Qualcuno sale, qualcuno scende. Un intreccio di linee bianche, ingranaggi e contrappesi.

L’ascensore di Place Poelaert è una delle tappe obbligatorie per chi arriva per visitare la capitale belga: metallo e vetro che, in pochi secondi, ti portano dove tutto può essere osservato con uno sguardo diverso.

Non importa l’ora, il giorno, se piove o se hai con te una bicicletta: questo gigante è sempre in movimento e, trasparente, ti permette di vedere a 360° le facciate delle case, tutte diverse, che diventano un ammasso compatto di tetti non identificabili.

L’ascensore è uno stacco netto, un movimento verticale che si contrappone ad una quotidianità che tende all’orizzontalità, anche se è impossibile definirla come tale: le persone, i mezzi e le luci percorrono continuamente questo lieve saliscendi fatto di gradini e stradine, incroci e binari.

Mentre sali, vivi una pausa, una sospensione durante la quale l’unica cosa che puoi percepire è il repentino cambio di direzione: a parte qualche campanile o palazzo, un po’ d’oro o l’Atomium in lontananza, la città è totalmente appiattita, specialmente in alcune giornate grigie, dopo la pioggia o al tramonto, quando tutto perde il proprio colore e spessore.

Questa struttura in acciaio collega la vivace e dinamica Marolles a uno dei panorami più immortalati e salvati negli hard disk, nei telefoni o sulle pellicole di tutto quel mondo che ogni giorno si ferma, respira e si affretta a pubblicare la propria foto su Instagram. Soli, con la famiglia o con gli amici, l’importante è far sapere di esserci ed esserci stato, con un sorriso vero o palesemente forzato e uno sfondo a volte sfocato, fatto di toni di grigio e nuvole.

Puoi sederti sui cornicioni con le gambe a penzoloni, sentire le vertigini e passare ore guardando chi esce dall’ascensore: spesso trovi qualche personaggio bizzarro o qualcosa di curioso in una faccia, un cappello, una scarpa.

Tutto quello che devi fare è aspettare.

Cristina Bargna
Cristina Bargna

Junior industrial designer ossessionata dagli oggetti e dalla loro storia. Dopo anni da pendolare tra Como e il Politecnico di Milano sono partita per Venezia. Otto mesi per imparare come non perdermi tra le calli e vivere la mia passione per le arti visive. Riempio agende con parole o disegni per paura di dimenticare. Conservo dettagli, biglietti di treni, concerti, musei e faccio fotografie con la macchina usa e getta per non poter controllare il risultato. Uso la penna per scrivere immagini e per cercare di capire cosa voglio fare da grande. Adoro i colori primari, le poesie di Wislawa Szymborska e i film di Wes Anderson.