Per dimostrare il passaggio (e quindi l’esistenza) dell’Uomo in una qualunque località, in un dato periodo che si perde nella notte dei tempi, non ci sono soltanto le ossa (rare da trovare perché si consumano più facilmente dei materiali rocciosi) o i manufatti (che non sempre compaiono); un ruolo molto importante è quello rivestito dalle impronte lasciate su dei sedimenti ancora non del tutto solidificati, divenuti poi rocce sedimentarie che ne hanno conservato la forma. Ovviamente, queste impronte devono essere riconducibili senza la minima ombra di dubbio a estremità di tipo umano, senza il dubbio che possano essere confuse con le zampe di qualche animale.

Tali rocce possono rimanere seppellite a lungo sotto altri sedimenti e, quando emergono, può capitare che siano erose rapidamente, soprattutto se si trovano vicino al mare o a corsi d’acqua. Il loro rinvenimento è dunque un caso piuttosto raro e molto fortunato, e i pochi esempi descritti hanno un inestimabile valore scientifico.

Di queste impronte, che trovandosi impresse nella roccia possono essere facilmente datate al radiocarbonio, ne esistono tre serie importantissime, perché antichissime e dislocate a notevole distanza l’una dall’altra. Benché non lo sappia quasi nessuno, una di esse si trova proprio in Italia, in provincia di Caserta, nel piccolo comune di Tora e Piccilli.

Le più antiche, comunque, sono quelle di Ileret, in Kenya, datate oltre 1 milione e mezzo di anni fa

Sotto, una delle impronte fossili di Ileret in Kenya:

Al di fuori dell’Africa, destò enorme scalpore la scoperta di altre impronte in una località costiera inglese, Happisburgh, nel 2013. Purtroppo le impronte di Happisburgh si trovavano in un punto molto esposto alla marea e alle onde e, dopo la loro fortuita scoperta, andarono completamente distrutte nel giro di sole due settimane. Tuttavia, in questo breve periodo, un team di scienziati guidati da Nicholas Ashton e da Martin Bates riuscì a studiarle scattando innumerevoli fotografie e calchi, che hanno permesso una perfetta ricostruzione in 3D e datando le rocce che le contenevano a ben 800.000 anni fa. Dalla forma delle impronte, si ritiene che siano state lasciate da esemplari di un ominide estinto chiamato “Homo antecessor”, vissuto tra 1,2 milioni e 800.000 anni fa, piuttosto robusto e di forma molto più umana che scimmiesca, del quale sono state ritrovate molte ossa in alcuni siti spagnoli alla metà degli anni ’90.

Sotto, le impronte di Happisburgh:

La scoperta appare tanto più significativa se si pensa che, a parte queste, le più antiche impronte umane del Regno Unito sono quelle di Uskmouth, in Galles, risalenti ad “appena” 4600 anni fa!

Sono invece conservate ancora benissimo (e ci auguriamo che lo restino a lungo) quelle del sito di Ciampate del Diavolo a Tora e Piccilli, nel Casertano. Queste sono datate come risalenti a 350.000 anni fa e, se si escludono quelle di Happisburgh, sono le più antiche tracce del passaggio dell’Uomo al di fuori dell’Africa (quindi sono le più antiche che si possano ancora vedere direttamente).

Sotto, le Ciampate del Diavolo, fotografia di Edmondo Gnerre condivisa con licenza CC BY-SA 2.0 via Wikipedia:

Le Ciampate del Diavolo sono conosciute da almeno due secoli nella zona in cui si trovano, ma per molto tempo nessuno aveva mai pensato di studiarle. Il nome, in dialetto locale, significa Zampate (ossia impronte) del Diavolo. Infatti, per molto tempo, gli abitanti, vedendo queste strane serie di impronte impresse nella roccia tufacea (Tufo Leucitico Bruno) all’interno di un pendio dal dislivello di 4 m, circondato dal bosco, pensarono che fossero state lasciate da un’entità soprannaturale, anche perché un essere umano non può imprimere orme in una roccia, tanto più se così profonde.

Nella genesi della superstizione, un ruolo è stato svolto anche dalle circostanze in cui avvenne la scoperta. Il sito emerse intorno al 1820 dopo che i lavori per l’apertura di una strada mulattiera diretta al principale mulino della zona, e un periodo di piogge torrenziali provocarono delle colate di fango che scesero a valle provocando molti danni alle attività agricole e scoprendo il letto di roccia che si trovava sotto il suolo. In una sorta di presa di coscienza proto-ecologica, gli abitanti pensarono che i disastri rappresentassero una sorta di punizione soprannaturale per aver esagerato nel l’alterare il territorio.

Sotto, la localizzazione delle Ciampate del Diavolo:

Sicuramente però contribuì anche il fatto che la zona, selvaggia e poco popolata, è immersa in un’atmosfera un po’ lugubre, specie di notte. L’area è stata a lungo attiva dal punto di vista vulcanico (gli studi degli strati rocciosi indicano una fase esplosiva durata da circa 380.000 a circa 240.000 anni fa e un graduale spegnimento completatosi 50.000 anni fa) e, durante questo lunghissimo periodo, sono state eruttate tonnellate di cenere e frammenti piroclastici, dando origine non solo a coperture stratificate ma anche a colate che si sono gradualmente raffreddate, che hanno donato alla superficie del suolo l’aspetto conservato fino a oggi.

