Le Marocchinate: 20.000 Stupri e Violenze nell’Italia “Liberata”

La disperazione impotente di Cesira e della figlia Rosetta, violentate in chiesa, è la scena più drammatica de “La Ciociara”, il film diretto da Vittorio De Sica, tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia, magistralmente interpretato da un’intensa Sophia Loren, che per l’interpretazione vinse l’Oscar nel 1962.

Sotto, il video racconto dell’articolo sul canale Youtube di Vanilla Magazine:

La finzione cinematografica racconta uno degli episodi più atroci commessi ai danni delle popolazioni civili inermi in Italia nel corso della Seconda guerra mondiale, quello delle cosiddette “marocchinate”, vale a dire delle violenze sessuali, furti, omicidi e altri innumerevoli forme di violenza ai danni di svariate migliaia di persone di ambo i sessi e di tutte le età, perpetrati dai goumier (soldati delle colonie dell’esercito francese) nel 1944, ma non solo, anche dai soldati francesi stessi, soltanto in misura minore.

Sotto, militari marocchini dell’esercito francese accampati a Monte Cassino:

Il contesto storico è quello dell’ultimo atto della battaglia di Montecassino, nei primi mesi del ‘44 quando la Valle del Liri era lo scenario di scontri furibondi tra l’esercito anglo-americano e quello tedesco. Nel febbraio del 1944 si era consumata la distruzione dell’Abbazia di Montecassino, roccaforte tedesca nel frusinate, da parte dei bombardieri alleati, che aveva provocato la morte di centinaia di civili. Il 15 marzo venne rasa al suolo anche la città di Cassino, e le bombe caddero dai monti delle Mainarde sino a Minturno, provocando 10.000 vittime civili e circa 50.000 militari. Ogni tentativo di vincere la resistenza tedesca sembrava tuttavia essere vano.

Gli alleati, infatti, non riuscivano ancora a sfondare la “linea Gustav”, ovvero i 230 chilometri di barriera difensiva dal Tirreno all’Adriatico, che Hitler aveva voluto per fermare l’avanzata avversaria. Gli angloamericani decisero pertanto di cambiare tattica, inviando al fronte delle truppe adatte a una guerriglia di montagna, un contingente di circa 12.000 uomini di nazionalità prevalentemente marocchina, ma anche algerina e senegalese, i goumier, inquadrati nel Corpo di spedizione francese in Italia, al comando del generale Alphonse Juin.

Sotto, Alphonse Juin prima della battaglia:

Addestrati sulle montagne dell’Atlante in Marocco, i goumier, abituati a combattere in territori aspri, il 14 maggio superarono i monti Aurunci, ed aggirarono le linee difensive tedesche presso la Valle del Liri, consentendo al XIII Corpo britannico di sfondare la linea Gustav.

La popolazione locale, rifugiatasi sui monti, era allo stremo. Il cibo scarseggiava. L’avanzata alleata veniva quindi attesa con speranza, ma il peggio purtroppo doveva ancora arrivare.

Sotto, truppe di goumiers:

Dopo l’abbattimento della linea Gustav, infatti, le truppe magrebine si avventarono per prima cosa sul paesino di Esperia, sede del quartier generale della 71° divisione tedesca. Un rapporto inglese parla di donne e ragazze, adolescenti e fanciulli stuprati per strada, di prigionieri sodomizzati, di ufficiali evirati. I nord-africani irrompevano nelle abitazioni prelevando le donne, ricorrendo ad esecuzioni sommarie di padri, fratelli e di chiunque tentasse una qualche resistenza. Emblematico fu il martirio del parroco don Alberto Terrilli, della chiesa di Santa Maria di Esperia, colpevole di aver tentato di nascondere tre donne nella sagrestia.

