Le “teste di riserva”, o “teste di ricambio” (dall’originario termine tedesco “Ersatzkopfe”) costituiscono un insieme di reperti archeologici ritrovati all’interno di tombe egizie comuni, risalenti all’Antico Regno e prevalentemente alla Quarta dinastia (2613-2494 a.C.), situate per lo più nell’area archeologica di Menfi. Di questi fanno parte trentasette teste, tutte appartenenti a sepolture private non regali.

L’unicità del disegno dell’una rispetto all’altra le rende alcune dei primi esempi di scultura ritrattista della Storia

A scoprire la fu l’archeologo francese Jaques de Morgan nel 1894, nella necropoli reale di Dashur; qui, de Morgan rinvenne la più antica delle teste tutt’ora pervenute, risalente al regno di Snefru (2630-2609 a.C.). Altre teste risalgono per la maggior parte all’epoca dei faraoni Khufu e Khafre, che regnarono fra il 2551 e il 2496 a.C.

Sotto, l’archeologo francese Jacques De Morgan (1857-1924), fotografia di Pubblico Dominio via Wikipedia

Le teste furono realizzate in fine calcare bianco, a eccezione di alcune, realizzate con il fango e la terra, rinvenute sulle rive del fiume Nilo. Solo tre mostrano qualche particella di pigmento, rosso e nero, mentre il resto dei manufatti non riporta nessun segno di colorazione.

Dai tratti somatici differenti tra loro, le sculture risultano tutte scolpite finemente, ad eccezione di alcune, ritrovate ancora abbozzate.

Sotto, due teste di riserva risalenti all’Antico Regno esposte al Museo Egizio de Il Cairo, Egitto. Fotografia con licenza Copyrighted free use, fonte via Wikipedia

Le teste rinvenute hanno alcune caratteristiche in comune:

  • Hanno tutte i capelli corti o rasati
  • Le orecchie sono andate distrutte o non realizzate dagli scultori
  • Mostranoun’incisione dalla sommità della testa alla nuca
  • Si nota una linea a contornare il collo, realizzata a pochi centimetri dalla base

Il mistero risiede nel loro originale scopo; grazie alle ricerche dell’archeologo austriaco H. Junker, si è riusciti a sapere che le teste venivano posizionate all’interno della tomba in apposite nicchie, incavate nel muro creato per dividere la camera sepolcrale dalla tomba vera e propria.

Secondo Junker, durante i secoli, ladri e profanatori avrebbero demolito o spostato le pareti, facendo così ruzzolare a terra i manufatti, rimasti nelle posizioni in cui sono stati rinvenuti.

Sotto, testa di riserva maschile danneggiata, reperto Giza G 4160, risalente alla IV Dinastia, custodita al Roemer-Pelizaeus Museum, Hildesheim. Fotografie di Einsamer Schütze con licenza CC BY-SA 3.0 via Wikipedia

Giza G 4160#2:

Definite “di riserva”, le teste sono state così chiamate per via di una primaria teoria, che ne ipotizzava l’utilizzo nel caso in cui il capo del defunto fosse stato trafugato, oppure deteriorato; nell’antico Egitto, era abitudine tornare a occuparsi delle mummie facendo loro manutenzione, per via dei naturali processi di decomposizione dei tessuti.

A complicare la ricerca del significato dei manufatti, è proprio il loro numero; se la pratica di manutenzione delle mummie era riservata a tutti i defunti e le sculture avevano un ruolo di tale rilievo, perché non erano state realizzate per tutti quelli presenti nella necropoli?

La quantità di tombe attigue a quelle in cui sono stati rinvenuti i manufatti, renderebbe inattendibile questa teoria.

Sotto, testa di riserva rinvenuta ad Abusir, nella tomba di ‘Kaohtep’, risalente all’ Antico Regno, custodita al Museo Egizio di Berlino. Fotografia di Miguel Hermoso Cuesta con licenza CC BY-SA 4.0 via Wikipedia

Kaohtep#2:

Un’altra ipotesi, realizzata dagli studiosi A.L. Kelley e N.B. Millet, considerava le teste come sculture modello per realizzare le maschere funebri dei defunti, e l’assenza di orecchie insieme alla cavità presente sulla nuca come una conseguenza della lavorazione per delineare il calco sul viso.

