Diavoli e streghe vengono da Nord. Proprio il Nord estremo, dove l’ululato del vento provoca terrore alle orecchie umane e le tempeste di neve agghiacciano anche l’anima.      I demoni possano volare attraverso venti e tempeste, le streghe possono invocare tuoni e fulmini, nebbie impenetrabili e burrasche marine, là ai confini del mondo, perché “la malvagità veniva dal Nord”.

Questo era, più o meno, il pensiero che circolava in Europa nel XVI e XVII secolo. Secondo questa teoria le persone che vivevano all’estremo nord del continente erano più inclini alla cattiveria rispetto a chi viveva in paesi più luminosi e soleggiati: “la magia venne con il vento del nord”.

Figuriamoci quanta cattiveria doveva albergare nell’estremo lembo orientale della Norvegia, nella contea di Finmark, là dove l’ovest incontra l’est! Tanta, visto che la cittadina di Vardø si guadagna il soprannome di “capitale delle streghe della Norvegia”.

Vista di Vardø

Immagine via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Agli inizi del 1600, le poche persone – circa tremila – che abitano quelle inospitali coste settentrionali in una manciata di paesi, sono per una metà norvegesi e per l’altra Sami (i nativi, spregiativamente chiamati lapponi), e tutti vivono di pesca.

Questo rappresenta un bel problema, perché significa che le donne (scandinave) dei villaggi trascorrono molto tempo da sole, preda delle tentazioni di Satana. Per non parlare dei Sami, guardati male per quella loro religione pagana, con gli sciamani capaci di stregonerie e di evocare i morti con l’ossessivo suono dei loro tamburi.

In quelle terre dell’estremo nord il governo centrale non è presente, sono le autorità locali a fare e disfare, anche in materia di giustizia.
Nel 1617 però, il re di Danimarca e Norvegia Cristiano IV, approva una legge contro la stregoneria, che arriva con un ritardo di circa tre anni anche nel Finmark. Arriva insieme a funzionari tedeschi e scozzesi, in particolare scozzesi, conosciuti per essere i più implacabili cacciatori di streghe d’Europa.

E difatti si scatena una caccia alle streghe che nemmeno durante l’isteria collettiva di Salem sarà uguagliata: solo a Vardø, nel primo grande processo del 1621, 77 donne (quasi tutte norvegesi) e 14 uomini (tutti Sami) finiscono al rogo. Secondo Rune Blix Hagen, dell’Università di Tromsø, basandosi solo sulle fonti documentate “dal 1593 al 1692, vi furono circa 140 processi alle streghe a Vardøhus (oggi noto come Finnmark, la contea più settentrionale della Norvegia vicino al confine russo). Circa 100 delle streghe, principalmente donne, furono bruciate sul rogo, e circa 27 dei processi alle streghe nel Finnmark hanno colpito le popolazioni indigene della Norvegia, i Sami.”

L’antefatto

E’ la vigilia di Natale del 1617. Nelle coste del Finmark si scatena una tempesta spaventosa, il mare sembra sollevarsi fino al cielo, per precipitare giù forse fino all’inferno. Non c’è scampo per i pescatori che sono in mezzo alla burrasca, arrivata all’improvviso come per “uno schiocco di dita”. Delle ventitré barche che erano là fuori, nel fiordo di Varanger, solo cinque riescono a rientrare a Vardø. Quaranta uomini sono morti nella tempesta, un disastro che lascia il villaggio quasi senza abitanti.

Il processo

A gennaio del 1621 inizia il processo alle streghe di Vardø. La povera Mari Jørgensdatter confessa sotto tortura la sua colpa: la vigilia del Natale appena trascorso accetta di servire Satana, insieme alla sua vicina di casa Kirsti Sørensdatter. Insieme volano a un sabba su un monte vicino alla città di Bergen, lontana 1600 chilometri dal loro villaggio. Lì incontrano molte streghe di Vardø e di altri villaggi vicini, tutte donne che poi saranno processate e torturate. Tra loro c’è anche Else Knutsdatter, sottoposta alla tortura dell’acqua, che spiega come tutte le streghe insieme abbiano chiamato la tempesta del 1617: dopo aver fatto tre nodi a una fune, averci sputato sopra e poi sciolto i nodi “il mare si sollevava come cenere e la gente veniva uccisa”.

