Liberia: le contraddizioni dello Stato Africano nato per dare una terra agli schiavi liberati degli Stati Uniti

Rimandarli a casa loro: in sostanza era questo lo scopo dei fondatori dell’American Colonization Society (ACS), nata nel 1816 su impulso di Robert Finley, che voleva creare in Africa una colonia “privata” (ovvero non assoggettata a uno stato sovrano) dove far emigrare gli schiavi emancipati degli Stati Uniti.

Robert Finley

Peccato che ormai l’Africa non rappresentasse quasi per nessuno “casa” (un caso a parte è quello del Principe Abdul-Rahman), perché la maggioranza degli afroamericani liberi viveva negli Stati Uniti ormai da diverse generazioni.

Ciò significa che quella colonia, dall’accattivante nome di Liberia, non era certo per i neri d’America l’agognata “terra promessa” dove ricominciare a vivere finalmente da uomini e donne liberi, ma piuttosto una soluzione strategica voluta dai “bianchi”, per risolvere questioni razziali che rappresentavano un serio problema, soprattutto per gli schiavisti.

Il territorio di quella che oggi è la Repubblica di Liberia, in Africa occidentale, non è mai stato colonizzato dagli europei, anche se portoghesi, olandesi e britannici impiantano sulle sue coste, da metà del 1400 fino a fine 1600, delle basi commerciali. Per loro è la Costa da Pimenta, o Pepper Cost (anche Grain Coast), per via di una preziosa spezia (Aframomun melegueta) chiamata anche “grano del paradiso”.

Mappa della Liberia intorno al 1830

Ci vivono però diverse popolazioni indigene, ma quelle non vengono prese in considerazione quando l’American Colonization Society individua in quel territorio il luogo ideale per fondare la “sua” colonia, la Liberia.

Non che i fondatori si inventino qualcosa di nuovo: si ispirano ai cugini britannici, quelli dai quali si erano da poco distaccati grazie alla vittoria della Rivoluzione americana (1775-1783).

Nel 1786 era stata fondato, a Londra, il Committee for the Relief of the Black Poor, ovvero un Comitato nato per soccorrere persone indigenti di provenienza africana o asiatica.

I “Poveri Neri”, quasi tutti ex-schiavi affrancati o fuggitivi, rappresentavano un bel problema per i londinesi, che li ritenevano responsabili di quasi tutti i crimini commessi in città. Per non parlare poi dei disdicevoli matrimoni con donne bianche, diventati troppo frequenti per i benpensanti… Occorreva insomma trovare una soluzione, specialmente dopo la fine della Rivoluzione Americana, che aveva fatto crescere enormemente il loro numero: agli schiavi “lealisti”, che avevano sostenuto i britannici durante la guerra d’indipendenza, era stata promessa la libertà.

Per mantenere la promessa, gli inglesi li trasferiscono in Canada (in Nuova Scozia), ma molti di loro riescono a trovare la strada per Londra, mentre quelli rimasti nel paese del Nord America patiscono molto il clima freddo e la discriminazione razziale.

A Londra comunque il Comitato riesce a raccogliere fondi da un gran numero di “personaggi titolati”, per procurare cibo, abiti e medicine ai Poveri Neri, ma vista l’impossibilità di trovare per loro un’occupazione stabile, l’obiettivo cambia:

“fornire loro vestiti e un inserimento all’estero… in quel luoghi che li mettano in condizione di procurarsi il pane in libertà e comodità”.

Ovviamente nella “loro” Africa, che non era per niente la “loro terra”. Nel 1787, grazie a un accordo con un sovrano locale, il re Tom, 411 persone (ex schiavi o neri nati liberi, le loro mogli bianche e i figli) vengono reinsediate in Sierra Leone, in un luogo poi chiamato Granville Town, dove il sogno di “libertà e comodità” svanisce in fretta: la metà dei coloni muore nel giro di un anno, poi ci sono gli scontri con una tribù locale e i commercianti di schiavi che li catturano, mentre alcuni di loro diventano schiavisti essi stessi, fino a che non rimane quasi nessuno.

Nell’area di Granville Town: Guardando a nord verso Bullom Shore – da Voyages to the River Sierra Leone di John Matthews, 1788

Alla fine, Granville Town viene rasa al suolo dal re Jimmy, successore di Tom, che aveva “venduto” (ma più nel senso di “permesso di soggiorno”) la terra agli inglesi, terra che in verità era una assai poco coltivabile distesa di mangrovie infestata da coccodrilli.

