Lui non poteva conoscere il noto proverbio “Donne e motori gioie e dolori”, perché ai suoi tempi i “motori” non esistevano. Ma di dolori un po’ se ne intendeva, e anche di donne: tutte (o quasi), giovani e meno giovani, nobili e popolane, cadevano ai piedi di quell’uomo dal fascino antico, quasi da guerriero d’altri tempi, con quei capelli biondi portati lunghi e un po’ scarmigliati e i profondi occhi azzurri che si illuminavano di riflessi verdi.

Magari non era molto alto, ma quando era in sella al suo cavallo, vestito di una tunica bianca, il particolare non si notava. Lui, d’altra parte, apprezzava molto le donne. Cedeva spesso e volentieri alle lusinghe delle sue ammiratrici, ma senza mai metterci troppo di sé. L’amore, quello con la A maiuscola, lo aveva conosciuto e perduto troppo presto: lei era Ana Maria de Jesus Ribeiro, detta Anita, e lui l’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi.

E’ vero, nel corso degli anni Garibaldi incontrerà altre donne e altre volte si innamorerà, ma nessuna prenderà mai il posto di Anita, tanto simile a lui nel temperamento indomito e nel carattere avventuroso e un po’ selvatico. La vita di Anita la trovate raccontata nel video dedicato.

Sono tante le nobildonne che perdono la testa per quel marinaio un po’ rozzo diventato un “eroe” della lotta per l’indipendenza (sia in Italia sia in Sud America), ma l’ambiente aristocratico non fa per lui.

“No, non posso farcela, non mi ridurrò mai a una mummia come i vostri amici, fasciati di bende d’alta sartoria”,

dice così a Emma Roberts, una tra le tante ricche signore inglesi che attraversano la sua vita prima come amanti e poi come sostenitrici della sua causa.

Rifiuta invece la proposta di matrimonio di Garibaldi l’anticonformista scrittrice anglo- tedesca Marie Esperance von Schwartz (poi famosa con lo pseudonimo di Elpis Melena), che lo aveva raggiunto a Caprera nel 1857 per scrivere una sua biografia. La donna lo lascia senza parole per il suo fare disinvolto: all’offerta di un paio di pantaloni per cavalcare più agevolmente, pare si sia tolta l’ottocentesca – ingombrante – sottana, rimanendo in mutande, sotto gli occhi di un Garibaldi esterrefatto.

Trascorrono un mese insieme nell’incanto dell’isola sarda, e la donna, lontana dal cliché della dama salottiera e aristocratica, conquista il cuore del generale, che poi la tempesterà di lettere appassionate, senza però riuscire a convincerla alle nozze:

Lei avrà pensato:

Perché rovinare un bel ricordo romantico con la realtà di ogni giorno?

Oppure, più probabilmente, la donna ha avuto modo di conoscere i lati oscuri dell’eroe, tanto che in un libro di memorie poi scriverà:

Era un astro nel cielo, ma come la luna lasciava scorgere grandi macchie scure

Marie Esperance von Schwartz rimarrà comunque sua convinta sostenitrice, e lo aiuterà in molti modi negli anni a venire.

Un’altra aristocratica che si invaghisce dell’eroe dei due mondi è la contessa piemontese Maria Martini Giovio della Torre, praticamente cancellata dalla storia per la sua strana vita, piena di avventure, in totale contrasto con quanto si pretendeva da una nobildonna dell’epoca. Maria conosce Garibaldi a Londra, quando ha già lasciato il marito, il conte Enrico Martini Giovio della Torre, e la figlia piccola nata da quel matrimonio infelice, combinato dalla famiglia. In realtà Garibaldi nutre per la donna un affetto poco più che amichevole, ma lei, che è passionale e impulsiva, corre in Sicilia quando inizia l’impresa dei Mille.

Maria si lancia nei campi di battaglia cavalcando con la sciabola in mano, vestita da militare (stivali neri, cappello piumato e tunica), ma risulta una presenza ingombrante e mal sopportata da una parte dei garibaldini, che le rimproverano di essere, “una contessa piemontese che corre la ventura”.

