E’ una normale mattina d’autunno, almeno per gli standard del Galles meridionale. Nel senso che il tempo è molto umido e piovoso, il paesaggio è coperto da una spessa coltre di nebbia.

Sono le 9:15 del 21 ottobre 1966 e nella scuola primaria Pantglas di Aberfan, un villaggio di 5.000 anime in gran parte appartenenti a famiglie di minatori, si fa festa. E’ l’ultimo giorno di lezione prima delle tradizionali vacanze di Midterm: per festeggiare la ricorrenza, tutti i bambini e gli insegnanti si sono raccolti a cantare inni nella sala riunioni, la più ampia dell’edificio, le cui finestre guardano sul Myniydd Merthyr, una collina alta 493 metri che è il centro delle attività estrattive della zona.

La nebbia impedisce a tutti di vedere anche la collina, ma qualcuno sente un boato che si sta avvicinando. Il pavimento comincia a tremare. Benché il Galles non sia una zona sismica, gli insegnanti hanno fatto corsi ed esercitazioni sulla sicurezza, e ordinano ai bambini di ripararsi sotto i banchi.

I bambini obbediscono subito, ma non servirà a nulla, perché non si tratta di un terremoto

Immagine condivisa via Wikipedia/Giusto Uso

Facciamo un passo indietro, e parliamo del Myniydd Merthyr. Sulla sommità di questa collina, spuntano gli ingressi dei pozzi che conducono alle miniere di carbone. Per questo, quando il minerale viene estratto, si accumula proprio qui. Prima di finire nei camion che lo trasportano giù viene separato dalle impurità, dagli altri residui e da detriti di ogni genere, che restano sul posto. In decine di anni di attività, se ne sono accumulati qualcosa come 160.000 metri cubi. Questi strati di materiale non sono né fissati al suolo né compatti. Come in tutti gli altri casi simili, assorbono una grande quantità di acqua e si gonfiano, diventando sempre più pesanti, mentre il loro equilibrio diventa sempre più precario. E, in una zona piovosa come il Galles, di acqua ne scende giù a catinelle per diversi giorni l’anno.

Da qualche tempo, in seguito ad alcune segnalazioni, qualcuno si è accorto che i detriti sulla cima del Myniydd Merthyr sono letteralmente in bilico e perciò si è deciso di smettere di accumularne altri. Ma nessuno si decide a portare via quelli già presenti. Alle 9,15 del 21 ottobre 1966, la massa di 160.000 metri cubi, gonfia di acqua e ormai ridotta a una densa fanghiglia, si stacca dalla sommità della collina e cola giù a valle. Più tardi, si stimerà che 120.000 metri quadrati di fango si sono depositati lungo le pendici del rilievo, ma i 40.000 rimasti sono arrivati giù fino al paese a grande velocità, travolgendo il primo edificio che gli sbarrava la strada, la scuola primaria Pantglas.

Gli abitanti del paese, confusi dalla nebbia, sentono solo il boato, e pensano inizialmente al passaggio di un jet, poi anche loro a un terremoto

Passa qualche minuto prima che ci si renda conto della frana e partano i primi soccorsi.

Quella mattina, nella scuola primaria Pantglas completamente distrutta, muoiono 144 persone, 116 bambini e 28 adulti appartenenti al personale scolastico. Per il Regno Unito è una tragedia apocalittica. Le immagini dei funerali delle vittime fanno il giro del mondo. Nove giorni dopo il disastro, arriva anche la visita della regina Elisabetta: una bambina superstite porge un mazzo di fiori alla sovrana e questa viene vista piangere in pubblico per la prima volta da quando è salita al trono.

La fotografia aerea del prima e dopo:

Immagine di pubblico dominio

Nonostante la gara di solidarietà che si scatena subito prima nel Regno Unito e poi nel resto del mondo, una volta spenti i riflettori dei mass media, ad Aberfan devono fare i conti con la triste realtà. Il contraccolpo economico, con la sospensione delle attività estrattive nell’area, è già abbastanza pesante, ma a questo si aggiunge anche quello psicologico. In poco tempo, ad Aberfan, il numero di separazioni e divorzi, così come il consumo di alcol, droghe e psicofarmaci, raggiungono livelli apocalittici. Il Servizio Sanitario Nazionale si attiva per inviare sul posto anche delle equipes di psicologi che assistano le persone più vulnerabili.

