occupata verso le loro destinazioni finali, ad Auschwitz e in altri campi di sterminio nella Polonia occupata dai tedeschi. I risultati della sua efficienza sono noti a tutti: 6 Milioni di morti.
Alla fine della seconda guerra mondiale, le truppe statunitensi catturano Eichmann, che si fa chiamare “Otto Eckmann”, ma nel 1946 riesce a fuggire dal campo di prigionia. Grazie a vecchie amicizie riesce a rifugiarsi in un piccolo villaggio della Bassa Sassonia dove, con il nome di Otto Heninger, si mantiene prima facendo il boscaiolo e poi allevando polli. Intanto, a Norimberga, uno dei collaboratori di Eichmann, Dieter Wisliceny, racconta molte cose sulla soluzione finale e sul suo superiore e dice di essere sicuro del suo suicidio.
Nel loro ultimo incontro, a febbraio del ’45, quando ormai la sconfitta della Germania è evidente, Dieter afferma che Eichmann gli abbia detto: “Mi butterò nella fossa ridendo, perché la sensazione di avere cinque milioni di persone sulla coscienza è straordinariamente appagante”. Ecco, questo è il grigio burocrate che, a suo dire, ha solo eseguito gli ordini.
Comunque lui, a suicidarsi non ci pensa neppure, nonostante la vita misera che conduce e la lontananza dalla famiglia. E poi, la rete di supporto agli ex-nazisti, messa in piedi da un vescovo austriaco filonazista, Alois Hudal, gli procura una falsa identità, quella di Ricardo Klement. Riesce così ad ottenere un passaporto umanitario del Comitato Internazionale della Croce Rossa e i permessi di ingresso che, nel 1950, gli consentono di emigrare in un paese che accoglie a braccia aperte gli ex-nazisti.
Eichmann, dalla Germania raggiunge Genova, passando per i monasteri che facevano parte della rete di Hudal. Il 17 giugno 1950 si imbarca e arriva a Buenos Aires il 14 luglio. Dalla capitale si sposta nella provincia di Tucumán, dove conduce una vita misera, fatta di lavori umili che non gli danno nessuna soddisfazione. Ma almeno, nel 1952, la famiglia lo raggiunge – la moglie risulta divorziata da Eichmann – e insieme si trasferiscono a Buenos Aires.
Nel 1955 nasce l’ultimo figlio, Ricardo, e la situazione economica migliora un po’ grazie a un nuovo lavoro nell’officina della Mercedes Benz. Non si tratta di chissà quale salto di qualità, ma almeno Eichmann riesce a costruirsi una casa in uno dei sobborghi poveri della città, per la precisione in via Garibaldi n. 14. La casa non ha né acqua corrente né elettricità, è solo un tetto sulla testa, che all’ex gerarca deve stare parecchio stretta, non per le sue dimensioni ma perché è il segno tangibile della sua modestissima condizione, lui che aveva vissuto gli anni gloriosi del Reich. E allora diventa imprudente, non sta più nascosto come un topo. Vuole far capire chi era lui prima, ai tempi del Fuhrer. Può farlo perché è quasi certo dell’impunità: non solo l’Argentina non concede l’estradizione degli ex-nazisti, ma anche Stati Uniti e Germania – che sanno dove si nasconde già da anni – preferiscono che lui se ne stia lì, a Buenos Aires. In particolare la Germania, dove alcuni ex nazisti hanno posizioni di rilievo nelle istituzioni, e chissà cosa può dire Eichmann su di loro…
Eichmann diventa quindi imprudente: si sposa con la donna che risulta essere la vedova Eichmann, ma soprattutto rilascia delle interviste a un certo William Sassen, un nazista arrivato anche lui in Argentina, che continua a fare propaganda al nazionalsocialismo lavorando per una casa editrice di destra, dedicandosi al traffico d’armi e che poi finirà a far da consulente a “galantuomini” come Augusto Pinochet e Alfredo Stroessner (dittatore paraguaiano). Tra il 1956 e il 1960, Eichmann e Sassen si incontrano svariate volte, per scrivere quelle che dovevano essere le memorie di Eichmann. Una parte di questo materiale – registrazioni audio e appunti – sarà alla base di una serie di articoli apparsi sulle riviste Life&Stern alla fine del 1960, dopo la cattura dell’ex architetto dell’Olocausto.