Ma i caritatevoli inglesi non si arrendono. Nel 1792, all’incirca 1200 ex schiavi lealisti vengono spediti dalla Nuova Scozia in Sierra Leone, dove nasce un nuovo insediamento, Freetown, che ha ovviamente un governatore bianco.

Freetown nel 1803

I nuovi coloni, ai quali si aggiungono all’incirca 500 Marrons giamaicani, si trovano comunque in condizioni di sfruttamento simili alla schiavitù. La Città della Libertà, in ogni modo sopravvive (oggi è la capitale della Sierra Leone), perché nel 1808 diventa il primo insediamento della colonia britannica che poi, ampliandosi, porterà alla nascita della Sierra Leone.

Freetown nel 1856

Gli Stati Uniti guardano a quell’esperimento con grande interesse, perché in quegli anni sono già attive molte organizzazioni abolizioniste, e soprattutto negli stati del nord ci sono molti afroamericani liberi, che rappresentano un bel problema.

In realtà, il primo a sostenere la validità dell’emigrazione in Sierra Leone è proprio un uomo di colore libero, Paul Cuffee, che aveva messo in piedi con grande successo un’attività di commercio marittimo a Boston. Nel 1815 porta, a proprie spese, 38 neri liberi sull’isola di Sherbro (prossima alla costa di Sierra Leone), per mettere in piedi un commercio tra Sierra Leone e Stati Uniti, ma la sua morte, nel 1817, mette fine ai suoi progetti.

Ma ormai, il seme del Back to Africa ha messo radici negli Stati Uniti.

Il reverendo Finley, insieme ad altri tre personaggi di spicco dello stato della Virginia, fonda l’’American Colonization Society, proprio allo scopo di fondare una colonia dove insediare – “con il loro consenso” – gli afroamericani di condizione libera, “in Africa, o in qualsiasi altro luogo che il Congresso possa ritenere più opportuno”.

L’associazione si espande in tutti gli Stati Uniti e riunisce in sé persone dalle idee opposte: ci sono i proprietari terrieri del Sud, che temono ribellioni dei loro schiavi, fomentate dai neri liberi. Aderiscono poi confessioni religiose, come quaccheri ed evangelici, gli abolizionisti e più in generale associazioni filantropiche, che esprimono l’altra faccia dell’ACS: gli afroamericani liberi – considerati comunque inferiori – non hanno alcuna possibilità di giovare alla nazione americana né di integrarsi (anzi: provocano disordini per ottenere l’abolizione della schiavitù), e dunque avrebbero prospettive migliori (sotto ovviamente la guida dell’ACS) in una nuova terra.

A non vedere di buon occhio il rimpatrio sono proprio i neri, che comprendono molto bene come quel Back to Africa fosse un modo per difendere e prolungare lo schiavismo, una “miserabile presa in giro” e uno ”schema razzista dell’ACS per liberare gli Stati Uniti dai neri liberi”. Lo affermano con forza, attraverso le parole di Frederick Douglass (attivista riformatore e scrittore), la loro contrarietà:

“Viviamo qui, abbiamo vissuto qui, abbiamo il diritto di vivere qui”

Frederick Douglass

L’American Colonization Society va comunque avanti per la propria strada, si impegna dunque nella raccolta dei fondi necessari, alla quale contribuisce anche il Congresso con una donazione di 100.000 dollari, e il 6 febbraio del 1820 il progetto va a buon fine, con la partenza da New York della nave Elisabeth, che salpa con 88 rimpatriati neri e tre agenti dell’ACS alla volta dell’isola di Sherbro.

Un viaggio sfortunato, visto che i tre agenti bianchi e molti degli aspiranti coloni muoiono quasi subito di malaria o altre malattie. Nonostante ciò, un secondo gruppo di 33 afroamericani, due agenti dell’ACS e due del governo americano, arriva sull’isola.

Tutti sono convinti della necessità di trovare una terra più adatta alla fondazione della colonia, in accordo con le popolazioni locali, che dopo lunghe trattative acconsentono a cedere l’isola di Dozoa (rinominata Perseverance e poi Providence Island) e il territorio continentale di Capo Mesurado, alla foce del fiume Saint Paul.

