A Creta, all’interno del palazzo di Cnosso, sono state trovate centinaia di coppe “usa e getta” risalenti a circa 3.500 anni fa appartenenti alla civiltà Minoica: coppe d’argilla chiara, senza manico, mono-uso, che attualmente fanno parte della mostra al British Museum “Disposable? Rubbish and us”, curata da Julia Farley.

Sotto, una coppa Minoica, fotografia di proprietà di British Museum condivisa mediante cartella stampa della mostra:

La civiltà minoica si sviluppò approssimativamente dal 2.700 al 1.400 a.C., e venne riscoperta tra il 1901 e il 1905 grazie al lavoro dell’archeologo britannico Arthur Evans che comprò la terra con i suoi risparmi (la famiglia possedeva una fabbrica) e decise di preparare gli scavi seguendo un metodo non scientifico-conservativo. A questo fatto dobbiamo imputare la ricostruzione di ampie parti delle architetture del sito sulla base della sua interpretazione personale, usando dei materiali estranei ai metodi di costruzione degli antichi cretesi, per aiutare i visitatori a “leggere” i reperti.

La civiltà Minoica prese il suo posto storico come “il primo anello nella catena europea”, come affermò lo storico Will Durant; grazie infatti alla vantaggiosa posizione geografica dell’isola sorse un fiorente impero marittimo, che dal Mar Egeo controllava una rete commerciale che raggiungeva l’Egitto, la Fenicia, le regioni a nord del Mar Nero e l’Occidente, tanto da esercitare una vera e propria talassocrazia affermandosi come prima società altamente civilizzata del Mediterraneo.

Mappa di Creta Minoica. Foto di Bibi Saint-Paul condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia

Venne chiamata “Minoica” in riferimento al nome del mitologico re cretese Minosse, per quanto non si sappia ancora come effettivamente i minoici chiamassero loto stessi. Nella mitologia greca Minosse venne associato al labirinto che fece edificare per rinchiudervi il Minotauro, e che Evans identificò nel sito di Cnosso, il monumentale palazzo che sorgeva su più piani nella parte centrale dell’isola, composto da scalinate, pozzi, cortili e colonne massicce.

Entrata Nord del Palazzo di Cnosso. Foto di Marc Ryckaert condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia

Dai resti archeologici che permettono di studiare questa civiltà il legno e i tessuti scomparirono velocemente per decomposizione, mentre palazzi ed opere particolari vennero perse in due grandi distruzioni avvenute tra il 1500 a.C. e il 1400 a.C. Uno degli aspetti fondamentali per lo studio della società minoica è costituito dunque dall’attività artistica, attraverso l’architettura palaziale con i suoi affreschi, i quali includono paesaggi e pietre incise, l’oreficeria, la glittica e soprattutto la ceramica, nella quale è stata individuata una sequenza stilistica che ha permesso agli archeologi di definire le tre fasi temporali di evoluzione della cultura minoica stessa.

Phitoi a Cnosso. Foto di Harrietta171 condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia

Nella civiltà Minoica si è riscontrato come la concentrazione della ricchezza giocasse un ruolo importante nella struttura della società. Costruzioni con molte stanze vennero scoperte anche nelle aree ‘povere’, rivelando così un’uguaglianza sociale e anche una discreta distribuzione della ricchezza. Per lo più la società era composta da mercanti ed artigiani, e la loro religione prevedeva lo svolgimento di banchetti, feste e sacrifici.

I luoghi predisposti per le celebrazione dovevano probabilmente essere i palazzi, caratterizzati da una destinazione spaziale multiuso, centri di governo, uffici amministrativi, archivi, santuari, officine e spazi per l’immagazzinamento.

Affresco del Palazzo di Cnosso illustrante acrobazie con toro. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia


Si ipotizza che le coppe monouso recentemente ritrovate venissero utilizzate in queste circostanze sociali:

Non dovevano essere lavate dopo i festeggiamenti, erano disponibili in grande quantità e soprattutto esibivano ricchezza poiché l’atto stesso di buttarle via dopo l’evento significava essere benestante

Questo gesto è un forte messaggio di riflessione sul concetto di uso e consumo e accompagna la nuova sensibilità all’ambiente e al paesaggio degli ultimi anni, come si vede in Italia con la nuova legge di bilancio che ha introdotto la “plastic tax”, in vigore da luglio 2020, un balzello di 45 centesimi per ogni chilo di plastica, e dalle grandi proteste ambientaliste a livello mondiale, portate avanti soprattutto dai più giovani.

Rifiuti di plastica sulle spiagge, fotografia di proprietà di British Museum condivisa mediante cartella stampa della mostra:

La civiltà Minoica diviene emblema di come l’essere umano abbia fin dall’antichità concepito il mondo circostante a suo uso e consumo, da cui trarre il maggior comfort possibile e da cui ricavarne risorse senza preoccuparsi del loro riutilizzo.

Per millenni l’uomo non ha pensato al “dopo” dell’utilizzo di una certa risorsa ed esempio ne è proprio il reperto minoico esposto nella mostra “Disposable? Rubbish and us”.
La coppa viene esposta in una posizione dialogante, accanto ad un bicchiere mono uso di carta degli anni ’90, con l’intento di stimolare il visitatore in maniera creativa, affinché sviluppi uno sguardo critico e attento verso ciò che lo circonda.