A Germania, Stati Uniti e Argentina non interessa che il criminale sia a piede libero, ma c’è uno stato che invece vuol fargli pagare quel suo lavoro sullo sterminio, uno stato nato pochi anni prima ma che ha già molto voglia di giustizia per le vittime dell’olocausto. Quello stato è Israele.
Dall’imprudenza di Adolf Eichmann alla sua identificazione certa c’è parecchia strada da fare. Come fanno gli israeliani a essere sicuri che Ricardo Klement sia proprio Adolf Eichmann?
L’identificazione
Il merito dell’identificazione di Eichmann va diviso almeno fra tre persone, a prescindere dagli uomini che poi materialmente parteciperanno al suo rapimento, che pure devono essere certi che si tratti di lui.
Il primo a occuparsi di Eichmann è il più noto “cacciatori di nazisti”, Simon Wiesenthal, un sopravvissuto all’olocausto che dedicherà il resto della sua vita alla caccia dei criminali di guerra nazisti. Wiesenthal, nel 1953, viene informato che Eichmann è stato visto a Buenos Aires, e avverte il consolato israeliano a Vienna, nel 1954. La cosa finisce lì, ma quando muore il padre di Eichmann, nel 1960, Wiesenthal approfitta dell’occasione per far fotografare di nascosto i membri della famiglia, durante il funerale. Perché sa che Otto Eichmann somiglia molto al fratello Adolf, di cui non si hanno fotografie recenti. Quelle immagini vengono spedite al Mossad, il servizio segreto israeliano per gli affari esteri, il 18 febbraio del 1960.
Poi c’è Lothar Hermann, un ebreo-tedesco emigrato in Argentina già nel 1938, dopo aver vissuto una brutta esperienza a Dachau, il primo campo di concentramento nazista, dove aveva perso la vista da un occhio in seguito alle percosse delle guardie.
Il suo contributo è determinante nell’identificazione del fuggitivo, anche se poi pagherà amare conseguenze. Sua figlia Sylvia inizia a frequentare un ragazzo di nome Klaus Eichmann nel 1956, ma che si presenta come Nicolas, e lei parla a casa dei suoi strani discorsi sulla grandezza del Reich Millenario. Quando lo invitano a cena si spinge a dire di essere orgoglioso del padre, morto in guerra, che di cognome faceva Eichmann. Questo cognome fa accendere un campanello d’allarme in Hermann, che cerca notizie in alcuni giornali dell’epoca.
Dopo tante ricerche si convince che Ricardo sia proprio Adolf, anche perché manda sua figlia a casa Klement-Eichmann, e Klaus si tradisce: chiama “ padre” l’uomo che si era presentato come suo zio. Così Hermann spedisce molte lettere all’ambasciata israeliana, dice “Eichmann è qui, non venite a cercarlo?”, ma tutto il suo lavoro non dà risultati, fino a quando, nel 1957, scrive a Fritz Bauer, procuratore generale dello stato dell’Assia, nella Germania occidentale.
Fritz Bauer passa personalmente le informazioni al direttore del Mossad Isser Harel, perché sa che la Germania non avrebbe mai richiesto l’estradizione di Eichmann. Harel manda Zvi Aharoni, agente dello Shin Bet, a Buenos Aires, il 1° marzo 1960. Aharoni conferma l’identità di Eichmann dopo diverse settimane di indagini. Intanto il povero Hermann viene arrestato e torturato dalla polizia argentina, che è infastidita dalle sue denunce e in più è in uno stato con forti simpatie di estrema destra. Lo rilasciano dopo 15 giorni, ma comunque, quando muore, viene sepolto in una tomba anonima.
Il terzo protagonista di questa vicenda, rimasto anonimo fino al 2021, è Gerhard Klammer. Klammer ha a che fare con Eichmann mentre lavora in Argentina come geologo, tra il 1950 e il 1953. Il sedicente Ricardo Klement, uomo sciatto e poco brillante sul lavoro, fa parte del suo gruppo, ma tutti sanno che lui è davvero Adolf Eichmann.
