In occasione del 75º anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz, il 27 gennaio 2020 la scrittrice Heather Dine Macadam ha intervistato quattro delle cinque donne sopravvissute che fecero parte del primo trasporto ebraico ufficiale verso i campi di sterminio. Una di queste è Edith Friedman Grosman. L’intervista e la ricostruzione storica, integrata dalle testimonianze conservate nell’archivio digitale della USC Shoah Foundation, è stata pubblicata nel libro “Le 999 donne di Auschwitz” edito da Newton Compton Editori.

“Abbiamo aperto e chiuso Auschwitz” afferma come esordio Mrs. Edith Friedman Grosman

La storia di Edith ebbe inizio nel 1942 assieme ad altre 998 giovani donne slovacche, molte delle quali ancora adolescenti, quando salirono a bordo del treno: pochissime oltre a Edith ebbero la fortuna di sopravvivere fino all’armistizio dell’8 maggio 1945.

Una mattina ci siamo svegliate e abbiamo visto un annuncio incollato sulle facciate delle case che recitava che tutte le ragazze ebree non sposate, dai 16 anni in su, sarebbero dovute andare a scuola il 20 marzo 1942 per lavoro”. Edith Friedman era all’epoca diciassettenne, sognava di diventare un medico, mentre Lea, sua sorella diciannovenne, voleva diventare avvocato. Quelle aspirazioni furono spazzate via dalle leggi razziali contro gli ebrei, in cui vi era la revoca del loro diritto all’istruzione oltre i 14 anni “Non potevamo nemmeno avere un gatto” dice Edith incredula alzando le sopracciglia.

Fotografia di Simone Ramella condivisa con licenza Creative Commons via Flickr

I genitori delle ragazze cominciarono a protestare apertamente, ma nonostante ciò i funzionari della loro città, Humenné, assicurarono che le figlie avrebbero lavorato come “volontarie a contratto” in una nuova fabbrica per produrre stivali per le truppe e per questo dovevano registrarsi come parte della nuova forza lavoro in un registro apposito e che all’ora di pranzo sarebbero ritornare a casa.

Edith riconobbe la maggior parte delle circa 200 giovani donne che erano in fila.
Humenné era una grande famiglia, tutti si conoscevano” dice. Funzionari e personale militare locale presiedettero al controllo, ma tra loro c’era un uomo in uniforme delle SS, lo Schutzstaffel – Squadra di protezione. “Ho pensato che fosse strana la presenza di una SS lì” afferma Edith.

Dopo essere state registrate le ragazze vennero sottoposte ad una visita medica di idoneità, ovviamente nessuna di loro venne respinta e subito furono caricate sopra un treno.

Nonostante le domande su dove stessero andando e se avrebbero rivisto le loro famiglie, nessuno rispose

Mentre il treno usciva dalla stazione, alcune delle ragazze più grandi cercarono di sostenere le più giovani: “Ci stiamo dirigendo verso un’avventura”, disse una delle amiche d’infanzia di Edith.

Binario con i bagagli dei deportati. Fotografia di pubblico dominio condivisa via Wikipedia


A Poprad, a circa 120 chilometri a ovest di Humenné, Edith, sua sorella e le sue amiche scesero dal treno e furono spostate in una caserma vuota. La mattina dopo le guardie le misero al lavoro per pulire l’edificio ed esse pensarono che forse fosse quello il lavoro per cui erano state reclutate.

Nei giorni seguenti arrivarono nuovi treni che traportavano ragazze ebree non sposate dalle regioni circostanti, arrivando a radunare quasi un migliaio di ragazze; dunque le SS ordinarono loro di fare le valigie e, mentre passavano davanti alla caserma, videro allinearsi vagoni bestiame sui binari. “Stavamo piangendo” dice Edith. “eravamo così spaventate!”

Mrs. Edith racconta che le guardie le picchiavano quando qualcuna si rifiutava di salire sui vagoni umidi e fetidi. Non vi era niente al loro interno, né un secchio, né acqua, solo una piccola finestra che era bloccata dall’esterno.

