Leopold e Loeb: l’omicidio (quasi) perfetto di Bobby Franks

Il 21 maggio del 1924 è una data che ha fatto scuola nella storia della criminalità statunitense. Era un mercoledì come tanti e gli studenti della Harvard High School di Chicago, nell’Illinois, stavano tornando a casa dopo il termine delle lezioni. Uno di loro si chiamava Robert Franks, per gli amici Bobby. Aveva quattordici anni ed era il figlio di Jacob Franks, un ricco imprenditore ebreo della città. Il giovane Bobby percorreva l’area di Hyde Park quando un’automobile gli si avvicinò e gli propose un passaggio. Molte ore dopo, un presunto rapitore, un certo George Johnson, telefonò a sua madre e la informò del rapimento del figlio.

Seguirono attimi di sconforto, ma tutto poteva ancora risolversi per il meglio: la mattina successiva il malvivente le avrebbe fornito tutte le istruzioni per il riscatto. La consegna di una lettera d’estorsione, però, non si concretizzò in un pagamento, perché, nel frattempo, un operaio aveva rinvenuto un cadavere nei pressi della Pennsylvania Railroad, a nord del Wolf Lake al confine fra l’Indiana e l’Illinois. La polizia giunse sul posto e si ritrovò dinanzi a un corpo nudo e deturpato con l’acido sul viso e sugli organi genitali. Nonostante ciò, non fu difficile identificare il povero Bobby.

Bobby Franks (a sinistra), insieme a suo padre Jacob – Immagine del Bundesarchiv condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 de via Wikipedia

Chi si era macchiato di un simile delitto?

A capo delle indagini c’era Hugh Patrick Byrne, e il detective non sapeva da dove iniziare. Non c’erano né indizi né piste da seguire e l’unico modo per far luce sulla vicenda era risalire al rapitore. Eppure, sulla scena del crimine qualcosa attirò la sua attenzione.

Vicino al cadavere c’erano degli occhiali

All’apparenza non era affatto una prova schiacciante. Si trattava di una montatura comune, che poteva appartenere a chiunque; se non che…

Alfred Hitchcock, regista di Nodo alla gola – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Quello di cui stiamo parlando è un cold case di inizio Novecento che fece molto parlare di sé, non tanto per il modus operandi, piuttosto, per i discutibili moventi che condannarono Bobby Franks a un tragico destino. La risonanza mediatica fu enorme e la storia dei due giovani assassini, convinti di poter realizzare l’omicidio perfetto, influenzò sia il cinema sia la letteratura. Basti pensare a Nodo alla Gola, pellicola del 1948 diretta da Alfred Hitchcock e ispirata a questa vicenda di cronaca nera.

Perché quello che potrebbe apparire come un semplice rapimento andato male è ancora oggi ricordato come un caso eclatante?

Locandina promozionale di Nodo alla gola (titolo originale Rope) – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Le origini di Leopold e Loeb

Nathan Freudenthal Leopold Jr. nacque a Chicago il 19 novembre del 1904. Era il figlio di una ricca famiglia di ebrei tedeschi, composta da Florence e Nathan Leopold Sr. Fin dalla più tenera età si rivelò un bambino prodigio, si distinse eccellendo in tutte le discipline scolastiche e si appassionò all’ornitologia. Sul versante umano, però, la sua sfera privata non era delle migliori. Con il padre non aveva un buon rapporto e, alla morte della madre, il divario fra i due si accentuò. Necessitava di una figura maschile di riferimento e la trovò a quindici anni, quando fece amicizia con un altro giovane di buona famiglia che, come lui, abitava nel ricco quartiere di Kenwood, nel South Side di Chicago.

Nathan Freudenthal Leopold Jr. – Immagine del Bundesarchiv condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 de via Wikipedia

Richard Albert Loeb nacque a Chicago l’11 luglio del 1905 da Anna Henrietta e Albert Henry Loeb, vice-presidente e tesoriere della Sears, Roebuck and Co., una catena di grandi magazzini. Proprio come Leopold era dotato di un grande intelletto ed era uno studente modello.

