Il mondo antico viveva una quotidianità di soprusi e violenze che al giorno d’oggi si verificano soltanto in zone di guerra, cui tristemente assistiamo nonostante le tante leggi internazionali, la carta dei diritti dell’uomo e tutta quella serie di strumenti che dovrebbero garantire la persona, ma che poi vengono disattesi in quelle zone dove la violenza diventa uno strumento di controllo bellico delle popolazioni attaccate. C’è stato un tempo in cui in lungo le coste di tutto il mediterraneo le donne, i bambini e in genere le persone non potevano sentirsi mai al sicuro: il pericolo era quello di venire rapite dai Pirati Barbareschi, formazioni di bucanieri che assaltavano villaggi e città, depredando e uccidendo, e rapendo uomini, donne e bambini che venivano venduti a mercati di schiavi dell’Impero Ottomano, fra cui quello di Algeri era il più famoso e popolato di tutti.
Ci parla una di loro, si chiamava Maria ter Meetelen, e fu rapita nel 1731: “Una donna francese che rifiutava di sposare un moro fu trascinata per le strade con le mani legate dietro la schiena, e frustata fino a sanguinare. Tutto ciò per ammonire le altre, affinché non resistessero alla loro volontà.”. Di lei parlerò molto approfonditamente fra poco.
Ad Algeri finirono all’asta decine di migliaia di donne, rapite, torturate e seviziate per tutta una serie di ragioni che vedremo nel video. Prima di parlare delle donne rapite dagli ottomani però bisogna fare una premessa: la società antica, dall’Egitto fino all’America di metà Ottocento, basava la propria ricchezza sugli schiavi. Gli uomini sempre sfruttati per i lavori più gravosi e pericolosi, ad esempio nei campi o nelle miniere, e le sfruttate per lavorare o badare la casa. Uno schiavo costava molto all’inizio ma poi era sufficiente dargli da mangiare. Li usarono gli antichi Greci per poter essere liberi di dedicarsi a guerra e teatro, li usarono i Romani per le loro imprese, li commerciarono poi tutti gli altri fino all’età moderna e contemporanea.
Per parlare della situazione delle donne e delle torture che erano costrette a subire farò una breve premessa sul mercato e sul mondo degli schiavi, ma prima vi chiedo un aiuto per combattere la dittatura di un algoritmo che ci penalizza per poche migliaia di follower. Vanilla ha da poco passato i 500.000 iscritti, e nonostante neanche il 10% di questi veda di media i nostri video non potete mettere un Hype al video stesso perché gli iscritti sono già tanti. Le assurdità di YouTube: oltre i 500.000 iscritti non si attiva il tasto Hype. Insomma, se non ci sostenete con un commento, basta anche solo un grazie o un ciao, con un super grazie o con un abbonamento, il nostro video lo guarderanno pochissime persone, e pochi conosceranno la condizione della donna quando veniva rapita per esser tramutata in schiava. Grazie mille a tutti e ora cominciamo.
Algeri il principale porto della pirateria barbaresca: corsari e pirati partivano dalle coste del Nord Africa e catturavano navi europee o facevano razzie sulle coste mediterranee, dalla Spagna alla Sicilia, fino all’Italia centro-settentrionale e perfino all’Islanda. Il mercato degli schiavi era parte integrante della vita economica della città, ed era regolato dalle autorità locali. Vi erano schiavi destinati ai lavori più pesanti (come i rematori sulle galee, lavori nei cantieri, nelle cave, nei campi) e altri più “preziosi” (donne giovani donne e bambini, destinati alla servitù domestica o agli harem). Gli europei erano particolarmente ricercati, specie italiani, spagnoli, francesi, perché spesso si potevano ottenere riscatti più elevati dalle famiglie o dalle autorità religiose.
