Non è un’isola paradisiaca Ascension, minuscolo puntino nero emerso, forse solo qualche secolo fa, nel mezzo dell’Oceano Atlantico. Secca, arida e senza vegetazione: chi avrebbe voluto fermarsi lì, nel bel mezzo del nulla?

L’Isola di Ascension

Nessuno. L’isola è rimasta disabitata fino a quando gli inglesi, nel 1815, decisero che bisognava pur controllare che a nessuno venisse in mente di andare a liberare Napoleone Bonaparte, esiliato nella remota Sant’Elena, il lembo di terra più prossimo ad Ascension.

Prima del 1815 però, qualcuno aveva vissuto per breve tempo su Ascension, per poi arrendersi alla natura ostile dell’isola

Maggio 1725: il collegio dei diciassette direttori (oggi diremmo il consiglio di amministrazione) della Compagnia Olandese delle Indie Orientali riceve un “rapporto inquietante”. Due membri dell’equipaggio di uno dei loro mercantili sono stati accusati, e dichiarati colpevoli, per aver commesso i “peccati di Sodoma e Gomorra”.

Come a dire che a bordo di una delle loro navi due marinai omosessuali intrattengono una relazione “intima”. Ci sono testimoni che lo affermano, e dichiarano di aver visto Leendert Hasenbosch, caporale con funzioni di contabile, in atteggiamenti inequivocabili con un ragazzo dell’equipaggio, probabilmente un semplice mozzo.

Hasenbosch e il giovane marinaio negano. Il caporale, che ha 39 anni, afferma di aver avuto delle attenzioni paterne per il ragazzo, di considerarlo come un figlio. Il comandante non crede né a lui né al marinaio e, com’è consuetudine, inizia a usare metodi convincenti per farli confessare: fa mettere degli stoppini infuocati tra le dita dei piedi degli accusati, che però non cedono. La confessione, necessaria per potere eseguire la condanna, deve per forza arrivare:

I mezzi non mancano, è solo questione di tempo

Dopo la tortura del fuoco Leendert subisce quella dell’acqua: un telo, avvolto intorno alla faccia, viene riempito d’acqua, e l’uomo deve bere e bere e bere per non affogare, finché non perde conoscenza. Quando si riprende, confessa tutto quello che il comandante vuole sentire.

L’isola di Ascension in un disegno del 1853

L’omosessualità è considerata all’epoca una piaga capace di attirare l’ira divina: se non punita, tutto l’equipaggio ne avrebbe pagato le conseguenze. I peccatori devono quindi morire. Solitamente, due uomini colpevoli di sodomia venivano legati insieme e gettati in mare senza tanti complimenti, anche per un rapporto non consenziente:

La vittima di una violenza subiva la stessa sorte del colpevole

Nel caso di Hasenbosch il comandante non segue questa procedura, forse perché l’uomo non è un semplice marinaio ma un membro rispettato dell’equipaggio, con una ventennale carriera a servizio della Compagnia olandese delle Indie orientali.

Il “processo” a suo carico avviene il 17 maggio 1725, mentre la sua nave è ferma a Città del Capo. Il 5 maggio Leendert Hasenbosch va incontro al suo destino: lo aspetta l’isola di Ascension, quella brulla terra desolata in mezzo all’Atlantico. Porta con sé dei semi, una tenda, qualche attrezzo, un libro di preghiere, i suoi vestiti, il necessario per scrivere e una riserva d’acqua sufficiente per un mese.

L’acqua è proprio il problema principale: l’uomo non riesce a trovare una sorgente, ma solo qualche piccola fonte che presto si esaurisce. E’ sfortunato Leendert, perché sull’isola in realtà ci sono due fonti d’acqua, che avevano costituito la salvezza di una sessantina di naufraghi britannici vent’anni prima.

Un’illustrazione di Ascension – 1867

La sopravvivenza è difficile ad Ascension: il marinaio racconta di giorni e mesi di solitudine senza conforto, del suo corpo ricoperto di vesciche e della disperata ricerca di un po’ d’acqua, che non trova. Per dissetarsi beve il sangue degli uccelli e delle tartarughe verdi che popolano l’isola. Poi finisce per bere la propria urina, che almeno non gli provoca i terribili attacchi di diarrea indotti dal sangue di tartaruga.

Con il passare dei mesi le pagine del diario assumono toni deliranti: l’uomo vede i suoi vecchi amici e si pone disperate domande sulla natura del suo crimine e sulla terribile punizione subita. I sensi di colpa lo attanagliano e demoni mostruosi gli compaiono davanti.

Leendert muore certamente entro l’anno. Quando i marinai britannici della nave “James and Mary” sbarcano sull’isola a gennaio del 1726, capiscono che fino a poco tempo prima un uomo è vissuto ad Ascension. Una tenda sdrucita, qualche indumento e le pagine di un diario sono tutto ciò che rimane di lui. Il suo corpo non si trova: forse con le ultime forze Leendert ha deciso di farsi scivolare nella vasta distesa d’acqua dell’Atlantico, che non può placare la sua sete ma solo accoglierlo come un pietoso ventre materno.

Il diario di Hasenbosch viene portato in Inghilterra e prontamente pubblicato come testimonianza delle terribili conseguenze del peccato di sodomia.

La prima edizione del diario di Hasenbosch

Quella prima edizione porta il titolo “Sodomy Punish’d” (Sodomia Punita), ma le successive calcano la mano e l’ultima si intitola “The Just Vengeance of Heaven Exemplify’d” (La giusta vendetta del cielo esemplificata).

Il diario originale è andato perduto, ma è assai probabile che le descrizioni delle apparizioni demoniache e dell’incancellabile senso di colpa patito da Leendert siano state riviste e corrette nella direzione, chiaramente omofoba, voluta dall’editore.

Del destino del giovane marinaio condannato insieme ad Hasenbosch non si sa nulla: a lui non è stata concessa nemmeno la memoria.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.