Le Origini della Divisa Militare

La divisa o uniforme militare, come la conosciamo, compare solamente alla fine del XVII secolo. In precedenza il problema della distinzione degli schieramenti avversi sul campo di battaglia era sicuramente più arduo data la mancanza nella mischia di adeguati segni di riconoscimento, a fronte dell’omogeneità di abbigliamento ed equipaggiamento dei soldati.

Dall’età antica sino all’alto medioevo, la riconoscibilità era insita negli usi e costumi, ossia nell’identità stessa dei popoli che si affrontavano in armi: dalla foggia delle armature (il caratteristico “elmo gallico” e la “lorica segmentata” dei legionari romani), all’utilizzo di determinati capi di vestiario (il famigerato mantello “cremisi” degli Spartani o le “brache” dei popoli celtici), all’acconciatura dei capelli e delle barbe (i lunghi capelli con trecce e le lunghe barbe dei Longobardi e di altre etnie germaniche, oppure il mento rasato e i lunghi mustacchi tipici dei Franchi), alle pratiche del tatuaggio e della pittura del corpo con tinta nera o blu caratteristica delle tribù celtiche.

Ricostruzione storica della divisa di un centurione del 70 d.C. Fotografia di Medium 69 condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Nel basso medioevo l’aspetto esteriore dei combattenti, il loro vestiario e l’armamento in dotazione, risultava analogo in tutti gli eserciti e rifletteva nello schieramento la gerarchia sociale.

I contadini e i sudditi meno abbienti nelle monarchie europee nonché, allo stesso modo, la piccola borghesia cittadina dei Comuni italiani (artigiani e piccoli commercianti delle “arti minori”), ossia la “gente di ordinaria condizione”, costituivano il grosso della truppa appiedata. Con al massimo un elmo, armati di picca, arco o balestra, indossavano panni di stoffa semplice non tinta, lana o fustagno, dai colori naturali (grigi e marroni). I fanti, o “pedites”, si distinguevano essenzialmente per il grande scudo quadrato piantato a terra, il “pavese”, dipinto con lo stemma comunale.

I membri della nobiltà di spada o del ceto magnatizio comunale, nonché dell’alta borghesia cittadina delle “arti maggiori” (imprenditori, ricchi mercanti e professionisti), erano gli unici che potevano permettersi di combattere a cavallo, con armatura (cervelliera con parnaso o elmo pentolare e cotta di maglia d’acciaio), lancia e spada, costituendo una vera propria élite sociale e guerriera (per raggiungere lo status sociale di cavaliere, non bastava la semplice possibilità economica di combattere a cavallo ma bisognava essere “armati” cioè formalmente nominati cavalieri attraverso la cerimonia dell’addobbamento cavalleresco). Ogni cavaliere era però riconoscibile personalmente grazie alla “giornea” o “veste d’arme”, indossata sulla cotta di maglia, dipinta con costose tinture (ad esempio nero, rosso, blu), in tessuto rinomato, a riprodurre lo stemma famigliare (dipinto anche sullo scudo e sulla gualdrappa del destriero) e a ostentare la ricchezza della propria posizione sociale. L’individualità del cavaliere, pur se nella consapevolezza di far parte di una classe superiore, era concetto fondamentale del codice cavalleresco.

Il miles Christianus allegoria (metà del XIII secolo), di un cavaliere armato di virtù di fronte al vizio in combattimento mortale:

Da ciò l’importanza tattica e logistica delle bandiere in battaglia (i vessilli delle famiglie nobili, i gonfaloni delle associazioni religiose o delle corporazioni, il gonfalone del Comune, come la croce rossa su campo bianco di Milano, che issato su un carro trainato da buoi, chiamato “carroccio”, indicava il centro dello schieramento), le quali permettevano ai combattenti di orientarsi nell’inferno della mischia e serrare i ranghi assieme ai propri compagni d’arme.

Nel Rinascimento l’impiego sempre più massiccio delle nuove armi da fuoco ha decretato la rivincita della fanteria, la quale strappò alla cavalleria il suo secolare ruolo di “regina” dei campi di battaglia. L’introduzione delle falangi di picchieri unitamente all’efficace copertura garantita dagli archibugi determinò l’ascesa delle bande mercenarie di svizzeri e lanzichenecchi, i quali ostentavano la ricchezza derivante dalla loro remunerativa professione vestendo abiti multicolori dalle fogge stravaganti con tagli, sbuffi e audaci aderenze per far risaltare le forme virili. La moda del XVI secolo ne fu influenzata sensibilmente e venne adottata dai gentiluomini di tutta Europa. Tuttavia queste soldatesche, tra loro indistinguibili, si ritrovavano spesso su fronti opposti. Attualmente gli unici corpi militari che abbiano mantenuto una divisa di ispirazione rinascimentale sono la Guardia Svizzera, incaricata della sicurezza personale del Papa (sin dal 1508 quando il primo contingente fu ingaggiato da Giulio II della Rovere), e i Yeomen Warders, detti Beefeaters, le guardie della Torre di Londra al servizio della Corona britannica dal 1485.

Yeoman Warder, fotografia di pubblico dominio via Wikipedia:

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Una delle prime proto-divise è la casacca bianca e rossa indossata dai soldati della compagnia del capitano di ventura Dionigi Naldi, chiamati “Brisighelli” dall’omonima città romagnola d’origine, il quale all’inizio del  Cinquecento servì prima la contessa Caterina Sforza, poi Cesare Borgia e per molto tempo la Serenissima Repubblica di Venezia. Lo stesso Duca Valentino aveva una guardia personale abbigliata con “robboni” (eleganti giubbe in tessuto prezioso, broccato di velluto o seta) di colore bianco con ricamata la scritta “Caesar” (tratta dal motto del duca “Aut Caesar, Aut nihil”) in oro.