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Immagina di entrare ad Algeri in una mattina del XVII secolo. L’aria sa di sale e catrame, le urla dei mercanti si mescolano al frastuono del porto. Appena oltre il suk delle spezie e delle stoffe, si apre una piazza murata: è qui che si svolge il mercato degli schiavi. Il sole batte forte sul cortile, e centinaia di persone si accalcano sotto i portici. I corsari sono appena tornati da una spedizione: spingono avanti file di prigionieri incatenati, la pelle bruciata dal sole e i vestiti stracciati dalla traversata. Si distinguono marinai spagnoli, contadini siciliani, pescatori corsi, donne genovesi, bambini presi lungo le coste calabresi. Alcuni piangono, altri restano immobili, con lo sguardo perso.
Un banditore grida i nomi, l’età, le capacità. I compratori — funzionari ottomani, mercanti, giannizzeri — osservano con occhi freddi. Tastano i muscoli, controllano i denti, fanno camminare i prigionieri avanti e indietro. Le donne più giovani vengono condotte a parte, sotto tende coperte, destinate agli Harem o alle case dei nobili, dove i potenziali compratori possono esaminarle lontano dagli sguardi della folla. Le fanno spogliare per capire quanto siano belle. L’asta comincia. Una mano si alza, un’altra rilancia. Alcuni prigionieri valgono molto: i loro parenti o le confraternite cristiane pagheranno un riscatto. Altri, troppo deboli, finiranno ai remi delle galee o nelle cave di pietra.
Ai margini della piazza si muovono silenziosi i padri trinitari e mercedari, con i loro abiti religiosi. Raccolgono denaro, contrattano, sperano di riscattare almeno qualcuno dei loro fedeli. Intanto, la colonna dei nuovi schiavi si allontana. Catene ai piedi, diretti verso i bagni penali, le navi, i cantieri.
L’odore della folla, della polvere e del sudore riempie l’aria. Il mercato è un teatro crudele, dove la vita di uomini e donne è ridotta a merce, battuta al prezzo più conveniente. Eppure, per Algeri, questa scena non è eccezionale: è il cuore pulsante della sua economia e uno dei segni distintivi della sua potenza corsara.
Per capire la dimensione del fenomeno bisogna dare qualche numero: tra il 1500 e il 1800 centinaia di migliaia di europei passarono per il mercato degli schiavi di Algeri, una dimensione che dà l’idea di un commercio di vastissima portata. Per fare un esempio nel 1631 i corsari algerini arrivarono fino all’Islanda, catturando circa 400 persone.
Le continue razzie spinsero molte potenze europee a stringere trattati con Algeri, a pagare tributi o a organizzare spedizioni punitive (come i bombardamenti di Algeri da parte di francesi, spagnoli e inglesi nel XVII e XVIII secolo). La tratta cessò solo con la conquista francese di Algeri nel 1830.
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E’ in questo contesto che si deve analizzare la condizione della donna cristiana, catapultata da un mondo, quello europeo, violento e crudele, ma dove erano libere di essere cristiane, e il mondo della schiavitù islamica, dove verrà loro chiesto di convertirsi, oppure di patire le conseguenze della loro religione. Trattare delle violenze e torture comminate alle donne dell’epoca significa fare ragionamenti basati su fonti frammentarie. Le donne catturate non hanno lasciato diari scritti, la maggioranza di loro non ha mai fatto ritorno nell’Europa cristiana e la maggioranza era analfabeta. Non hanno lasciato scritto quasi nulla.
Ci affidiamo quindi alle fonti disponibili. La prima è di una delle pochissime donne che ha testimoniato qualcosa, si chiamava Maria ter Meetelen, era olandese, e fu catturata nel 1731, a 27 anni, e condotta in Marocco. Scrisse poi la sua autobiografia, dove si legge:
– “Appena sbarcate ci divisero dagli uomini. Le più giovani furono condotte in una stanza a parte, e i mercanti arabi le osservavano come si fa con i cavalli. Alcune donne, per sfuggire a quell’esame, si graffiavano il volto o si imbrattavano di cenere, così da sembrare meno avvenenti.”