Si tratta di quello che è noto come Vulcano Spento di Roccamonfina, le cui attività hanno contribuito in modo determinante sia alla fertilità agricola della zona (le aree vulcaniche, dai suoli molto ricchi di minerali, sono sempre molto fertili), sia alla presenza di sorgenti di acque minerali, come la Ferrarelle e la Lete che si imbottigliano a Riardo, poco distante. Non è un caso che le aree circostanti presentino non poche tracce della lunga presenza stanziale di civiltà preromane, come quella degli Osci e quella dei Sanniti, testimoniate dal fatto che, praticamente, ogniqualvolta ci si mette a scavare il suolo per qualunque ragione, ci si imbatte in mura o altre strutture risalenti anche a prima della fondazione di Roma, come quelle della città di Trebula Balliensis sul Monte Maggiore o quelle del sito megalitico dell’Orto della Regina, una specie di Stonehenge mediterranea posta a 928 metri di quota in cima al monte Frascara.

Ma, nonostante la loro importanza archeologica, nessuno di questi siti eguaglia il valore di quello di Ciampate del Diavolo. La cui origine è stata considerata a lungo un mistero, per una principale, banalissima ragione: nessuno l’ha mai studiata seriamente, per moltissimo tempo.

Sotto, le Ciampate del Diavolo, fotografia di Edmondo Gnerre condivisa con licenza CC BY-SA 2.0 via Wikipedia:

Finalmente, nel 2003, due giovani ricercatori dell’Università di Cassino, Adolfo Panarello e Marco De Angelis, si misero a fotografare attentamente le impronte da ogni angolazione possibile, in modo da evidenziarne ogni minimo dettaglio, e poi inviarono le immagini al professor Paolo Mietti dell’Università di Padova, uno dei massimi esperti di Stratigrafia in Italia, scopritore delle prime impronte di dinosauri nel nostro Paese.

Sotto, le Ciampate del Diavolo, fotografia di Edmondo Gnerre condivisa con licenza CC BY-SA 2.0 via Wikipedia:

Mietti ci lavorò sopra con impegno, arrivando anche a visitare personalmente il sito, e presto giunse a una sconvolgente conclusione. Si trattava senza ombra di dubbio di impronte lasciate da piedi umani, verosimilmente lasciate da ominidi appartenenti alla forma estinta chiamata “Homo heidelbergensis”, che si ritiene progenitore del più noto “Homo neanderthalensis”. A giudicare dalle dimensioni e dalla profondità, però, si direbbe che le impronte siano state lasciate dal passaggio di alcuni bambini o ragazzi, in quanto corrispondenti a individui di piccola taglia, mentre le ossa ritrovate altrove ci dicono che l’Homo heidelbergensis era tipicamente massiccio.

Sotto, ricostruzione dell’Homo heidelbergensis, fotografia di Tim Evanson condivisa con licenza CC BY-SA 2.0 via Wikipedia:

A favore dell’ipotesi dei bambini depone anche il fatto che le impronte sono rimaste pressoché integre, mai ricalpestate da altri, e quindi evidentemente lasciate in un’area dove normalmente non si passava (nei dintorni sono state ritrovate anche altre impronte, ma non altrettanto ben conservate proprio perché usurate da diversi ricalpestamenti successivi). Le impronte sono complessivamente 56, suddivise in tre “piste” corrispondenti a tre diversi individui impegnati nella discesa.

  • La pista A è lunga 13,40 metri e comprende 27 impronte lasciate da qualcuno che camminava a zig zag e non ha mai perso l’equilibrio durante la discesa
  • La pista B è lunga 8,60 metri e comprende 19 impronte lasciate da qualcuno che seguiva un percorso rettilineo e, a un certo punto, ha perso l’equilibrio ed è caduto, lasciando anche le impronte del gluteo, dello stinco, del polpaccio, del polso e della mano sinistra, su cui ha fatto perno per rialzarsi
  • La pista C è lunga 9,98 metri e comprende 10 impronte lasciate da qualcuno che procedeva lungo un percorso rettilineo

Intorno a queste, ce ne sono diverse altre che però sono riconducibili a qualche animale. Ad esempio, quelle degli zoccoli di un capriolo, che ha un certo punto ha fatto un balzo di 3,50 metri.

Ma come fecero i tre individui a lasciare queste impronte così nitide?

La natura del suolo, abbiamo detto, è quella di un sedimento piroclastico consolidato per raffreddamento. Inizialmente, era costituito da ceneri vulcaniche emesse alla temperatura di circa 400°C, che però cominciarono quasi subito a raffreddarsi. Per poter catturare le impronte e mantenerle poi nella forma in cui ci sono arrivate, il sedimento doveva trovarsi a uno stadio intermedio di raffreddamento, tra i 40 e i 60°C, caldo ma non tanto da impedire di camminarci sopra. Probabilmente (dato che il percorso veniva seguito anche da animali selvatici) i tre individui discesero il pendio per andare ad abbeverarsi a uno dei torrenti sottostanti.

Quasi certamente, le impronte furono lasciate durante un periodo estivo, o comunque secco, e il vento ne accelerò l’asciugamento. La natura umana delle impronte è svelata non solo dalla forma dei piedi (che corrispondono a un numero 35-36 attuale, per un’altezza di circa 160 cm, desunta dalla profondità delle impronte stesse) e dalla distribuzione del peso sugli stessi, ma anche dal tipo di andatura, tipica di una deambulazione bipede abituale, quale è soltanto quella dell’Uomo.

Gli Homo heidelbergensis erano nomadi, cacciatori e raccoglitori. Non hanno lasciato molte altre tracce del loro passaggio nella nostra penisola, quindi per ora non possiamo dire che fine abbiano fatto, se si siano estinti per qualsiasi ragione o evoluti nel tempo in un’altra forma o siano stati assimilati da altre popolazioni umane giunte da altrove. Il tempo trascorso dalle impronte di Ciampate del Diavolo è veramente lunghissimo e occorreranno molti studi e molta fortuna nella scoperta di nuovi reperti per riempire il vuoto che ci separa da loro.

Categorie: Scienza

Roberto Cocchis

Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 53 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.