Leopoldo II: il Macellaio del Congo

Leopoldo II è stato il secondo Re dei Belgi dal 1865 al 1909 e il fondatore e unico proprietario dello Stato Libero del Congo dal 1885 al 1908. 44 anni di regno sul Belgio e 23 di proprietà privata del Congo. In Belgio lo chiamavano il “Re costruttore”, e sotto il suo regno il paese si modernizzò enormemente: fu impedito il lavoro minorile, il lavoro femminile sfruttato e venne consentita l’associazione sindacale. In Congo fu un flagello, l’ira divina scesa sotto forma di governo di una proprietà privata, concepita in quel momento storico in cui le monarchie europee si sentivano al di sopra di ogni potere, in cui pensavano di essere legittimate nel decidere la vita e la morte di qualsiasi popolo nel mondo. In Africa ha governato con la violenza della spietata Force Publique mercenaria, rendendo un lager un territorio grande quanto mezza Europa.

In questo documentario vedremo la sua vita in Belgio e la sua opera sul Congo, tentando di capire perché e come fu possibile che una colonia da milioni di persone venisse data in gestione a una singola persona.

Stop Stop Stop. Prima di continuare ringrazio gli 800 abbonati al canale e gli oltre 416 mila iscritti, grazie a voi Vanilla è diventato un progetto di divulgazione storica di grande respiro, ma vogliamo e dobbiamo fare molto meglio, quindi iscrivetevi e abbonatevi, ne abbiamo davvero bisogno. Voglio però tirare le orecchie ai tantissimi non iscritti: siete più del 65%, in pratica se tutti quelli che guardano i video fossero iscritti saremmo già a un milione, il traguardo che è come vincere un Grande Slam per un progetto su YouTube. Visto che in questo periodo siamo in clima di grande tennis italiano, basta un clic sul tasto iscriviti e iniziamo la nostra corsa al primo titolo. Grazie mille

Partiamo dalle origini familiari, che nel caso di un monarca meritano un accenno. Leopoldo nasce a Bruxelles il 9 aprile 1835, secondo figlio del re belga in carica, Leopoldo I, e della seconda moglie, Luisa, figlia del re Luigi Filippo di Francia. La Rivoluzione francese del 1848 costringe il nonno materno, Luigi Filippo, a fuggire nel Regno Unito. Il nonno Luigi Filippo muore un paio di anni dopo, nel 1850, e lo segue la figlia e madre di Leopoldo pochi mesi dopo.

Leopoldo si sposa nel 1853, con Marie Henriette d’Austria, cugina di Francesco Giuseppe. Marie è apprezzata dal popolo, è una donna vivace, energica, con una personalità artistica e musicale di rilievo. Lei è appassionata di equitazione mentre lui è schivo e taciturno, tanto che i belgi ironizzano su quel matrimonio fra “uno stalliere (la moglie) e una suora (Leopoldo)”.

Sia come sia all’inizio la coppia è felice e prolifica. Nascono tre bambine e un bambino. Il maschio, Leopoldo come il padre e il nonno prima di lui, muore a 9 anni, nel 1869, di polmonite. Pochissimo tempo prima era caduto in uno stagno. Leopoldo soffre terribilmente la morte del ragazzo, e la coppia si separa dopo un ultimo tentativo di avere un figlio maschio che porta alla nascita dell’ultimogenita, Clementina.

Ma Leopoldo non frequenta solo la moglie, e si circonda di amanti. Nel 1899, quando ha già 65 anni, inizia una relazione con Caroline Lacroix, prostituta francese che di anni ne ha 16, e i due rimangono insieme per 10 anni, quando alla fine lui muore. Lei ha tutti i vantaggi dalla relazione: titoli nobiliari, terreni e proprietà, e anche molti titoli in Congo, che dopo la morte di Leopoldo vengono solo in parte pignorati dallo stato. La ragazza partorisce due volte: Lucien Philippe Marie Antoine, duca di Tervuren, e Philippe Henri Marie François, conte di Ravenstein. Il loro secondo figlio nasce però con una mano deforme, tanto che una vignetta raffigurava Leopoldo con in braccio il bambino circondato da cadaveri di ragazzi congolesi con le mani mozzate: la didascalia diceva “Vendetta dall’alto”. Capiremo fra poco il perché di quella battuta.

