Stati Uniti, 1947. La fine della seconda guerra mondiale aveva fatto rinascere il “sogno americano” con la sua “famiglia perfetta”, che guardava con ottimismo al futuro e viveva in ridenti sobborghi, dove tutti avevano il proprio giardino e nessuno steccato a dividerlo da quello del vicino.

Levittown in Pennsylvania

Levittown, in Pennsylvania, costituisce l’esempio migliore di quella sfera del sogno americano che riguardava la casa, un’abitazione per tutti a costi contenuti, a conferma dell’idea che l’America era un paese dove chiunque poteva farcela, purché lavorasse duramente.

Quel tipo di sviluppo abitativo, che portò alla fondazione di sette grossi sobborghi (sei negli Stati Uniti e uno a Porto Rico), non fu certo il frutto di una programmazione sociale o urbanistica, ma nacque da una geniale quanto astuta idea di un uomo d’affari appena tornato dalla guerra, William Levitt, che fece sorgere, partendo da Long Island, i primi quartieri extraurbani costruiti in serie, così caratteristici delle periferie americane del secondo dopoguerra.

William era figlio del fondatore della Levitt & Sons, una ditta di sviluppo immobiliare di Long Island, che aveva visto precipitare il suo giro d’affari durante gli anni della guerra.

William Levitt

Fonte immagine: Wikipedia/Giusto Uso

L’imprenditore si ispirò all’industria automobilistica, in particolare alle catene di montaggio usate alla Ford, che avevano trasformato il sistema di produzione e di conseguenza il mercato. Levitt pensò di utilizzare la stessa tecnica per costruire case non di lusso in aree suburbane.

Iniziò con successo da Long Island, poi in Pennsylvania realizzò il sobborgo più grande di Philadelphia, vendendo, nell’arco di sei anni (1952-1958), oltre 17.000 case. Nel momento di maggior sviluppo, Levitt poteva consegnare una casa finita ogni 16 minuti, grazie ai lavoratori (in subappalto e senza nessuna copertura assicurativa) che, attraverso 26 fasi, si occupavano della realizzazione di un solo aspetto della costruzione (assemblare il legno – montare gli infissi – installare luci…).

Esattamente come in una catena di montaggio, passavano da una casa all’altra esguendo il loro specifico compito

Scegliere una casa era piuttosto semplice, perché la Levitt & Sons aveva solo sei tipologie di abitazione, che peraltro differivano pochissimo una dall’altra.

Ma il sogno di William non si fermava alla vendita delle case, lui voleva creare una comunità modello, proprio quella del tipico sogno americano. Levittown era divisa in quartieri, ognuno dei quali aveva la propria scuola, la chiesa, il parco e la piscina, mentre la sinuosità delle strade doveva garantire un traffico ordinato e soprattutto lento.

Insieme all’abitazione, che mediamente aveva un costo di 8.000 dollari, veniva consegnato un regolamento: tra le altre cose, non si poteva recintare il giardino, né stendervi i panni la domenica; in compenso l’acquirente si poteva permettere una vera casa, completa di elettrodomestici (televisore e lavatrice) al costo di un affitto in città.

Compresi nel prezzo, c’erano persino due alberi…

Ma Levittown non era destinata proprio a tutti: nell’idilliaco sobborgo non erano bene accette “persone diverse dai membri della razza caucasica” (fatta eccezione, ovviamente, per i domestici). L’integrazione tra bianchi e neri era ancora di là da venire, ma erano anche gli anni del maccartismo imperante, tanto che Levitt garantì che “nessuno che possieda la propria casa e il proprio lotto può essere un comunista. Ha troppo da fare”.

Ma non tutto poteva andare sempre come nel mondo perfetto sognato da Levitt: nel 1957, i signori Wechsler vendettero la loro casa a una coppia afro-americana, William e Daisy Myers. L’arrivo di una famiglia di neri scatenò delle rivolte razziali che turbarono la tranquilla atmosfera della comunità, “un ambiente uniformato dal quale la fuga è impossibile”. (Lewis Mumford)

Anche nell’idilliaco sobborgo le angosce e le insicurezze dei cittadini americani non trovavano pace. Secondo lo storico Lewis Mumford “Il sobborgo serviva come rifugio per la conservazione dell’illusione (…). Questo non era semplicemente un ambiente incentrato sui bambini, era basato su una visione infantile del mondo, in cui la realtà veniva sacrificata al principio del piacere”.

Nonostante siano trascorsi molti decenni, e molte cose siano cambiate nella società statunitense, ancor oggi Levittown continua a essere un sobborgo abitato quasi esclusivamente da bianchi…

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.