Essere riuscite ad entrare a far parte delle Forze Armate può essere sembrata, alle donne, una conquista sulla strada dell’uguaglianza di genere. Cosa che può essere considerata vera, almeno per quel che riguarda la storia recente in Europa, e in particolare in Italia, una delle ultime nazioni a sancire le pari opportunità anche in ambito militare.

La storia delle donne guerriere è tuttavia antica quasi quanto quella dell’umanità stessa, arrivata fino a noi sotto forma di mito, come quello delle leggendarie amazzoni dell’antica Grecia.

Sono meno conosciute, anche se più vicine a noi come realtà storica, le temibili Amazzoni del Dahomey, un corpo d’élite formato da sole donne, addestrato per garantire la sicurezza del re del Dahomey, l’attuale Repubblica del Benin.

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La loro origine si fa risalire al lontano 17° secolo, e alcune teorie suggeriscono che inizialmente erano un corpo di cacciatrici di elefanti, talmente abili da impressionare il re con la loro abilità.

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Tuttavia, il fatto che solo alle donne fosse consentita la permanenza nel palazzo reale dopo il tramonto, fa pensare che quasi naturalmente il corpo dedito alla sicurezza del sovrano fosse composto da sole donne. Comunque sia, solo le ragazze più forti e coraggiose venivano reclutate per far parte di questa milizia scelta, chiamata N’Nonmiton, che significa “le nostre madri”.

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Mentre alcune donne si arruolavano volontariamente, altre venivano mandate al Re dai padri o dai mariti, che si lamentavano di un comportamento troppo aggressivo, caratteristica che veniva sviluppata per rendere queste donne delle temibili combattenti, indifferenti al dolore fisico e anche alla morte.

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Durante la permanenza nel corpo, le amazzoni nere non potevano avere figli, né condurre una vita matrimoniale, anche se legalmente erano sposate al re, che però rispettava una sorta di loro voto di castità, che le rendeva delle guerriere semi-sacre.

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Armate di machete e fucili a pietra focaia, queste guerriere erano sempre le ultime a ritirarsi dalla battaglia, e solo dopo aver ricevuto l’ordine dal loro sovrano, in caso contrario combattevano fino alla morte.

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Nella primavera del 1863, l’esploratore britannico Richard Burton arrivò nel Dahomey, nazione che all’epoca partecipava attivamente alla tratta degli schiavi, vendendo agli europei i nemici catturati durante le guerre con popolazioni rivali. Le N’Nonmiton impressionarono moltissimo Burton, che scrisse:

Tale era la dimensione dello scheletro, e lo sviluppo muscolare del corpo, che in molti casi si poteva capire solo dal seno che erano donne

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Non è difficile comprendere lo stupore di Burton, considerato che a metà del 19° secolo, un terzo di tutto l’esercito del Dahomey era costituito da donne, circa 6000 guerriere, considerate uguali, se non superiori ai loro colleghi maschi, tanto che l’esploratore soprannominò il paese “Sparta nera”.

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Fondamentale nella formazione di queste guerriere, oltre alle tecniche di sopravvivenza e alla disciplina, era anche la capacità di essere spietate. Uno dei test che le aspiranti amazzoni dovevano superare consisteva nel gettare dei prigionieri di guerra da un’altezza fatale.

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Nonostante la brutalità dell’addestramento cui erano sottoposte, per molte donne servire nella N’Nonmiton rappresentò l’occasione per “salire a posizioni di comando e di influenza”, assumendo anche ruoli di primo piano nel Gran Consiglio del governo.

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Quando i francesi cercarono per la prima volta di colonizzare il paese, nel 1890, trovarono una strenua resistenza proprio in queste guerriere, che avevano l’abitudine di sgozzare i soldati francesi, dopo aver trascorso la notte con loro.

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Alla fine il Dahomey divenne un protettorato francese, ma solo dopo che l’esercito regolare si avvalse dell’aiuto della Legione Straniera e delle sue mitragliatrici. La maggior parte delle amazzoni nere morì nelle 23 battaglie combattute durante la seconda guerra di conquista del Dahomey, e in seguito i legionari testimoniarono su “l’incredibile coraggio e audacia” delle amazzoni.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.