Facciamo un passo indietro e spieghiamo la sua carriera politica. Leopoldo alla nascita è già l’erede al trono. Aveva avuto un fratello, Louis Philippe, ma è morto nel 1834, l’anno prima della sua nascita. Viene nominato duca di Brabante, passa per l’esercito e quando ha 30 anni, nel 1865, ha raggiunto il grado di luogotenente generale.

La sua carriera pubblica inizia con la nomina a Senatore, nel 1855, e da allora si impegna per il suo paese, soprattutto per ottenere territori e colonie da cui ricavare quelle risorse che in Belgio sono naturalmente scarse. Nei 10 anni successivi Leopoldo viaggia in lungo e largo: India, Cina, Egitto, Marocco, Tunisia e tutto il nord Africa. Il 10 dicembre del 1865 il padre muore e Leopoldo a 30 anni diventa ufficialmente Re del Belgio.

Il suo programma politico è chiaro, lo scrive anni dopo in una lettera destinata al fratello, il principe Filippo, dove afferma: ”Il paese deve essere forte e prospero, e pertanto avere opportunità di essere un bel luogo dove vivere tranquillo, avendo delle colonie proprie”.

E durante il suo regno il Belgio prospera davvero, non solo a livello di colonizzazione ma nel più ampio senso di modernizzazione dello stato sociale.

I liberali governano il Belgio dal 1857 al 1880, e nel 1879 viene promulgata la legge Frère-Orban, in cui vengono create scuole primarie gratuite, laiche e obbligatorie, sostenute dallo Stato, e al contempo si ritira il sostegno statale alle scuole primarie cattoliche. L’anno seguente il Partito Cattolico ottiene la maggioranza parlamentare nel 1880 e quattro anni dopo ripristina il sostegno statale alle scuole cattoliche. Nel 1885 diversi gruppi socialisti e socialdemocratici formano il Partito Laburista, che poi porta all’adozione del suffragio universale maschile nel 1893.

Gli interventi a favor di popolo non si limitano alle scuole e al diritto di voto, e la società cambia radicalmente.

Vengono promulgate leggi che consentono ai lavoratori di organizzarsi in sindacati, viene impedito ai minori di 12 anni di lavorare nelle fabbriche, ai minori di 16 di lavorare di notte, alle donne sotto i 21 anni viene impedito di essere sfruttate nel miniere, i lavoratori possono ottenere un equo risarcimento in caso di incidenti e la domenica viene proclamata come giornata di riposo ufficiale. A noi possono sembrare diritti da sfruttamento legalizzato, ma pensate all’epoca, fra la metà e la fine dell’800, quando in Italia i bambini siciliani venivano ammazzati di lavoro e fatica nelle zolfare o in Inghilterra le bambine e i bambini venivano mandati a infilarsi dentro i cunicoli più stretti sotto chilometri di tunnel per estrarre i carbone. Era una rivoluzione per i diritti civili, naturalmente portata avanti dal parlamento, di cui però Leopoldo è parte integrante.

L’aspetto in cui si spende di più è il rafforzamento dell’esercito, che lui ritiene fondamentale per difendere la neutralità del paese.

Riesce a ottenere qualcosa dal parlamento, costruisce fortezze difensive a Liegi, Namur e Aversa, ma il partito laburista limita di molto la creazione di un esercito forte, stabilendo il reclutamento su base volontaria e attraverso un sistema a sorteggio. Leopoldo vorrebbe attuare riforme in campo militare e tenta di ottenere maggiori poteri per sé a discapito del parlamento, vorrebbe passare attraverso dei referendum popolari che gli diano il potere di legiferare a discapito del senato, ma non riesce a imporsi e per un periodo pensa addirittura di abdicare.

Dal punto di vista politico Leopoldo non riesce a imporre la propria volontà, ma nell’ambito della grandeur del Belgio trasforma radicalmente l’aspetto del proprio paese.