Richard Albert Loeb – Immagine del Bundesarchiv condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 de via Wikipedia

All’epoca dell’omicidio, Leopold e Loeb avevano rispettivamente diciannove e diciotto anni. Il primo si era da poco laureato all’Università di Chicago e stava progettando un viaggio in Europa, per poi riprendere gli studi ad Harvard; il secondo era stato il più giovane laureato dell’Università del Michigan e stava svolgendo delle ricerche presso l’ateneo di Chicago. Alla base della loro amicizia vi erano diversi fattori. In prima istanza, Leopold trovò in Loeb una guida, un figura maschile che sopperisse alla scarsa attitudine genitoriale del padre. Entrambi erano cresciuti nello stesso quartiere, provenivano da famiglie agiate ed erano estremamente intelligenti, misogini e mitomani. Sotto quest’ultimo aspetto li accomunava l’amore per la filosofia e, in particolare, per la teoria del superuomo di Frederick Nietzsche. Nel pensiero dell’autore tedesco trovarono la perfetta descrizione di loro stessi e ne travisarono le parole.

In una lettera all’amico, Leopold scrisse: «Un superuomo è, a causa di alcune qualità superiori insite in lui, esentato dalle leggi ordinarie che governano gli uomini. Non è responsabile di ciò che potrebbe fare».

Il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Tutti questi elementi confluirono in un preciso corollario: il superuomo era al di sopra della legge, dell’etica e della morale; in quanto tale, tutto gli era concesso, anche l’omicidio. Partendo da questa solida e discutibile base filosofica, i due ragazzi cominciarono a far valere il loro status con piccoli furti e atti di vandalismo. Esordirono con l’irruzione in una confraternita dell’Università del Michigan, dove si appropriarono di alcuni oggetti, inclusa una macchina da scrivere. In seguito passarono a reati più gravi, come l’incendio doloso, ma erano delusi perché nessuno parlava delle loro gesta, nemmeno un giornale.

Serviva l’attenzione mediatica e qualcuno che si domandasse chi fosse il misterioso autore di quei crimini. Solo in quel modo avrebbero appagato le loro aspirazioni superomiste. Pur di affermarsi al di sopra degli altri decisero di cimentarsi in una grande impresa, di fare il salto di qualità

Compiere l’omicidio perfetto

In circa sette mesi progettarono un piano super dettagliato e studiarono ogni particolare. La morte della vittima era un obbligo, ma bisognava depistare la polizia; quindi, optarono per una finta richiesta di riscatto che desse l’illusione di un rapimento.

Loeb e Leopold – Immagine del Bundesarchiv condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 de via Wikipedia

L’omicidio perfetto di Bobby Franks

L’omicidio perfetto ebbe inizio il 21 maggio del 1924. Nessuno dei due aveva interesse a uccidere una persona in particolare e scelsero una vittima a caso: Bobby Franks, lontano cugino di Loeb e anch’egli residente nel quartiere di Kenwood. Leopold affittò un’automobile usando lo pseudonimo di Morton D. Ballard e, insieme a Loeb, si appostò fuori alla scuola di Bobby. Al termine delle lezioni richiamarono l’attenzione del ragazzo, che si era incamminato lungo Hyde Park, e gli offrirono un passaggio. In un primo momento Bobby rifiutò, poiché era a pochi isolati da casa, ma Leopold e Loeb lo convinsero a salire con una scusa. Come si vedrà in seguito, da quel momento in poi non sappiamo chi, di fatto, commise l’omicidio. Uno fra Leopold e Loeb guidava, l’altro era sul sedile posteriore. Bobby si accomodò sul lato passeggero; chi stava dietro lo tramortì con uno scalpello e lo trascinò a sé, per poi zittirlo con una calza in bocca e infliggergli una serie di colpi mortali. Adagiarono il cadavere sotto i sedili, in modo che nessuno lo notasse, e guidarono per circa 25 miglia fino al Wolf Lake, al confine con l’Indiana, dove attesero il tramonto.