Insediamento coloniale a Capo Mesurado

Nasce così il primo nucleo della Liberia, che non parte proprio sotto i migliori auspici: dei 4571 coloni arrivati nell’arco di 23 anni, ne rimangono in vita solo 1819: uno dei tassi più elevati di mortalità nella storia delle migrazioni (da che esistono le registrazioni).

Nonostante questo, come sottolinea il professor Shick in uno studio sulla colonizzazione liberiana: “L’organizzazione ha continuato a inviare persone in Liberia pur essendo molto consapevole delle possibilità di sopravvivenza. Gli organizzatori dell’ACS si consideravano degli umanitari che compivano l’opera di Dio. Questo atteggiamento ha impedito loro di accettare alcune realtà della loro crociata. Tutti i problemi, compresi quelli delle malattie e delle morti, erano visti come le prove e le tribolazioni che Dio fornisce come mezzo per mettere alla prova la forza d’animo dell’uomo”.

Ma non si tratta solo di una questione socio-religiosa. Alla base di tanta stolta perseveranza c’è ben altro:
“Una volta formata l’organizzazione e stabiliti gli ausiliari, si è sviluppata una nuova forza che ha anche impedito alla Compagnia di ammettere la gravità del problema della mortalità. Il desiderio di perpetuare l’esistenza dell’ente divenne un fattore. Ammettere che il tasso di mortalità rendeva il prezzo dell’emigrazione troppo alto per continuare avrebbe significato la fine dell’organizzazione. I manager erano apparentemente impreparati a consigliare la fine del loro progetto e, per estensione, dei propri lavori.”

Insomma, l’Associazione aveva più a cuore preservare se stessa piuttosto che la vita dei coloni inviati in Africa.

Nel frattempo, anche diverse persone bianche che inizialmente avevano appoggiato la colonizzazione, cambiano idea: quello dell’ACS è “un caso estremo di riforma fittizia”.

Eppure, molte società di colonizzazione nate in diversi stati degli USA, nel corso degli anni danno vita a svariate colonie indipendenti, che poi costituiranno la Repubblica della Liberia, con capitale Monrovia.

Abitazioni lungo il fiume Mesurado a Monrovia

Immagine di David Stanley via Wikipedia – licenza CC BY 2.0

Tra il 1822 e il 1861 (quando scoppia la guerra civile) sono circa 15.000 i neri emancipati (oltre a 3000 neri-caraibici) ad emigrare in Liberia, dove non trovano però quella pace che forse si aspettavano. Perché quella non è la loro terra, e nulla li accumuna ai popoli indigeni, con i quali si scontrano spesso e volentieri.

I coloni neri ripropongono lo stesso sistema di dominazione adottato dai bianchi nei confronti delle popolazioni locali. Quando la Liberia, nel 1847, emana una Dichiarazione d’Indipendenza e diventa di fatto una repubblica autonoma (la prima e la più antica dell’Africa), non è certo una “Terra di libertà”: adotta un sistema politico-sociale molto simile a quello degli Stati Uniti, e replica quel modello di sottomissione dal quale i suoi fondatori erano scappati.

I membri del governo liberiano nel 1880

Immagine di Library of Congress

Loro sono gli Americo-Liberiani, e si sentono superiori culturalmente, religiosamente (sono cristiani e non animisti), socialmente ed economicamente ai popoli indigeni. Rappresentano insomma l’élite del Paese, che detiene il potere politico e non si mescola con i nativi, ai quali non vengono concessi i diritti più elementari, né politici né civili (non avevano il diritto di cittadinanza nella terra dove erano nati), ma vengono trattati come schiavi.

Afroamericani partono per la Liberia, 1896


Solo nel 1951 (o forse 1963), l’allora Presidente Tubman è costretto a fare delle concessioni agli indigeni, ma la politica di oppressione, segnata anche da un’incontrollabile corruzione, non cambia fino al 1980, quando rivolte popolari in tutto il paese non provocano un sanguinoso colpo di stato, che mette fine alla lunga egemonia degli Americo-liberiani.

La Liberia poi, dopo quasi 10 anni di un governo dittatoriale che semina morte tra i suoi oppositori, sprofonda in due successive guerre civili-tribali che si concludono solo nel 2003. Nel 2005 viene eletta Presidente Ellen Johnson Sirleaf, la prima donna a diventare Capo di Stato in Africa: un primato, questo, davvero speciale, per la Terra della Libertà.

Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.