Garibaldi continuerà a scriverle per oltre un ventennio, lei gli risponderà con passione, durante un periodo in cui Maria Martini vivrà altre avventure durante la sua lotta per la libertà, prima in Polonia poi a Roma nel 1867, e ancora in Francia nel 1870. Lei, la “bella e infelice donna” – come la definirà Garibaldi – conoscerà la miseria più nera, finendo in carcere per debiti sia a Parigi sia a Londra, e morirà in un manicomio svizzero nel 1919 circondata, pare, da drappi rossi, come le camicie dei garibaldini.

Non sono solo aristocratiche italiane e inglesi a cedere al fascino del biondo eroe (l’elenco sarebbe veramente lungo), ma anche donne del popolo. A cominciare da Caterina Boscovich, proprietaria a Genova dell’osteria della Colomba, che insieme alla sua cameriera, Teresina Cassamiglia e a un’ortolana, Natalina Pozzo, lo fanno nascondere in casa loro quando sta per essere arrestato in seguito al primo tentativo di rivolta – che però fallisce sul nascere – ispirato da Giuseppe Mazzini.

Garibaldi riprende la via del mare – la sua carriera di marinaio era iniziata a 16 anni – ed è proprio navigando che conosce, oltre a luoghi nuovi, anche situazioni e persone che avranno grande influenza nel suo percorso di vita. Molti popoli, nell’impero ottomano e in Sud America (paesi dove Garibaldi arriva lavorando sulle navi), lottano per la libertà, e lui rimane folgorato da una frase che gli dice un’esule francese, Emile Barrault, in quel di Costantinopoli:

“Un uomo che, facendosi cosmopolita, adotta l’umanità come patria e va ad offrire la spada ed il sangue a ogni popolo che lotta contro la tirannia, è più di un soldato: è un eroe“.

Per proseguire con le donne del popolo che attraversano la vita di Garibaldi non si possono non ricordare le due governanti che gli sono a fianco durante i suoi soggiorni a Caprera.

Nel 1857 Garibaldi è sull’isola sarda insieme ai figli Ricciotto e Teresita: per prendersi cura di loro fa arrivare una giovane lavandaia di Nizza, Teresa Battista Raveu (nome poi italianizzato in Battistina Ravello), che finisce tra le braccia dell’eroe e mette al mondo, nel 1859, Anna Maria Imeni, affettuosamente chiamata dal padre Anita, morta ad appena 16 anni.

Alla fine della sua vita, quando Caprera è il suo rifugio sicuro, Garibaldi si accompagna alla nuova governante, e in questo caso la sposa: è Francesca Armosino.

Quando la ragazza arriva a Caprera, nel 1865, per occuparsi dei nipoti del generale (Teresita e il marito Stefano Canzio mettono al mondo 16 figli) ha solo 17 anni, mentre Garibaldi ne ha 58. Dopo tante avventure, in mare come sui campi di battaglia, e nel mentre anche tra le lenzuola di chissà quante donne, Francesca probabilmente rappresenta per Garibaldi l’ultimo pacifico approdo, la sicurezza di un affetto duraturo. E così è: la donna rimane al suo fianco fino agli ultimi istanti di vita del generale, che muore nel 1882.

Tutta un’altra storia rispetto al precedente matrimonio di Garibaldi, durato appena una manciata di ore. L’anno è ancora il 1859: a maggio Garibaldi è appena diventato padre di Anita e medita di fare il suo dovere sposando Battistina Ravello, ma il suo cuore batte ancora forte per Marie Esperance von Schwartz, e così non ne fa nulla. A giugno però incontra Giuseppina Raimondi, fanciulla diciottenne che gli appare – dice – “come una visione” quando lei, accompagnata da un sacerdote, gli si fa incontro nelle campagne del varesotto – Garibaldi aveva appena fallito un attacco ai forti austriaci di Laveno – per recapitargli un messaggio inviato da patrioti comaschi.