Poi ancora:
– “Il sultano fece chiamare tutte le schiave cristiane. Entrammo tremando, perché si diceva che chi veniva giudicata bella non tornava più indietro, finendo nel suo serraglio. Io dissi di essere maritata e incinta, e così mi lasciai scivolare in fondo alla fila, evitando il suo sguardo.”
– “Alle donne che rifiutavano l’islam venivano tolti i capelli, e venivano bastonate davanti alle altre, come esempio. Alcune cedettero per la paura, altre preferirono morire. Io stessa recitai le loro parole con le labbra, ma nel cuore rimasi cristiana.”
– “Fra le schiave cristiane ci aiutavamo come potevamo. Chi riceveva pane o fichi secchi ne divideva con le altre. La notte pregavamo insieme in segreto, e ci confessavamo a vicenda le nostre colpe, come se fossimo già sul punto di morire.”
– “Una donna francese che rifiutava di sposare un moro fu trascinata per le strade con le mani legate dietro la schiena, e frustata fino a sanguinare. Tutto ciò per ammonire le altre, affinché non resistessero alla loro volontà.”
“Molte di noi erano impiegate a tessere o a filare lana. Ma anche il più piccolo errore era punito con schiaffi o con giorni senza pane. Era la paura, più che la fame, a farci obbedire.”
“Alcune compagne furono costrette a sposare uomini che le trattavano come serve. Venivano private del loro nome e ribattezzate con nomi musulmani. Io vidi una giovane italiana, di appena sedici anni, che la mattina ancora piangeva la madre, e la sera era già moglie di un vecchio mercante.”
“Quando una schiava si ammalava gravemente, spesso non le veniva dato alcun soccorso. Alcune venivano semplicemente lasciate a morire, e il giorno dopo al loro posto vi era già un’altra, acquistata al mercato.”
“Per non dimenticare la mia lingua e la mia fede, ogni giorno recitavo le preghiere che ricordavo. Con me altre donne facevano lo stesso. Dicevamo: anche se i nostri corpi sono prigionieri, le nostre anime restano libere.”
La seconda testimonianza è di Emanuel d’Aranda, un diplomatico fiammingo catturato dai corsari barbareschi nel 1640, che anni dopo pubblicherà un libro fondamentale: “Relation de la captivité d’Emanuel d’Aranda” (pubblicata per la prima volta ad Anversa nel 1656, poi tradotta in varie lingue). Non si tratta di un semplice diario personale, ma di un racconto molto ricco che alterna Memorie autobiografiche come la cattura, le condizioni di vita dei prigionieri, la brutalità dei padroni; la descrizione della società algerina con i costumi, il mercato degli schiavi, i ruoli sociali e i rapporti tra musulmani, ebrei e cristiani.
Vi cito qualche passo:
“Le donne giovani e belle venivano separate subito dal resto, e destinate ai palazzi dei ricchi o ai bagni delle concubine. Ho veduto cristiane di nobile stirpe ridotte a servire come schiave, costrette a imparare la lingua araba e a rinnegare la fede, sotto minaccia di bastonate o peggio.”
«Le giovani donne cristiane erano tenute con particolare attenzione, poiché si sperava di ricavarne profitto vendendole ai pascià o ai ricchi mercanti. Molte di esse, appena giunte al mercato, venivano spogliate e mostrate come cavalli, e il prezzo saliva se apparivano sane e belle.»
“Ricordo una giovane francese che, pur avendo ricevuto frustate crudeli, non volle mai rinnegare la fede di Cristo. Diceva ai suoi compagni di sventura: ‘Mi possono togliere la libertà, ma non il mio Signore’. Morì di stenti, ma con il crocifisso che si era segretamente intagliata in un pezzo di legno.”
“Le fanciulle cristiane, se erano giovani e piacevoli, venivano subito acquistate dai pascià e dai ricchi mercanti, non per servirli come domestiche, ma per accrescere il loro serraglio. Molte di loro, piangendo e gridando, venivano trascinate via dai genitori e dai fratelli, e non si seppe più nulla della loro sorte.”