Grazie ai ricavi delle immense entrate del Congo commissiona un numero impressionante di edifici e opere pubbliche, tanto che diventa famoso come il Re Costruttore, Roi-Bâtisseur. Costruisce a Bruxelles, Ostenda, Tervuren, Anversa e altri centri. Si impegna in opere monumentali come il Parc du Cinquantenaire/Jubelpark, la Basilica del Sacro Cuore e il Parco Duden a Bruxelles; l’ippodromo di Wellington, le Gallerie Reali e il Maria Hendrikapark di Ostenda; il Museo Reale per l’Africa Centrale e il parco circostante a Tervuren e la stazione ferroviaria Antwerpen-Centraal di Anversa.

Ma Leopoldo non costruisce solo opere pubbliche.

Ingrandisce il Castello Reale di Laeken, compra migliaia di ettari di terreno e relativi castelli nelle Ardenne, costruisce tenute di campagna in Costa Azzurra e giardini botanici e altre opere minori. E’ ricchissimo, e tutto questo patrimonio gli deriva dal Congo, quella colonia che per 23 anni lo rifornisce continuamente di capitali. Ne ha talmente tanti che come testamento non vuole che quelle proprietà vengano divise fra le figlie, tutte sposate con principi stranieri, e dispone che la maggioranza della sua fortuna venga lasciata alla nazione belga.

Ma quella fortuna ha un’origine tragica, un’origine macchiata dal sangue di milioni di innocenti mutilati o uccisi nel nome della ricchezza di un solo uomo.

Ascoltata nel 2024 la vicenda dello Stato libero del Congo, ironico il nostro Leopoldo a chiamarlo “libero”, sembra quasi irreale, ma è storia vera, resa possibile da un’Europa in cui la colonizzazione viene considerata un diritto del bianco sul nero, di quella che si pensa essere la civiltà sulla barbarie.

La storia dell’acquisizione del Congo non parte dall’Africa ma dall’Asia, precisamente dalle Filippine.

Il Re sta cercando in tutti i modi di ottenere colonie per il Belgio. Sa benissimo che il territorio del suo stato è troppo piccolo per ottenere grandi quantità di risorse naturali da sfruttare, e si impegna ad acquistare le colonie di quei paesi in declino che hanno necessità di vendere. Nel 1866 prova a comprare il territorio delle Filippine dalla regina Isabella II di Spagna, ma non riesce, probabilmente con la complicità dell’ambasciatore belga che non lo supporta nei contatti con la sovrana. Nel 1868 Isabella II viene deposta e Leopoldo tenta di far dichiarare le Filippine uno stato indipendente, del quale egli sarebbe diventato il sovrano, ma anche questo piano fallisce, e così Leopoldo rivolge le sue mire all’Africa.

Nel 1876 organizza un’associazione scientifica e filantropica internazionale, la chiama Società Internazionale Africana ma anche Associazione Internazionale per l’Esplorazione e la Civilizzazione del Congo, e nel 1878 assume Henry Morton Stanley per esplorare e fondare una colonia nella regione del Congo.

Di filantropico quell’associazione ha naturalmente solo il nome, e l’obiettivo di Leopoldo è esclusivamente quello di acquisire spazi sfruttabili per guadagnare denaro.

Leopoldo entra ufficialmente in possesso dell’area del Congo nel 1885, quando si conclude la conferenza di Berlino. Ve la riassumo in poche parole. Ci sono un’infinità di stati Europei che hanno interesse a estrarre risorse dall’Africa, a sfruttarne la popolazione e a commerciare sull’immenso fiume Congo e sulla costa. Portogallo, Francia, Spagna, Gran Bretagna, Germania, Stati Uniti, Belgio e Paesi Bassi riescono a mettersi d’accordo, e ognuno ottiene vantaggi per il proprio commercio e lo sfruttamento delle risorse naturali. Chi ottiene maggiori vantaggi non è una nazione ma una persona, e si chiama Leopoldo II, re del Belgio e proprietario unico dello Stato Libero del Congo.