Il coraggioso sacerdote, sodomizzato tutta la notte, morì in seguito alle sevizie subite

Uno dei sopravvissuti, riferendosi a quella notte fatale, ricorderà:

Non dimenticherò mai le grida che ho udito quella notte: un inferno dantesco. Sembravano delle belve

L’allora sindaco Giovanni Moretti, nel corso di un intervento ad un convegno del 12 novembre del 1946, dichiarerà che 700 donne, la quasi totalità della popolazione femminile, erano state vittime di stupri nel ’44 a Esperia, delle quali moltissime erano ammalate o moribonde nel 1946. Dopo Esperia fu la volta di tutta la vasta area di Frosinone e di Latina, ove i goumier (ma con molti francesi nascosti fra loro) si riversarono devastando, razziando, uccidendo e violentando con furia bestiale.

Alcuni soldati letteralmente con “il coltello fra i denti”:

Una violenza cieca testimoniata dalle lunghe relazioni dei carabinieri dell’epoca e da una nota della Direzione generale della Sanità al Ministero dell’Interno, che riferiva: “Penosa è la situazione di circa 1.100 donne della provincia di Frosinone e 2.000 della provincia di Littoria (attuale Latina) che a seguito delle violenze dei marocchini sono state contagiate da infezioni veneree. Molte sono in stato interessante“.

Al convegno “Eroi e vittime del ’44: una memoria rimossa”, che ebbe luogo a Castro dei Volsci il 15 ottobre 2011, il Presidente dell’Associazione Nazionale Vittime delle “Marocchinate”, Emiliano Ciotti, fece una stima dei numeri delle violenze commesse dall’esercito alleato:

Dalle numerose documentazioni raccolte oggi possiamo affermare che ci furono un minimo di 20.000 casi accertati di violenze, numero che comunque non rispecchia la verità; diversi referti medici dell’epoca riferirono che un terzo delle donne violentate, sia per vergogna sia pudore, preferì non denunciare. Facendo una valutazione complessiva delle violenze commesse dal “Corpo di Spedizione Francese”, che iniziò le proprie attività in Sicilia e le terminò alle porte di Firenze, possiamo affermare con certezza che ci fu un minimo di 60.000 donne stuprate, e ben 180.000 violenze carnali. I soldati magrebini mediamente stupravano in gruppi da due o tre, ma abbiamo raccolto testimonianze di donne violentate anche da 100, 200 e 300 magrebini”.

La scia di orrori e di sangue che i goumier si lasciarono alle spalle e che era iniziata sin dal loro disgraziato sbarco in Sicilia durò sino a fine maggio e travolse le popolazioni del Basso Lazio, del Molise, del Viterbese, della Maremma, della Val d’Orcia, arrestandosi solo alle porte di Firenze, il 27 maggio, quando il contingente magrebino venne trasferito in Provenza.

Referti medici dell’epoca testimoniarono ovunque la brutalità delle violenze, riportando di lacerazioni anali e di corde vocali, di denti estratti per evitare i morsi delle vittime, di carni straziate per i supplizi inferti. Barbare torture furono riservate agli uomini che tentarono di difendere i loro cari, come impalamenti, evirazioni, mutilazioni ed eviscerazioni, spesso mentre le vittime erano ancora in vita.

Scorrere i resoconti dell’epoca significa confrontarsi con un orrore senza fine

Unica voce che si levò a favore delle popolazioni martoriate fu quella di Papa Pio XII, che chiese ufficialmente alle autorità alleate che le truppe franco-magrebine non entrassero nella Città eterna.

Le stime ufficiali delle vittime delle violenze variano, ma anche l’ordine di grandezza delle stime più prudenti lascia sconvolti. Alle migliaia di casi furono da poi aggiungersi le conseguenze in termini di malattie veneree, di nascite indesiderate, di suicidi e di vite spezzate, perché le donne furono spesso esposte a una sorta di ingiusta condanna morale post-bellica. I territori dove più furiosa si abbatté la furia belluina delle truppe magrebine avrebbero impiegato anni per risollevarsi e molte delle ferite inferte non si sarebbero mai più rimarginate.