Il Wolf Lake al confine fra l’Indiana e l’Illinois – Immagine di Serhii condivisa con licenza CC BY 2.5 via Wikipedia

Col favore delle tenebre denudarono il corpo e lo deturparono con l’acido cloridrico. Nei loro piani la polizia avrebbe avuto un gran bel grattacapo su cui ragionare, semmai avesse rinvenuto il cadavere. Il volto non era riconoscibile e, senza appurare la circoncisione della vittima, non potevano risalire alle sue origini ebraiche. Infine nascosero ciò che restava di Bobby in un tubo di scarico nei pressi della Pennsylvania Railroad. La prima parte del piano era andata a buon fine e festeggiarono con una cena a base di hot dog. Quando tornarono a Chicago la notizia della scomparsa era già di pubblico dominio e Leopold chiamò la signora Franks. Si presentò come un certo George Johnson, la informò del rapimento del figlio e chiese un riscatto di $10.000. Il giorno successivo avrebbe ricevuto tutte le istruzioni a cui attenersi per procedere al pagamento in un determinato luogo. Dopo aver riattaccato, i due assassini utilizzarono la macchina da scrivere rubata mesi prima per realizzare una lettera d’estorsione, che spedirono ai familiari della vittima. Tutto andava secondo i piani e trascorsero il resto della serata in totale nonchalance, giocando a carte e crogiolandosi nella loro presunta superiorità.

La mattina successiva si aprì la fase due. Bruciarono i vestiti macchiati di sangue e ripulirono l’automobile noleggiata. Nel frattempo, i Franks ricevettero la lettera e appresero le complesse istruzioni dei rapitori.

Procedi immediatamente verso la piattaforma posteriore del treno. Guarda il lato est dei binari. Tieni il pacchetto pronto. Cerca la prima grande, rossa, fabbrica di mattoni situata immediatamente all’unione con i binari a est. In cima a questa fabbrica c’è una grande torre nera dell’acqua con la parola campione scritta su di essa. Aspetta di aver superato completamente l’estremità sud della fabbrica: conta fino a cinque molto rapidamente e poi lancia immediatamente il pacco il più a est possibile. Ricorda che questa è la tua unica possibilità di recuperare tuo figlio”.

La lettera d’estorsione che Leopold e Loeb inviarono ai Franks – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

I Franks, però, non riuscirono neanche a preparare i soldi: la polizia li informò che un operaio polacco, Tony Minke, aveva rinvenuto il cadavere di Bobby. La notizia fece subito il giro di tutta Chicago, ma Leopold e Loeb si limitarono a distruggere la macchina da scrivere; per il resto, sapevano di aver orchestrato un piano privo di falle. E in effetti il detective Byrne non sapeva da dove cominciare per far luce sulla morte di Bobby, ma, sulla scena del crimine, trovò un paio di occhiali da vista che correggevano mezza diottria, un difetto molto comune. In realtà, appartenevano a Leopold. Mesi prima aveva iniziato a soffrire di cefalea e si era sottoposto a una visita oculistica.

Il dottore gli aveva prescritto degli occhiali da lettura e il giovane li aveva acquistati per poi abbandonarne l’uso dopo poco. Destino volle che li aveva dimenticati proprio nella tasca della giacca che indossava il giorno dell’omicidio. In qualche modo gli erano caduti, ma, dal punto di vista della polizia, si trattava di una prova che non portava a niente, se non che Byrne notò qualcosa sulla montatura. La cerniera che univa il nasello alla struttura principale presentava il marchio di una fabbrica produttrice sita a New York. Non era molto, ma, almeno era un inizio. Da ciò si scoprì che a Chicago esisteva un unico rivenditore di quel tipo di occhiali, la Almer Coe&co. Gli inquirenti si recarono da loro, studiarono i registri delle vendite e il cerchio si strinse. Nell’ultimo anno, solo tre persone avevano acquistato quegli occhiali: una donna, un avvocato e Nathan Leopold.

Foto segnaletiche di Leopold e Loeb – Immagine del Bundesarchiv condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 de via Wikipedia

Il procuratore distrettuale lo interrogò il 29 maggio e il giovane affermò di averli persi durante una seduta di birdwatching. Il suo alibi per il giorno dell’omicidio era questo. Il 21 maggio lui e Loeb erano in giro per Chicago con l’automobile e avevano incontrato due ragazze. Con loro avevano trascorso la serata, per poi lasciarle nei pressi di un campo da golf. Tuttavia, non avevano chiesto i loro cognomi e non sapevano come rintracciarle.