Leopoldo amministra il suo territorio grazie alla Force Publique, un esercito militare privato che è spietato e terribile nell’applicare le sue punizioni su persone innocenti, considerate di proprietà di Leopoldo.

Quel che combina la Force Publique in Congo è l’inferno in terra, lo descrive perfettamente un missionario, John Harris di Baringa, che scrive a un agente di Leopoldo: “Sono appena tornato da un viaggio nella parte interna del paese, diretto al villaggio di Insongo Mboyo. La miseria più abietta e l’abbandono totale di quelle terre sono indescrivibili. Pertanto mi sono rivolto a voi Eccellenza perché vi facciate promotore affinché tali atrocità abbiano fine e mi sono preso la libertà di promettere che in futuro punirete giustamente solo i criminali che abbiano commesso dei crimini”.

Le punizioni sono verso tutti, nessuno escluso, perché l’unico scopo che Leopoldo riconosce ai congolesi è quello di arricchirlo per consentirgli di passare alla storia come “Il Re Costruttore”. E la Force publique applica alla lettera questo diktat.

All’inizio si ammazzano decine di migliaia di elefanti per prelevare massicce quantità di avorio, che però non fanno guadagnare Leopoldo quanto spera. I congolesi ammazzano e macellano ma non riescono a dare abbastanza denaro a Leopoldo, che ne vuole di più. Ma in quel periodo esplode la domanda mondiale di gomma di caucciù, e il Congo ne è pieno. Leopoldo viola gli impegni presi alla Conferenza di Berlino, sfrutta i congolesi come schiavi con il lavoro forzato e inizia a imporre a tutti di raccogliere il caucciù.

Per obbligare i congolesi al lavoro la Force Publique assalta i villaggi, uccide uomini come schiacciare mosche e procede a mutilazioni quando le quote di raccolta non vengono raggiunte. Ma perché mutilare i congolesi se questi non raggiungono le quote?

Ve lo racconto partendo da una storia precisa, quella di Boali. Nella fotografia si vede un uomo, il suo nome è Nsala, che sta contemplando una mano e un piede su un pavimento di quella che somiglia a una veranda. Quella mano e quel piede sono della figlia, Boali, che ha o meglio aveva cinque anni. La bambina non solo è stata mutilata ma anche uccisa, insieme alla madre, ed entrambe sono state cannibalizzate. Il motivo? Durante la giornata di lavoro Boali non ha raggiunto la quota del raccolto della gomma.

Terminate le disumane punizioni, i mercenari si presentano da Nsala con mano e piede della figlia ormai morta, e psicologicamente uccidono anche lui, più di quanto la sua condizione di schiavitù non lo uccidesse ogni giorno. La fotografia viene scattata da Alice Seeley Harris, missionaria inglese, che ha il merito di far conoscere a tutto il mondo le atrocità che venivano commesse in quello stato “libero” del Congo.

Nello stato imperversa la ABIR (Anglo-Belgian India Rubber Company), azienda incaricata di organizzare la raccolta di gomma naturale, e la Force Publique. Sono due organizzazioni della paura e dello sfruttamento nei quali si arruolano ufficiali europei, in gran parte belgi, ma anche moltissimi africani, provenienti dagli stati vicini o da tribù ribelli. Agli abitanti del Congo, ridotti interamente in schiavitù, viene imposto il raccoglimento di una quota giornaliera di gomma naturale, il caucciù, che deve essere rispettata giornalmente. La pena è la morte…

Per chi non riesce a rispettare la quota è previsto il taglio della mano, prova della morte dello schiavo nei confronti dei controllori. La mano viene tagliata per risparmiare un proiettile, e dimostrare la certezza del decesso di una persona.

In pratica, quando mancano delle quote di gomma per le ragioni più disparate è necessario fornire agli ispettori europei un quantitativo di mani tagliate che ne giustifichino l’ammanco. Ovviamente nelle varie parti del paese inizia un commercio di mani tagliate per giustificare i bassi livelli di fornitura di caucciù dell’uno o dell’altro villaggio. Si svolgono guerre fratricide dove un villaggio attacca l’altro soltanto per impossessarsi delle mani dei vinti.