Giuseppina è molto giovane e bella, ed è anche una fervente mazziniana, come il padre naturale, il marchese Giorgio Raimondi. Garibaldi, che ha 52 anni ma in cuor suo forse si sente un ragazzo, facile agli amori amori a prima vista, si invaghisce immediatamente della fanciulla che però – strano a dirsi – non ricambia. Per sei mesi lui le scrive lettere appassionate, ma dalle sue risposte capisce che i suoi sentimenti sono ricambiati – scrive – “con amicizia, ma non con amore”. Almeno fino al mese di novembre, quando lei gli scrive che qualcosa è cambiato: quello che prova per lui non è più amicizia ma Amore, tanto da accettare finalmente la sua proposta di matrimonio.

A quel punto è Garibaldi a non essere più così convinto e accampa diverse buone ragioni per tornare sui suoi passi: troppo grande la differenza d’età, e poi è preponderante nella sua vita l’impegno verso la causa dell’unità nazionale, e poi c’è anche quel legame con Battistina Ravello, che gli ha dato una figlia soltanto pochi mesi prima. La risposta della ragazza, di Giuseppina, non si fa attendere: già il giorno dopo – 1° dicembre – gli scrive di essere pronta a quel “passo che è per la vita”. Il 29 dello stesso mese gli comunica di essere in attesa di un figlio e nella lettera successiva, del 1° gennaio 1860, gli fa fretta per stabilire la data delle nozze.

La coppia si sposa il 24 gennaio, con una cerimonia a Fino Mornasco, nella cappella di Villa Raimondi. Passano poche ore e un cugino della ragazza, il maggiore Pietro Rovelli (che era stato amante della ragazza), consegna a Garibaldi una lettera anonima nella quale enumera le relazioni intrattenute dalla fanciulla, in particolare quella, ancora in corso, con un ufficiale garibaldino, Luigi Caroli, a quanto pare il vero amore di Giuseppina.

Garibaldi a quel punto affronta la moglie, che conferma il contenuto della missiva. L’ira del generale è incontrollabile e seduta stante ripudia la donna. Eppure, quel figlio avrebbe potuto benissimo essere suo, visto che tra i due, a partire dall’inizio di dicembre, l’amore non era stato solo platonico. Sia come sia, finisce così, con Garibaldi che si rifugia a Caprera e Giuseppina che parte con Caroli, costretti ad allontanarsi perché ormai sono malvisti da tutti.

Il matrimonio “rato e non consumato” verrà sciolto solo vent’anni dopo, nel 1880, giusto in tempo per consentire a Garibaldi di sposare la sua ultima compagna, che nel frattempo gli ha dato tre figli.

Giuseppe Garibaldi è stato molto amato dalle donne, almeno tanto quanto le ha amate lui. Chissà se l’eroe dei due mondi avrebbe vissuto così tante avventure romantiche se Anita non fosse morta così prematuramente, e in modo tragico. Certo è che l’incontro con lei, un colpo di fulmine improvviso e inaspettato, è il più romantico tra tutti quelli avvenuti in seguito.

Torniamo al 1839, a Laguna, in Brasile: Garibaldi è a bordo della nave Itaparica, davanti al porto della città, quando improvvisamente nella lente del suo cannocchiale compare la donna più bella che abbia mai visto: è Ana Maria de Jesus Ribeiro, per lui affettuosamente Anita. Quando la incontra di persona lui le dice semplicemente “Devi essere mia”, e lo dice proprio in italiano, visto che ancora non sa esprimersi in portoghese.

Se Anita abbia compreso il significato di quelle parole, o lo abbia capito solo dallo sguardo intenso di lui, non è dato sapere. Fatto sta che così sarà: Anita, che ha diciott’anni ed è già sposata da quattro anni con un uomo molto più anziano di lei, era stata costretta dalla madre, molla tutto per quello sconosciuto, dividendo con lui disagi, battaglie, cavalcate e avventure di ogni genere. Giuseppe e Anita si sposano nel 1842, e nel 1848 arrivano in Italia con i tre figli, ma l’ostinazione di lei nell’essergli a fianco in tutte le avventure le costerà la vita: durante la drammatica fuga da Roma verso Venezia, dopo la caduta della Repubblica Romana, Anita, che è incinta di cinque mesi, si ammala e muore tra i pini secolari di un paesino di Ravenna, Mandriole, in un torrido giorno d’agosto del 1849.

Dopo di lei, tante donne per l’eroe dei due mondi. Ma fu mai vero amore?

Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.

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