Lo rivede casualmente nel 1959, a Buenos Aires, e decide di seguirlo per scoprire dove abita. E parla anche con i vicini di casa, per essere certo che viva proprio lì. Klammer aveva già provato a informare le autorità tedesche all’inizio degli anni ’50, senza ottenere nulla, e così, nel 1959 cerca un’altra strada. Tramite un vecchio amico e un vescovo militare protestante fa arrivare l’informazione a Fritz Bauer, che a sua volta la trasmette al Mossad, nel dicembre del 1959.
Gli israeliani sono finalmente convinti dell’identità di Eichmann, ma l’Argentina non ha un trattato di estradizione, anzi. Rifiuta categoricamente di consegnare tutte le persone condannate per reati “politici”. Resta solo una strada: il Primo Ministro israeliano, David Ben-Gurion, prende la decisione di catturare Eichmann in gran segreto, per portarlo in Israele e processarlo. Isser Harel arriva nel maggio 1960 per sovrintendere la cattura. L’agente del Mossad Rafi Eitan (futuro politico israeliano) è a capo di una squadra di otto uomini, la maggior parte dei quali sono agenti dello Shin Bet.
La cattura
Gli agenti del Mossad arrivano in aprile, per spiare i movimenti dell’ex nazista, e capire quale sia il momento migliore per rapirlo. L’attimo giusto sembra essere quello del rientro di Eichmann, la sera, dopo il lavoro, perché deve fare un pezzo di strada a piedi, attraverso un campo, dalla fermata dell’autobus a casa. L’uomo arriva sempre alla stessa ora, ma proprio la sera del rapimento tarda circa 30 minuti, tanto che il piano rischia di saltare.
L’11 maggio 1960 un gruppo di agenti del Mossad lo aspetta a pochi metri dalla sua casa in via Garibaldi. Eichmann arriva e non fa in tempo a dire nulla che si trova spinto a forza dentro un’automobile, drogato e sedato, trasferito in un edificio predisposto, dove rimane per nove giorni, sempre bendato e legato al letto. Ma come fa il Mossad a portarlo fuori dall’Argentina?
Gli agenti organizzano tutta la fuga con un aereo della compagnia di bandiera israeliana, la El Al, che qualche giorno prima aveva portato una delegazione israeliana, arrivata in Argentina per i festeggiamenti del 150esimo anniversario dell’indipendenza del paese. Il 22 maggio Eichmann viene sedato e fatto passare come un membro dell’equipaggio gravemente malato, quindi imbarcato sull’aeroplano che lo porterà in Israele. L’aereo sarebbe dovuto partire da Buenos Aires, avrebbe dovuto raggiungere Recife in Brasile e poi dirigere verso Israele, ma salta la tappa brasiliana per andare direttamente in Africa, a Dakar, dove arriva con l’ultima goccia di Kerosene, tanto che uno dei motori che ha perso potenza e si è spento. L’aereo atterra in Israele alle 7:10 del 22 maggio 1960. Eichmann è arrivato in Israele, ora a giudicarlo saranno anche quelle persone che aveva spedito nei campi di concentramento. L’Argentina non prende bene la notizia del rapimento, perché lo ritiene – e a ragione – una violazione della sua sovranità, ma alla fine i due paesi trovano il modo di risolvere la faccende senza troppi strascichi.
Il processo
Il processo ad Eichmann è controverso sin dall’inizio. Il procedimento – che si svolge di fronte a tre giudici ebrei di uno stato ebraico che non esisteva durante l’Olocausto, secondo leggi che non erano in vigore quando si erano svolti i fatti contestati – scatena l’accusa di illegittimità. Meglio un tribunale internazionale, oppure un processo in Germania, ma Israele non cede. Il processo inizia l’11 aprile 1961.
Eichmann dichiara di non essere un antisemita. Lui non è un volgare antisemita come Julius Streicher e altri che scrivevano sul periodico Der Stürmer. Lui era un funzionario che si era limitato a svolgere i compiti a lui assegnati. Quanto alle accuse contro di lui, Eichmann sostiene di non aver violato alcuna legge e di essere “il tipo di uomo che non può mentire”.