Le sevizie dei soldati incaricati del controllo non si limitano all’amputazione degli schiavi, ma comprendono ogni genere di torture e persecuzioni, oltre che l’esecuzione del tutto arbitraria di chiunque gli si pari di fronte. Il taglio delle mani diventa una pratica del tutto normale, e spesso i soldati non uccidono neanche la vittima, dato il valore nullo della sua vita. Da quell’orrore di mutilazioni, sevizie e uccisioni nasce il personaggio letterario di Kurtz, che vive nel libro “Cuore di Tenebra” di Joseph Conrad.

In Congo si muore non solo uccisi dalla Force Publique. Ci sono un’infinità di carestie, di epidemie, di condizioni di vita disumane che portano gli storici a parlare di vero e proprio genocidio, il tutto architettato per la ricchezza di un singolo uomo, già ricchissimo come sovrano del Belgio.

In quei 23 anni di regno leopoldino in Congo muoiono milioni di persone, quante non si sa con precisione. Lo stato si estende per più di 2 milioni di chilometri, quasi 4 volte la Francia, ma le stime sul numero di abitanti sono approssimative. Chi è più conservativo dice che in Congo in quei 23 anni muoiono circa 1 milione di persone. Chi invece pensa che la strage sia stata più cospicua parla di 15 milioni di morti, 2 volte e mezzo il numero di vittime della Shoah ebraica del ’42-’45. Lo studio più recente è quello di Adam Hochschild, che nel suo libro “King Leopold’s Ghost” dedica un capitolo alla stima del numero di morti. Anche se le cifre sono incerte viene presa per buona la stima della commissione governativa belga del 1919, che indica come la metà della popolazione congolese sia stata uccisa o sia morta durante il periodo dello stato libero. Il primo censimento delle autorità belghe è del 1910 e viene stimata una popolazione di 10 milioni di persone, quindi 10 milioni è il dato generalmente utilizzato come metro di paragone delle atrocità di quel periodo.

Dopo decenni di sfruttamento in Europa iniziano a levarsi voci di protesta. E proprio “Cuore di Tenebra”, pubblicato nel 1899 come romanzo in tre puntate sul Blackwood’s Magazine, è la molla che spinge altre persone ad approfondire la questione. In Gran Bretagna viene fondata la Congo Reform Association, la prima organizzazione per i diritti umanitari della storia, e le voci contro Leopoldo iniziano a diventare un coro di protesta mondiale.

Il più autorevole a prendere parola è Sir Arthur Conan Doyle, che nel suo lavoro “The Crime of the Congo”, del 1908, si scaglia contro Leopoldo e il suo regime del terrore.

L’opposizione internazionale e le critiche in patria del Partito Cattolico, dei Liberali Progressisti e del Partito Laburista costringono il re a cedere lo Stato Libero del Congo al Belgio nel 1908. L’accordo che porta alla cessione costa al Belgio la considerevole somma di 215,5 milioni di franchi. La somma viene utilizzata per estinguere il debito dello Stato Libero del Congo e per pagare gli obbligazionisti, oltre a 45,5 milioni per i progetti edilizi di Leopoldo in Belgio, e per un guadagno personale del Re di 50 milioni di franchi. In quel momento lo Stato Libero del Congo diventa una colonia belga sotto controllo parlamentare che prende il nome di Congo Belga. Leopoldo fa di tutto per nascondere le prove delle atrocità commesse nei 23 anni del suo regno. L’intero archivio dello Stato Libero del Congo viene bruciato e in sede privata dice al suo intendente: “non hanno il diritto di sapere cosa ho fatto lì”.

Durante il periodo del Congo Belga la situazione migliora, ma non troppo.