Con la rivoluzione militare, che durante l’Antico regime avviò la transizione dal mercenarismo medievale al modello di esercito permanente contemporaneo, nel XVII secolo si cercò sempre più di razionalizzare la disposizione della forza in campo riducendo al massimo l’iniziativa del singolo combattente, sino ad auspicare l’azione quasi meccanica di unità tattiche omogenee che seguissero pedissequamente gli ordini superiori come ingranaggi di una grande macchina eterodiretta. Fu così che le compagnie furono inquadrate in reggimenti al comando di un colonnello e da ciò si sviluppò via via l’organigramma e la gerarchia militare moderna.

Nel Settecento l’affermarsi delle monarchie assolute, nelle quali la parola del sovrano era legge non soggetta ad alcun tipo di riserva, permise l’istituzione di un sistema fiscale in grado di mantenere gli eserciti permanentemente anche in tempo di pace. L’espressione esteriore della razionalizzazione degli eserciti è l’uniforme (tutti i soldati devono essere vestiti uguali) o “divisa”, in quanto l’abito del soldato era normalmente di due colori diversi: uno di fondo e uno, a contrasto, nei risvolti delle maniche e nel colletto, cosiddette “mostre”. La divisa si rifaceva alla livrea del “lacchè”, ossia il servitore o valletto al seguito dei nobili signori, anche a significare che tutti i soldati erano servitori del sovrano. Infatti, tra XVII e XVIII secolo e per lungo tempo, gli ufficiali furono refrattari a indossarla per non svilire il loro status nobiliare e mantenere il più possibile la propria identità individuale, portando come segni di riconoscimento fusciacche attorno alla vita o sciarpe a tracolla di colore generalmente rosso o azzurro, ovvero oggetti dal significato pregnante, come la spada (retaggio cavalleresco che tuttora, insieme alla fascia azzurra a tracolla, indica il grado di ufficiale) o il bastone del comando, ereditato dai capitani rinascimentali. Il Principe Eugenio di Savoia, Feldmaresciallo dell’Impero ed eroe della battaglia di Torino del 1706, vestiva spesso un’elegantissima marsina ricamata d’oro sotto la corazza di finissima fattura, portava stretta in vita un’appariscente fusciacca rossa, e in testa una parrucca alla moda dell’epoca e un tricorno sormontato da una grande piuma.

Sotto, il Principe Eugenio di Savoia, dipinto di Jacob van Schuppen:

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Ben presto ogni esercito nazionale adottò determinati colori per le divise, le quali avevano lo stesso taglio degli abiti civili del tempo, ovvero marsina (giacca lunga), sottomarsina (gilet) e coulottes (I caratteristici pantaloni corti al ginocchio) in panetto di lana, ghette in tessuto o pelle, tricorno. I soldati inglesi avevano divise rosse con mostre bianche (ancora oggi il rosso è il colore delle Coldstream Guards della Regina e dei Rangers canadesi) si dice perché i soldati non fossero impressionati dal sangue delle ferite, anche se in verità il colore rosso risale a compagnie inglesi del XVI secolo ed ebbe tanto successo da essere adottato per l’intero esercito.

Un sergente Colstream Guards. Fotografia di Sergeant Rupert Frere RLC/MOD condivisa con licenza OGL v1.0 via Wikipedia:

I soldati del Regno di Francia e quelli dell’esercito imperiale asburgico indossavano divise bianche, colore naturale della lana anche in un’ottica di risparmio. Ogni reggimento di fanteria imperiale era identificato da un colore specifico delle mostre: ad esempio il quattordicesimo Reggimento Salm-Salm (dal nome di una contea, poi principato, sita nella Renania Palatinato, dove era stato istituito) aveva mostre di colore prima blu scuro poi nero a partire dalla metà del Settecento. Le fusciacche degli ufficiali erano dorate con profili scuri.

Nicola Marchi (autore dell’articolo) e Riccardo Dal Monte in uniforme militare del XIV Reggimento Salm-Salm, fotografia di ©Massimo Malvestito:

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Gli ufficiali mostravano il loro grado anche con i galloni, ossia passamanerie dorate sui profili delle giacche e sul tricorno. Invece i galloni e ogni distinzione del grado erano assenti nell’esercito del gran Federico II di Prussia, il quale non voleva che ci fossero segni evidenti della gerarchia, perché tutti gli ufficiali, dai sottotenenti ai feldmarescialli tutti provenienti dalla famigerata casta di nobili guerrieri detti “Junker” (i quali si vantavano di discendere dai Cavalieri Teutonici), dovevano essere uguali davanti all’unica e vera autorità del Regno, il Re.

Nicola Marchi (autore dell’articolo) e Riccardo Dal Monte in uniforme militare del XIV Reggimento Salm-Salm, fotografia di ©Massimo Malvestito:

La sobrietà della divisa prussiana, di uno stupendo punto di blu scuro (che sarà tanto caratteristico da essere ribattezzato “blu di Prussia”, inventato da Johann Conrad Dippel) con mostre bianche, perennemente indossata da Federico il Grande in persona, rappresenta l’essenza dell’assolutismo settecentesco.


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