Ma com’è possibile che gli ufficiali francesi, che non potevano non essere a conoscenza dello scempio perpetrato dalle loro truppe, non agirono per impedire le violenze?

Nonostante l’originale non sia mai stato trovato, moltissime testimonianze raccolte riferiscono dell’esistenza di un misterioso volantino in francese e arabo che sarebbe circolato tra i goumier, che avrebbe assicurato loro diritto assoluto sul territorio conquistato per 50 lunghe ore.

Probabilmente il volantino non è mai esistito: è inverosimile infatti che i comandi francesi si fossero lasciati alle spalle un documento scritto tanto compromettente. Più credibile è, invece, che le truppe ottennero dai comandi l’assicurazione verbale di potersi procurare un bottino di guerra, se avessero vinto la resistenza tedesca, una sorta di carta bianca per 50 ore nei territori conquistati.

Ma perché la storia ufficiale tace generalmente questi orrori? Forse perché non bisognava incrinare il mito dell’alleato amico e liberatore?

Le autorità francesi sostennero all’epoca di aver aperto 350 provvedimenti contro gli autori degli stupri e liquidarono quegli eventi come incidenti di percorso, come effetti collaterali della guerra. Forse non fu estraneo, a tale colpevole negligenza dei comandi francesi, anche il risentimento contro gli italiani ritenuti traditori per “la pugnalata alle spalle” del 1940 ai danni della Francia.

Agli stupri, è bene precisarlo e lo ribadisco per non incorrere in fraintendimenti, parteciparono soldati delle colonie francesi d’Africa ma anche francesi europei. A Pico, ad esempio, furono violentate 51 donne da 181 africani e da 45 francesi europei.

Oltre agli stupri bisogna non dimenticare i furti, gli omicidi, la distruzione e molti altri atti di guerriglia che fecero etichettare gli alleati non certo come “liberatori” ma piuttosto come invasori e razziatori.

Quelli che furono sbrigativamente liquidati come “effetti collaterali della guerra” furono in realtà dei crimini contro l’umanità che ci inducono ancora oggi ad interrogarci su quale sia il confine, in guerra, tra ciò che sia “accettabile” e ciò che sia condannabile e perseguibile penalmente.

Gli stupri delle donne sono un triste effetto di molte guerre e quelli compiuti durante le guerre in ex-Jugoslavia o in Ruanda (per citare solo due esempi) ne sono una drammatica testimonianza recente. Difficile pensare a un episodio come quello che colpì l’Italia di così ampie dimensioni in un periodo di tempo tanto breve, anche se poco dopo avvennero gli stupri delle truppe russe e anglo-americane in Germania e poco prima in Unione Sovietica la popolazione civile aveva subito lo stesso destino da parte dei tedeschi.

Una giovanissima madre con un bambino:

Un orrore che, sebbene trascurato dai testi di storia nel dopoguerra, fu raccolto e trasformato in arte da Alberto Moravia nel suo “La Ciociara”, il romanzo che diede voce alle grida di dolore di quei giorni terribili, perse tra le pieghe della storia.

Sotto, un breve commento del film e, in copertina, immagine dal film:

Giovanna Potenza

Giovanna Potenza è una dottoressa di ricerca specializzata in Bioetica. Ha due lauree con lode, è autrice della monografia “Bioetica di inizio vita in Gran Bretagna” (Edizioni Accademiche Italiane, 2018) e ha vinto numerosi premi di narrativa. È uno spirito curioso del mondo che ama viaggiare e scrivere e che legge avidamente libri che riguardino il Rinascimento, l’Età Vittoriana, l’Arte e l’Antiquariato. Ha una casa ricca di oggetti antichi e di collezioni insolite, tra cui quella di fums up e di bambole d’epoca “Armand Marseille”.