Lo sfruttamento e l’uso arbitrario della violenza vengono solo in parte arginati. L’articolo 3 della nuova Carta coloniale del 18 ottobre 1908 stabilisce che: “Nessuno può essere costretto a lavorare per conto e a profitto di società o privati”, ma questa regola non viene applicata e il governo belga continua a imporre il lavoro forzato ai nativi, anche se in modo meno cruento rispetto a prima. Il Congo belga diventa finalmente indipendente nel 1960, quando viene costituita la Repubblica democratica del Congo.

Leopoldo muore circa un anno dopo la cessione del suo stato libero. La corona passa in eredità ad Alberto I, il figlio del fratello, perché lui non aveva avuto figli maschi legittimi. Il suo corteo funebre viene fischiato dalla folla, nonostante sia stato il re più longevo della storia del Belgio e abbia portato ricchezze senza precedenti nel paese. Già all’epoca la popolazione riconosce l’onta di quelle milioni di morti africane. Il sangue delle donne, uomini e bambini colora i monumenti che troneggiano nelle città belghe, un sangue che non può esser lavato via da nessuna versione della storia.

Eppure ancor oggi c’è chi sostiene che Leopoldo sia stato un eroe, come Louis Michel, parlamentare europeo che nel 2010 lo ha definito “un eroe visionario”, negando il genocidio congolese.

Qualche anno dopo, nel 2020, in seguito alle proteste di Black Lives Matter il Re del Belgio, Filippo, ha scritto una lettera indirizzata al Presidente della Repubblica Democratica del Congo, Felix Antoine Tshisekedi Tshilombo, in cui esprime il suo rammarico, questo un passaggio:

“Al tempo dello stato indipendente del Congo, sono stati commessi atti di violenza e crudeltà, che continuano a pesare sulla nostra memoria collettiva. Il periodo coloniale che seguì causò anche sofferenza e umiliazione”.

E’ stata la prima volta che un rappresentante del Belgio ha riconosciuto le atrocità commesse più di 100 anni prima, e la lettera è stata definita un balsamo dalla ministra degli Esteri di Kinshasa, Marie Tumba Nzenza.

Ma il Congo è ancor oggi preda di interessi commerciali, in cui le sue immense risorse vengono sfruttate e pochi oligarchi locali si arricchiscono per mantenere lo stato delle cose inalterato. Le miniere di diamanti, rame, uranio e altri minerali vengono sfruttate da compagnie internazionali, e alla popolazione rimangono le briciole di ricchezze immense.

Ma questa è un’altra storia, che segue lo sfruttamento di leopoldino di oltre cent’anni, e che sembra essere il destino inalterabile di tante zone dell’Africa, terreno di conquista occidentale contro gli interessi delle persone del posto, oggi come allora.

Il giudizio su Leopoldo II non può essere troppo attualizzato. All’epoca l’Africa veniva intesa come terra di conquista coloniale da tutti gli stati europei. A Parigi come a New York si organizzavano gli Zoo umani in cui venivano portate persone in esposizione per mostrare l’esoticità dei costumi e di come quei selvaggi fossero “inferiori” rispetto ai civili occidentali, tutti concetti che oggi sono sconfessati dai manuali di antropologia ma che all’epoca erano comuni, anche nelle discussioni fra accademici. Il razzismo era comune, l’eugenetica era seguita da fior di luminari. Leopoldo è stato il flagello peggiore di quel mondo, avido e spietato nel perseguire il proprio arricchimento personale, che è andato a vantaggio anche del Belgio inteso come nazione. Tanti altri sovrani di quel periodo hanno però avuto condotte di comportamento se non simili almeno paragonabili dal punto di vista dello sfruttamento economico e commerciale, primi fra tutti certamente i britannici e la Regina Vittoria. Si può additare Leopoldo come un Hitler o uno Stalin, ma è importante ricordare che gli altri sovrani e stati colonialisti dell’epoca non erano certo dei Padre Pio.

Vi lascio con una curiosità: nonostante Leopoldo abbia viaggiato in lungo e in largo in Nordafrica e in Asia c’è un luogo dal quale si è sempre tenuto alla larga, un luogo che non ha mai visitato. Sì avete indovinato, quel luogo è proprio il suo Stato Libero del Congo….


Pubblicato

in

da