“Una giovane donna di Siviglia, di famiglia onorata, fu più volte battuta perché si rifiutava di pronunciare la formula della loro fede. Le tolsero i capelli, la vestirono alla turca, e ogni giorno le mettevano davanti il Corano, finché, vinta dal dolore, ella cedette con le labbra ma non con il cuore.”
“Fra le prigioniere vi erano anche madri con bambini piccoli. I figli venivano strappati dal seno e dati ad altre famiglie moresche per essere allevati nella loro religione. Non v’è dolore più atroce di quello di una madre che vede il proprio sangue crescere sotto un altro nome e un’altra fede.”
“Non era raro che i padroni, ubriachi, entrassero nelle stanze delle schiave cristiane, scegliendole come si sceglie una bestia al mercato. Le più giovani vivevano in continua paura, e molte si toglievano la vita piuttosto che subire simili oltraggi.”
Poi ci sono altri passi, contenuti in altri racconti più brevi, che ci raccontano altro ancora. Nel 1581 Antonio de Sosa, frate francescano portoghese tenuto prigioniero ad Algeri, scrisse
«Non è raro vedere fanciulle cristiane, di appena dodici o tredici anni, comprate dai mori e subito forzate a rinnegare Cristo, affinché possano entrare negli harem. Alcune resistono e vengono battute, altre, per timore o per fame, si piegano.»
Sempre nel XVI secolo Marin Sanudo, da Venezia, annota nel suo diario: «Molte donne furono tolte dalle case e condotte sulle galee, tra pianti e strida, e si seppe poi che furono condotte a Costantinopoli, parte vendute come schiave, parte donate ai grandi del Turco.»
Nel 1553 Pietro Bragadin, ambasciatore veneziano a Costantinopoli, manda una relazione: «Le donne catturate nelle isole greche vengono facilmente convertite a forza e poi maritate a soldati turchi. Quelle che si mostrano ribelli sono vendute nei mercati, dove l’onore loro viene meno.»
Nel XVII secolo Evliya Çelebi, un viaggiatore ottomano, descrive la vita nei palazzi imperiali: «Molte delle concubine del serraglio erano figlie di infedeli, prese in giovane età durante le guerre e istruite nelle arti della musica, della danza e della conversazione. Divenute musulmane, alcune guadagnavano il favore del sultano e ascendevano a posizioni di potere.»
Non tutte vengono tenute prigioniere a vita. Nel Registro di riscatto dei Mercedari, redatto a Palermo nel 1624, si legge: «Si redimono due donne di Messina, catturate in mare dai corsari di Tunisi, che da due anni servivano nelle case di mercanti turchi. Per esse si pagò gran somma, poiché erano giovani e avvenenti.»
Bartolomé Bennassar, nel XVII secolo, dopo che è stato pagato il suo riscatto scrive: «Le donne prese in mare vengono subito divise: le più giovani e belle sono destinate ai bagni dei pascià, le altre vendute. Talvolta, quando non vi sono compratori, vengono mandate alle case dei giannizzeri per servire, e poche si rivedono libere.»
Francesco di San Lorenzo, nel (1609), porta a termine una missione di riscatto a Tunisi. «Trovammo molte donne cristiane in stato miserabile, alcune già con figli di mori, altre che piangevano notte e giorno supplicando di esser riscattate, poiché dicevano di patire violenze e ingiurie indicibili.»
Un prigioniero genovese nel 1588 scrive da Algeri una lettera, conservata nell’Archivio di Stato di Genova: «Le nostre donne son tenute come merce: si contrattano al mercato come cavalli e si soppesano come sacchi. Chi non si converte vien menata alla frusta o al giaciglio forzato. Solo col riscatto si ha speranza di libertà.»
Padre Daniele Farlati nel 1751 riprende documenti veneziani più antichi: «Molte donne croate e dalmate, prese dai Turchi nelle scorrerie, furono viste in schiavitù a Costantinopoli, non poche introdotte negli harem e fatte musulmane.»