Nuvole sul fiordo di Varanger

Immagine di Ricksulman via Wikipedia  – licenza CC BY -SA 3.0

Oltre a questo prodigio, c’è naturalmente anche tutto il corollario di balli e accoppiamenti demoniaci, di persone trasformate in cani e gatti neri, mostri marini e uccelli. C’è soprattutto la confessione delle donne di avere avuto rapporti sessuali con diavoli durante le forzate assenze dei mariti, occupati con la pesca.

Questo processo, e gli altri che seguiranno fino al 1663, mostrano “una tendenza all’annientamento della popolazione femminile” in quei villaggi di pescatori “tipicamente maschili” (R.B. Hagen-Dip. di storia e studi religiosi- Univ. Di Tromsø).

Perché quel radicato pregiudizio sulla magia portata dal vento del nord ha indotto una feroce volontà di imposizione dell’ortodossia luterana. Il pericolo dunque, in quell’ottica, è rappresentato dai Sami, temuti addirittura anche da chi è convinto di avere poteri magici, e dalle donne scandinave che passano troppo tempo a casa da sole.

In quello sperduto angolo di mondo viene individuata la porta dell’inferno: secondo il racconto di una bambina di dodici anni, accusata di stregoneria, dal monte Domen, tra i villaggi di Vardø e Kiberg, si accede all’inferno, descritto come una lunga valle nera con un lago dalle acque scure che ribollono quando Satana sputa fuoco da un corno di ferro, facendo strillare come gatti tutti gli uomini e le donne immersi in quell’acqua.
Quella bambina fa i nomi di diverse donne che, durante l’ultimo e più drammatico processo del 1663, verranno torturate e uccise in base alla sua testimonianza. Dopo un po’ si scoprirà che la ragazzina, figlia e nipote di due “streghe” mandate al rogo, era stata convinta dalla moglie del medico locale a fare tutte quelle accuse e quei racconti farneticanti.

Steilneset Memorial

Immagine di Stylegar via Wikipedia  – licenza CC BY-SA 4.0

Dal 2011 un monumento in memoria di tutte le persone perseguitate e uccise nel 1621 a Vardø, si staglia su un promontorio spazzato dal vento, lo Steilneset Memorial, composto da due diverse installazioni.

L’architetto svizzero Peter Zumthor ha ideato una lunga struttura di legno che contiene una lunga tela da vela bianca, tesa con cavi d’acciaio. Lungo uno stretto corridoio ci sono 91 finestre, una per ogni vittima, e altrettante lampade che illuminano le targhe dove sono riportati i nomi e le storie delle persone uccise.

Immagine di guri dahl via Flikr – licenza CC BY 2.0

Una stanza dalle pareti in vetro scuro racchiude invece l’opera dell’artista franco-canadese Louise Bourgeois, chiamata “Il Dannato, il Posseduto, l’Amato”.

Immagine di Bjarne Riesto via Wikipedia – licenza CC BY 2.0

E’ un’istallazione con una forza evocativa di una potenza straordinaria: da sotto una sedia di metallo guizza una fiamma perpetua, riflessa “in sette specchi ovali posizionati su colonne di metallo in un anello attorno alla sede infuocata, come giudici che circondano i condannati” (S.Stephens). Quel fuoco, lungi dall’essere un mero segno di commemorazione, è privo “di qualsiasi qualità redentrice, illuminando solo la sua propria immagine distruttiva” (Donna Wheeler, L’ora delle streghe in Norvegia).

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.