Loeb supportò l’alibi dell’amico, ma qualcosa non convinse gli inquirenti, che riuscirono a smascherarli. L’autista dei Leopold, infatti, disse alla polizia che, in realtà, l’auto in questione era con lui il giorno dell’omicidio e anche la moglie confermò di averla vista in garage. Il primo a confessare fu Loeb, poi seguito da Leopold, ma si rivelò impossibile stabilire l’esecutore materiale dell’omicidio. I due ragazzi fornirono delle versioni identiche su tutto ciò che riguardava la morte di Bobby, ma iniziarono ad accusarsi a vicenda. Secondo la versione di Loeb, lui guidava e Leopold era sul sedile posteriore; per Leopold, le parti erano inverse. Alcune prove circostanziali del processo includevano il racconto di un testimone oculare, Carl Ulvigh, che affermò di aver visto Loeb alla guida pochi attimi prima del rapimento, ma l’effettiva responsabilità del delitto non fu mai accertata.

La tomba di Bobby Franks – Immagine di Stephen Hogan condivisa con licenza CC BY 2.0 via Flickr

La notizia fu sinonimo di scandalo e divenne in poco tempo oggetto delle attenzioni mediatiche di tutta la stampa statunitense. I motivi sono facili da intuire. La maggiore età dell’epoca erano i ventun anni e i due giovani assassini erano minorenni. Inoltre si trattava di bambini prodigio, studenti eccellenti e rampolli di famiglie ricche e altolocate. In secondo luogo nessuno di loro manifestò alcun rimorso e l’opinione pubblica rimase scioccata quando seppe la natura pseudo-filosofica dell’evento. Si trattava di un crimine privo di un vero movente, commesso per il solo brivido di escogitare un omicidio perfetto che desse adito alla loro mitomania.

Nell’estate del 1924, l’America si apprestava ad assistere a quello che la stampa chiamò “il processo del secolo”

Clarence Darrow, avvocato difensore di Leopold e Loeb, nel 1913 – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Il processo del secolo

Le famiglie di Leopold e Loeb assunsero Clarence Darrow, un fermo oppositore della pena capitale. L’avvocato era consapevole dell’impossibilità di ottenere l’assoluzione dei suoi clienti e, al massimo, poteva salvarli dall’impiccagione. L’opinione pubblica si aspettava che la difesa si basasse sull’incapacità d’intendere e di volere degli imputati, ma Darrow giocò d’astuzia e, prima ancora dell’ingresso in tribunale, presentò una dichiarazione di colpevolezza. Così facendo, Leopold e Loeb ammisero le loro responsabilità e si andò in aula senza una giuria. Il processo, che, in realtà, si trasformò in un’udienza di condanna, si tenne al Corthouse Place di Chicago e il giudice John R. Caverly fu chiamato a decidere per la pena di morte o per l’ergastolo.

La Corthouse Place di Chicago – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Nei successivi 32 giorni, il procuratore Robert E. Crowe, a capo dell’accusa, rivaleggiò con la dialettica di Darrow. L’avvocato difensore sapeva il fatto suo e diede prova di grandi abilità oratorie. Si concentrò su varie attenuanti, come i problemi familiari di Leopold o i tic e la balbuzie di Loeb, ma il suo capolavoro professionale fu l’arringa conclusiva. Sapeva che i riflettori della nazione erano puntati su di lui e spostò l’attenzione sulla storia americana, che, a detta sua, fra la Guerra di secessione e il primo conflitto mondiale, aveva instillato il sangue e la violenza nella coscienza di ogni giovane del paese.

«Qualcuno può essere biasimato per aver preso sul serio la filosofia di Nietzsche e aver modellato la sua vita su di essa? Non è giusto impiccare un ragazzo di 19 anni per la filosofia che gli è stata insegnata all’università. […] Vostro Onore sa che proprio in questa corte i crimini di violenza sono aumentati in seguito alla guerra. Non necessariamente fra coloro che hanno combattuto, ma fra coloro che hanno imparato che […] la vita umana era a buon mercato. E se lo Stato poteva prenderla alla leggera, perché non il ragazzo? […] La cosa facile e popolare da fare è impiccare i miei clienti. Lo so. Uomini e donne che non pensano applaudono. I crudeli e gli sconsiderati approveranno. […] Vostro Onore si trova fra il passato e il futuro. Può impiccare questi ragazzi; può appenderli per il collo finché non sono morti. Ma così facendo girerà la faccia verso il passato. […] Sto implorando per il futuro; sto implorando un tempo in cui l’odio e la crudeltà non controlleranno il cuore degli uomini».