L’ambasciatore Ogier Ghiselin de Busbecq, nelle sue “Lettere dalla Turchia”, redatte a Costantinopoli, nel 1562 scrive: «Non di rado vidi schiave cristiane, prese nelle guerre di Ungheria o di Transilvania, che, mutata fede, divennero mogli di soldati o concubine di ricchi ottomani. Alcune, sebbene riluttanti, finirono per abituarsi alla nuova condizione.»
In una relazione anonima sul sacco di Otranto (1480), riportata nelle Cronache Salentine, si legge: «Molte matrone e vergini furono prese e mandate a Costantinopoli; alcune vendute, altre donate, e nessuna fu restituita alla patria, se non quelle riscattate a caro prezzo.»
Dopo aver sentito la voce di quelle schiave parlare da tanto tempo lontano potremmo cadere nella tentazione di dividere il mondo fra i buoni e i cattivi, pensando che gli ottomani rapissero donne indifese e che i cristiani si impegnassero a difenderle e riscattarle. Ma la storia ha il tremendo fascino di essere molto più complessa di quanto appaia in superficie. Durante il Medioevo erano i pirati cristiani, provenienti dalla Catalogna o dalla Sicilia, che dominavano i mari, ma l’espansione dell’Impero Ottomano consentì di armare numerose navi di grande qualità, non usando i vascelli soltanto per traffici leciti. Fra i corsari barbareschi si trovavano anche numerosi europei, fra cui tale Jan Janszoon van Haarlem, olandese, che era diventato musulmano e si faceva chiamare Murad Reis il Giovane. Questi europei avevano insegnato agli ottomani alcune tecniche di navigazione più avanzate, tecnologie di cui i pirati si avvalevano per razziare tutto il bacino mediterraneo.
Bisogna fare un’ulteriore attenzione: non bisogna pensare ai corsari barbareschi come dei moderni attivisti della jihad, anzi. I pirati non avevano alcuna preferenza nel rapire e razziare popoli di religioni, culture e colore della pelle diversi dai bianchi. Gli schiavi dei barbareschi potevano essere neri o bianchi, cattolici, protestanti, ortodossi, ebrei e, in casi più rari, anche musulmani. L’importante era solo il profitto.
Nello stesso periodo, e mi preme specificarlo, anche l’occidente cristiano traduceva in schiavitù moltissime persone che venivano catturate durante guerre e campagne di conquista, ma non effettuava delle scorrerie in territorio nemico con lo scopo di catturarne le popolazioni. Si avvaleva di mercati diversi, e poi proprio gli europei daranno vita all’immenso mercato di schiavi africani, che venivano tradotti negli USA in condizioni oltre quello che possiamo considerare disumano.
I pirati Barbareschi trattarono grandi quantità di schiavi e schiave per almeno 3 secoli, dal ‘500 all’800 circa, riducendo in questa condizione almeno un milione di persone, la stima più precisa ci dà la cifra di un milione e 250mila persone. Fra queste le donne giovani e belle subivano un destino tremendo: finire a fare le schiave sessuali del sultano o dei vari Pascià e Bey, costrette a rinnegare la fede, torturate e seviziate nel caso in cui non si fossero convertite. Era un destino crudele, che nell’animo di quelle donne era ancor più significativo che al giorno d’oggi: per loro la fede era una questione di identità profonda, qualcosa di irrinunciabile, e per questo gli islamici erano tanto convinti nel farle convertire. Una tortura psicologica prima che fisica, che gettò nella più totale disperazione centinaia di migliaia di donne, costrette a vivere un’esistenza di dolore e sofferenza. E invece il destino dei figli che queste partorivano con i musulmani, qual era? O il destino dei figli che portavano dall’Europa cristiana? Se ti interessa anche questo aspetto della storia dei Pirati barbareschi scrivimelo qua sotto nei commenti. Grazie mille a tutti noi ci vediamo al prossimo video.