Nega qualsiasi responsabilità nell’olocausto, dice: “Non ho potuto fare a meno di svolgere i miei compiti. Avevo degli ordini che eseguivo, ma non avevo nulla a che fare con questa faccenda“. Rimane evasivo nel descrivere il suo ruolo nella realizzazione dello sterminio e sostiene di essere responsabile soltanto del trasporto degli ebrei ai campi. E aggiunge “Non ho mai affermato di non sapere della soluzione finale, ho detto che l’Ufficio IV B4 [ufficio di Eichmann] non aveva nulla a che fare con lo sterminio degli ebrei“. Eichmann nega la sua responsabilità morale nello sterminio, ma si dimostra orgoglioso della sua efficienza nello stabilire procedure efficaci per deportare milioni di vittime.
Secondo la Arendt, Eichmann è una creatura mostruosa e patetica allo stesso tempo, che rappresentava l’apoteosi della singolare ossessione del Terzo Reich per lo sterminio da un lato e la documentazione e l’organizzazione dall’altro. Lui si nasconde dietro la scusa di aver semplicemente “eseguito gli ordini”, ma le testimonianze di Wisliceny a Norimberga dicono altro. Lui, che lo conosce bene, tanto bene da dargli del tu, racconta della sua assoluta indifferenza di fronte alla decisione della “soluzione finale”, lo sterminio della razza ebraica.
Wisliceny testimonia che per Eichmann “gli ebrei non avevano nessun valore se non come lavoratori, e che solo il 20/25% era in grado di lavorare.” Poi racconta anche che Himmler aveva ordinato di fermare tutte le esecuzioni a fine del ’44, ma Eichmann non obbedisce fino a quando non riceve un ordine scritto.
Poi descrive il carattere di Eichmann: “Considero il carattere e la personalità di Eichmann fattori importanti nell’attuazione di misure contro gli ebrei. Personalmente era un uomo codardo che si dava molto da fare per proteggersi dalle responsabilità. Non faceva mai una mossa senza l’approvazione di un’autorità superiore ed era estremamente attento a conservare fascicoli e registrazioni che stabilissero la responsabilità di Himmler, Heydrich e in seguito Kaltenbrunner (il gerarca che subentra ad Heydrich dopo la sua morte)”.
Per concludere, riportiamo un’ultima considerazione di Wisliceny: “Eichmann era molto cinico nel suo atteggiamento verso la questione ebraica. Non dava alcuna indicazione di alcun sentimento umano verso queste persone. Non era immorale, era amorale e completamente gelido nel suo atteggiamento.”
Per la Arendt quell’atteggiamento non era la prova del male puro, ma mostrava che dimenticare la propria umanità in un sistema omicida come quello del Terzo Reich non era altro che un abbandono della moralità di fronte a qualcosa di più grande. Non di qualcosa degno di maggiore ammirazione, ma qualcosa di più grande. Eichmann, alla fine, ammette che la sua spietata efficienza nel realizzare la “soluzione finale” derivava dal desiderio di far progredire la sua carriera.
La scrittrice afferma: “L’intera vicenda è di una normalità assoluta”.
Alla fine del processo Eichmann viene accusato di aver trattato con sufficienza numerosi sopravvissuti ai campi di sterminio, e di non aver mostrato alcun rimorso per quello che aveva fatto. I giudici lo condannano alla pena di morte, per aver spietatamente perseguito lo sterminio degli ebrei.
Adolf Eichmann viene impiccato a Ramla, in prigione, il 31 maggio del 1962. Le richieste di grazia da parte sua, della moglie e di alcuni parenti di Linz cadono nel vuoto.
Esiste una controversia riguardo le sue ultime parole. Secondo una versione sono state: “Lunga vita alla Germania. Lunga vita all’Austria. Lunga vita all’Argentina. Questi sono i paesi con i quali sono stato associato e io non li dimenticherò mai. Io dovevo rispettare le regole della guerra e la mia bandiera. Sono pronto“.
Ma Rafi Eitan, che accompagna Eichmann all’impiccagione, nel 2014 dirà di averlo sentito borbottare, subito dopo: “Spero che tutti voi mi seguirete”. Se queste sono state davvero le sue ultime parole, sono la dimostrazione della “banalità del male” teorizzata da Hannah Arendt. Una teoria che, detto per inciso, ha fatto e fa tuttora molto discutere. E allora vale la pena precisare che Arendt è una filosofa, che elabora una teoria politica a prescindere dal caso specifico di Eichmann, una teoria che fa un po’ paura, anche perché, purtroppo, molto spesso si è rivelata vera.