Il procuratore Robert E. Crowe, che guidò l’accusa del processo a Leopold e Loeb – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

La difesa di Darrow assunse i connotati di un’accusa ideologica. Bisognava combattere il sistema ed eliminare quel residuo barbaro che era la pena di morte. L’impiccagione era il passato; il carcere a vita,

un passo in avanti in avanti per la civiltà. L’arringa, nei fatti, sortì l’effetto sperato. Il 10 settembre, il giudice Caverly condannò Leopold e Loeb all’ergastolo per l’omicidio e a 99 anni per il sequestro di persona, ma specificò che la sentenza era dovuta alla loro minore età.

Clarence Darrow – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Dopo il processo

Gli imputati furono rinchiusi nel centro di correzione di Joliet, nell’Illinois, e, pur sotto stretta sorveglianza, continuarono a frequentarsi. Nel 1931, le autorità decisero di trasferirli nel penitenziario di Stateville, dove sfruttarono le loro conoscenze per migliorare il sistema scolastico della struttura.

Panoramica del centro di correzione di Joliet – Immagine di Daniel Schwen condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 via Wikipedia

Il 28 gennaio del 1936, il compagno di cella di Loeb, James Day, lo aggredì in doccia e gli inferse più di cinquanta ferite con un rasoio a serramanico. Il colpo fatale fu un taglio alla gola eseguito da dietro. Day giustificò l’omicidio come legittima difesa in seguito a una tentato abuso sessuale e una successiva indagine interna gli diede ragione, ma, si presume, si trattò di una semplice inchiesta di facciata.

Il penitenziario di Statenville – Immagine di Rw2 condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 via Wikipedia

Dopo la morte di Loeb, Leopold continuò la sua vita in carcere e divenne un prigioniero modello. Riorganizzò la biblioteca della struttura, promosse numerose iniziative culturali e, nel 1944, si offrì volontario per un discutibile studio medico sulla malaria, che utilizzava i prigionieri come cavie. Negli anni ’50 un suo ex compagno dell’Università di Chicago, lo scrittore Meyer Levin, gli offrì l’opportunità di collaborare alla stesura di un libro incentrato sulla morte di Bobby Franks, ma Leopold rifiutò, perché non lo entusiasmava una versione romanzata degli eventi che lo avevano condotto in prigione. Levin andò avanti per la sua strada, cambiò i nomi, alterò alcuni particolari e, nel 1956, pubblicò Compulsion.

Leopold nel penitenziario di Stateville nel 1931 – Immagine del Bundesarchiv condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 de via Wikipedia

Nel 1958, invece, uscì l’autobiografia di Leopold, Life Plus 99 Years, e, come c’era da aspettarsi, le critiche non mancarono. Nel libro Leopold aveva preso in esame solo la sua vita dopo la condanna e aveva deliberatamente ignorato tutto il resto, quindi, la sua infanzia, il suo rapporto con Loeb e ciò che riguardava l’omicidio. Il libro, però, era parte della suo cammino verso la libertà sulla parola, che ottenne dopo 33 anni di detenzione. Si trasferì a Porto Rico e divenne un assistente di laboratorio dell’ospedale di Adjuntas. Nel 1959 si oppose invano alla produzione di una versione cinematografica di Compulsion e cercò di dimostrare che l’opera ledeva la sua reputazione. Nessun tribunale gli diede ragione.

Locandina promozionale del film Compulsion (1959) – Immagine condivisa con licenza Fair use via Wikipedia

In seguito, si trasferì a Santurce, un barrio della città portoricana di San Juan, dove convolò a nozze con una fiorista e divenne un docente dell’università locale. Negli ultimi anni di vita soffrì di diabete e un infarto correlato a questa patologia pose fine alla sua vita il 29 agosto del 1971, all’età di 66 anni.

Nathan Leopold nel 1958 – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Tornando indietro nel tempo a quando il detective Byrne rinvenne dei semplici occhiali sulla scena del crimine, possiamo immaginare Leopold e Loeb seduti a conversare in tutta tranquillità. Magari, in quel frangente si stavano compiacendo del loro intelletto, di quelle menti superiori che avevano partorito un piano geniale e super dettagliato. La domanda è d’obbligo: senza quell’indizio, come sarebbe finito questo cold case di inizio Novecento? Nessuno può saperlo, ma una cosa è certa: è grazie a quegli occhiali se conosciamo la storia di Leopold e Loeb; la storia di due brillanti studenti che fraintesero gli scritti di Nietzsche e si convinsero di aver commesso un omicidio (quasi) perfetto.


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