Sebbene plausibile in alcuni punti, l’idea dei due studiosi non riuscì a trovare conferma.

Una piccola svolta arrivò nel 1991, quando un altro studioso, Roland Tefnin, cercò risposta all’enigma delle teste di riserva tra i testi relativi alla religione e alla magia dell’antico Egitto.

Sotto, testa di riserva reperto Giza G 4350 ritrovata all’ingresso di una tomba, risalente alla tarda epoca della IV Dinastia, custodita al Museo di Storia Naturale di Vienna. Fotografia di Captmondo con licenza CC BY-SA 3.0  via Wikipedia

Giza G 4350#2:

Osservando il segno situato alla base del collo, Tefnin trovò corrispondenze con quello realizzato per la decapitazione; come attestato da due papiri sul serpente Apophi, era uso del sovrano ordinare la decapitazione di uomini a lui nemici, e di animali mitologici pericolosi. Anche su alcune piastre sepolte a Giza durante la XVIII dinastia vengono ritratti, con una linea rossa simile a quella realizzata sulle sculture, uomini con la gola tagliata e la testa rotta, proprio come appare il solco sulla nuca delle teste.

Sulle piastre di Giza era illustrato il rito di esecrazione utilizzato nei confronti di chi era reputato pericoloso o ostile al sovrano, ed è qui che Roland Tefnin trovò somiglianze con la fisionomia delle sculture.

L’ipotesi che dunque Tefnin ha offerto è quella di teste realizzate con le fattezze dei defunti nemici del sovrano, e colpite in modo mirato da sacerdoti esperti, al fine di impedire alle loro anime di poter parlare e sentire nell’aldilà, tramite il taglio della gola e la mutilazione delle orecchie.

Il materiale, calcare bianco, potrebbe suggerire la validità dell’ipotesi, ricordando il pallore conseguente al dissanguamento.

Sotto, testa di riserva di Nefer, segretario del sovrano, risalente alla IV Dinastia, regno di Khafre, reperto Giza G 2110, custodita al Museum of Fine Arts di Boston. Fotografia di Keith Schengili-Roberts con licenza CC BY-SA 2.5 via Wikipedia

Testa di riserva di Nefer#2:

Nonostante si possa pensare a una contraddizione tra la pericolosità dei personaggi e la loro vicinanza alle necropoli dei reali, è noto che nell’antico Egitto era di maggior rilievo il rango sociale rispetto alle azioni compiute in vita.

Verrebbe così spiegato l’esiguo numero di teste rinvenute, rispetto a quello dei defunti della necropoli

Ma, sebbene affascinante, l’ipotesi di Tefnin non ha soddisfatto ricercatori e studiosi.

Più recente e collegata alla prima teoria citata, è quella di Peter Lacovara: le mutilazioni e i segni presenti sulle teste di riserva altro non sarebbero che linee guida tracciate dagli scultori per realizzarle, poi coperte con intonaco, sgretolatosi nel tempo. Poiché questo tipo di linee sono presenti su altre sculture, ma dipinte, Lacovara ha ipotizzato che gli scultori avessero optato per un’incisione, meno esposta ai deterioramenti, rispetto alla pittura.

Dunque la mancanza di orecchie su alcune delle teste, sarebbe da ricondurre a una brusca manipolazione dei ladri di tombe, piuttosto che a un gesto rituale

La creazione e l’utilizzo delle teste di riserva si sarebbero conclusi entro la VI dinastia, sostituite da maschere in gesso apposte direttamente sul viso del defunto.

Sotto, calco in gesso del viso di un defunto risalente alla V-VI Dinastia, rinvenuto nel 1912-1913 nella necropoli ovest di Giza, dagli scavi di H. Junker. Fotografia di Captmondo con licenza CC BY-SA 3.0 via Wikipedia

Ancora una volta, l’Antico Egitto propone un mistero e una sfida a studiosi e archeologi, catturandone l’attenzione, il tempo e scatenandone la fantasia.

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Cecilia Fiorentini

Cecilia Fiorentini

Sono una studentessa di lingue e letterature straniere, ho 23 anni e una grande passione per l'editoria e la scrittura. Mi diletto nella lettura di saggi sull'archeologia misterica, sulla spiritualità e sulle credenze di antichi popoli come Egizi, Vichinghi o Nativi Americani.