Una coppa Minoica affianco al bicchiere mono uso di carta, fotografia di proprietà di British Museum condivisa mediante cartella stampa della mostra:

L’essere umano infatti per sua natura ha sempre prodotto spazzatura essendo essa stessa il sottoprodotto dell’uso di oggetti e strumenti usurabili nel tempo: i resti che ogni specie vivente lascia dietro di sé è un importante traccia dei modi e delle abitudini che la caratterizza, soprattutto dove mancano fonti scritte o iconografiche.

Naturalmente i minoici facevano bicchieri usa e getta in argilla e in una scala molto più piccola. Di certo se ne sono sbarazzati pigramente, proprio come facciamo noi oggi, ma lo hanno fatto costruendo una notevole civiltà dell’età del bronzo con un’arte e una scrittura senza compromettere irreversibilmente il benessere del pianeta” afferma la curatrice J. Farley.

Entrambe le coppe parlano di ricchezza e di potere, mettendo in evidenza le preziose risorse e il lavoro che sono stati utilizzati nel corso della storia per fare oggetti che sarebbero stati utilizzati solo una volta. Tuttavia, bisogna riconoscere che la creazione di coppe di argilla minoica era su scala infinitamente più ridotta.

Nell’esposizione “Disposable? Rubbish and us” si presenta come secondo elemento caratterizzante un cestino da pesca fatto di plastica trovato su una spiaggia di Guam nell’Oceano Pacifico dall’artista contemporaneo Anthony Guerrero: è un altro oggetto aspramente toccante, ci ricorda che gran parte della plastica nel Pacifico è generata dalle industrie internazionali della pesca, del trasporto alimentare e delle costruzioni.

Guerrero ha trovato un modo creativo e pratico per dare una seconda vita a questo robusto materiale non riciclabile monouso.

Cestino di plastica ritrovato a Guam, fotografia di proprietà di British Museum condivisa mediante cartella stampa della mostra


Può anche essere visto come una potente dichiarazione politica creata in risposta all’impatto che i rifiuti di plastica stanno avendo sulle persone che vivono nel Pacifico. Le comunità del Pacifico, come l’artista stesso, stanno lavorando insieme per attivare iniziative volte ad arginare l’impatto del problema attraverso la pulizia delle spiagge volontaria, riciclando gli oggetti scartati e vietando l’uso di alcuni strumenti di plastica usa e getta. Tuttavia, queste risposte locali non possono in alcun modo alleviare la portata del problema. Gran parte di questi rifiuti non è creato localmente.

J. Farley infatti garantisce che anche i musei devono contribuire alla riduzione dei rifiuti. Il British Museum sta cercando di ridurre il suo impatto ambientale, con tutti i rifiuti prodotti in loco che vengono riciclati o bruciati e convertiti in elettricità: “Ci impegniamo anche per uno sviluppo più sostenibile delle fiere, e oltre il 90% dei materiali utilizzati per costruire l’esposizione sono stati riciclati dalla mostra Manga”.

Emerge come siamo diventati una società “liquida” in cui nulla dura a lungo e dove manca il concetto di cura e riparazione; la spazzatura che si produce oggi non solo è prodotta da uno spreco spropositato delle risorse, ma è anche caratterizzato dalla smania di avere sempre oggetti nuovi ed aggiornati, seguendo i ritmi del progresso tecnologico: un eccesso dei consumi e un’indifferenza ambientale totalizzante.

Alimentato dalla nostra domanda di merci convenienti e a buon mercato questi articoli possono richiedere centinaia di anni per biodegradare, e sono spesso smaltiti male e questo ha portato a quasi otto milioni di tonnellate di plastica che entrano nei nostri oceani ogni anno. Oltre il cinquanta per cento di questa plastica oceanica è formata da rifiuti dell’industria della pesca commerciale internazionale ed è composto da reti rotte e attrezzature rotte che, unendosi con i rifiuti di scarto della vita quotidiana dalle grandi nazioni circostanti, creano i cosiddetti ‘rifiuti patch’ che roteano insieme seguendo le correnti oceaniche chiamate circoli del Pacifico.

Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Se la spazzatura dell’epoca Minoica può fungere da tesoro di informazioni, aiutandoci a costruire storie e dettagli di persone che vivevano nell’antica Creta, cosa può dirci oggi la spazzatura di plastica su di noi? Quali oggetti useranno i futuri musei per raccontare la nostra storia?

Coppa minoica usa e getta, fotografia di proprietà di British Museum condivisa mediante cartella stampa della mostra

Un ritrovamento archeologico, quello fatto a Cnosso, che come mai prima è riuscito a dare uno scossone etico all’uomo contemporaneo, una voce dalla più profonda antichità che sembra ammonire il nostro futuro.

Martina Manduca
Martina Manduca

Vivo a Venezia e ho studiato Archeologia medievale tra l’Università di Padova e l’Università di Cordoba in Spagna. Sono appassionata di arte, letteratura e cucina e mi piace scoprire un aspetto nuovo di ognuna di esse viaggiando per il mondo.