Uno dei più volonterosi tra questi psicologi è John C. Baker, uno specialista del quale sono purtroppo rimaste pochissime tracce d’archivio. Ma la principale tra quelle disponibili è un contributo intitolato “Premonitions of Aberfan disaster”, che esce nel dicembre del 1967 su una serissima rivista di psicologia clinica, il “Journal of the Society for Psychical Research”.

Lo studio di Baker prende in esame 35 casi di premonizione del disastro da parte di vittime, in particolare bambini, riferite nelle testimonianze dei superstiti. Alcune di queste storie suonano veramente impressionanti, come quella della piccola Eryl Mai Jones, di 10 anni, che due notti prima del disastro sogna che la scuola è scomparsa, sostituita da un’enorme massa nera, e sogna anche di essere morta, ma il sogno non la spaventa perché accanto a lei ci sono i suoi migliori amici, Peter e June.

In effetti, i tre bambini moriranno insieme nel disastro e saranno sepolti nella fossa comune, uno accanto all’altro

La storia viene raccontata a Baker prima da un sacerdote e poi dai genitori di Eryl Mai. Lo studio di Baker è stato sempre considerato molto controverso, anche se nessuno lo ha mai rifiutato come pseudo-scienza. Esemplare, al riguardo, è la posizione dello psichiatra americano Ian Stevenson, docente alla Charlottesville University in Virginia. Stevenson è un sostenitore della teoria per cui molti passeggeri del Titanic avrebbero avuto delle premonizioni prima del naufragio e cita il caso di Aberfan come esempio di episodio dello stesso genere; ma, al tempo stesso, si dichiara un po’ scettico verso le prove di tipo aneddotico, ossia quelle basate su sole testimonianze, dato che queste possono essere alterate da diversi fattori, perfino se i testimoni sono animati dalla più perfetta buona fede.

La frana a colori in una fotografia aerea dell’epoca:

Immagine condivisa via Wikipedia/Giusto uso

Peraltro, le ricerche successive hanno dimostrato che il disastro di Aberfan, sebbene improvviso, non fu affatto inatteso. Il National Coal Board, l’ente deputato alla gestione delle miniere, era da tempo bombardato da istanze e reclami delle popolazioni locali preoccupate per la sicurezza. Nel 1963, lo stesso Consiglio Comunale di Aberfan si era fatto latore di una protesta presso il NCB contro l’uso di bagnare i detriti per ammorbidirli prima di depositarli, perché questo aumentava il rischio di infiltrazioni negli strati sottostanti. Nello stesso documento, era stato anche sottolineato che l’edificio più a rischio in caso di frane era la scuola primaria Pantglas. Nel 1965, la direttrice della scuola, Ann Jennings, si era rivolta al Consiglio di Contea con una petizione firmata dai genitori degli alunni della scuola, per chiedere la rimozione dei detriti dalla collina e, grazie a questa iniziativa, era stato deciso di non scaricarne più, anche se quelli presenti non erano stati ancora rimossi.

La Jennings e i figli di molti firmatari furono tra i morti nel disastro

Alla fine, anche se non furono individuate specifiche responsabilità penali nemmeno nell’inerzia dei vertici del NCB, un processo civile portò al riconoscimento del diritto a un risarcimento pari complessivamente a 160.000 sterline (poco più di 1.000 sterline a vittima) da parte di questo alle famiglie dei morti. Il presidente del NCB, Lord Robles, fu costretto a dimettersi, ma non per una questione di responsabilità, bensì per il danno di immagine prodotto non recandosi immediatamente sul posto, in quanto impegnato a ricevere l’investitura a Rettore dell’università del Surrey il giorno del disastro.

Il giardino della città, dedicato ai 116 bambini e 28 adulti che morirono il 21 Ottobre 1966. Fotografia condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Aberfan Oggi. Fotografia di Darren Wyn Rees condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Il cimitero dove sono sepolte le vittime, ad Aberfan. Fotografia condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Resta sempre aperto, dunque, l’interrogativo. I bambini di Aberfan percepirono le preoccupazioni degli adulti, le ascoltarono capendone solo una parte, le rielaborarono a modo loro e ne fecero una parte dei loro incubi?

O ci fu davvero altro?

Sotto, un filmato dell’epoca mostra il disastro:

Roberto Cocchis
Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 54 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.