Vagone bestiamo per le deportazioni. Fotografia di pubblico dominio condivisa via Pixabay

Nel cuore della notte il treno si fermò al confine tra la Slovacchia e il Grossgermanisches Reich – Grande Reich germanico. Lì si concluse la transazione segreta tra i due governi, i nazisti pagarono gli Slovacchi 500 Reichsmarks (circa 230 euro di oggi) per ogni giovane donna presa come schiava: la prima spedizione ferroviaria ufficiale delle vittime della “soluzione finale” di Hitler si fece strada verso la punta sud-occidentale della Polonia.

Secondo lo storico slovacco Pavol Mešťan la deportazione iniziò proprio con le 999 giovani donne, poiché era più semplice convincere le famiglie ad abbandonare le figlie femmine anziché i figli maschi. Inoltre si credeva che le ragazze avrebbero poi portato le loro famiglie a seguirle nei campi di ricollocazione dove gli Ebrei sarebbero stati “reinsediati” o “reinseriti”, come affermavano le SS come eufemismo per “sterminio”.

Altri storici, dopo ampie ricerche su questi trasporti, ritengono invece che il governo slovacco, in collaborazione con Himmler, abbia mirato alla deportazione delle giovani donne per impedire ulteriori nascite ed eradicare dalla base la riproduzione ebraica.

Fino a quel momento Auschwitz era servito come campo di concentramento per uomini, principalmente prigionieri di guerra e combattenti della resistenza. Da quel momento in poi i prigionieri furono incaricati di sorvegliare le nuove arrivate e di cacciarle con dei bastoni giù dai vagoni per poi scortarle all’interno della recinzione in filo spinato per essere tatuate con un numero.

Dopo la liberazione del campo da parte dell’Armata Rossa coloro che avevano un tatuaggio con una cifra bassa tatuata veniva guardato con sospetto, poiché significava che aveva dovuto fare qualcosa di imperdonabile per essere uscito vivo

Il numero di Mrs. Friedman Grosman era il 1970.

L’entrata di Auschwitz. Fotografia di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Durante i successivi tre anni nel campo furono costruiti cinque forni crematori e camere a gas all’interno di un complesso di caserme che copriva quasi quaranta chilometri quadrati.

Anche se il campo di sterminio non fu pienamente operativo fino a luglio, i nazisti avevano altri modi per uccidere quelle giovani donne. Fra questi, il più diffuso era una dieta da fame combinata con il lavoro straziante, che includeva la demolizione di edifici e la pulizia delle paludi a mani nude: “Le ragazze iniziavano a morire”.

Nell’agosto 1942 le donne furono trasferite in un altro campo nel complesso di Auschwitz: Birkenau.

Le condizioni di vita erano così dure che presto un’epidemia di tifo si diffuse tra i blocchi degli uomini e delle donne, uccidendo allo stesso tempo prigionieri e guardie SS.
La sorella di Edith, Lea, facendo parte di una squadra di lavoro che ripuliva i fossati, contrasse la malattia, e all’inizio riuscì solo a cibarsi di zuppa poiché le era impossibile deglutire il pane, fino a quando, debilitata dalla febbre, non riuscì più ad alzarsi.

L’entrata di Birkenau. Fotografia di Pensierarte condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia

Lea venne trasferita in breve tempo al Blocco 22, il reparto dei malati. Nessuno usciva vivo da quel luogo: i prigionieri erano stipati fino al momento in cui i camion li portavano nelle camere a gas.

Il 5 dicembre, lo Shabbat Hanukkah, Mrs. Edith andò al Blocco 22 prima di andare al lavoro e Lea giaceva a terra: “Si stava deperendo” dice Edith, che non ebbe altra scelta che abbandonare la sorella:

Faceva così freddo, e lei ormai era in coma

Lo stesso giorno i nazisti presero provvedimenti per liberare il campo dai prigionieri infetti. Quando il gruppo di Edith tornò dal lavoro, fu ordinato loro di spogliarsi e marciare nudi nella neve per poter individuare le donne che avevano i segni rivelatori del tifo e portarle nelle camere a gas.

Al rientro dalla selezione una delle sopravvissute, Linda Reich, un’amica di Edith, ricorda di aver ritrovato nel suo blocco solo venti donne che vi erano normalmente; tutte le altre erano state portate nelle camere a gas, e Lea era tra loro.

Dopo la morte della sorella, Edith aveva perso la voglia di vivere:

Il senso di colpa del sopravvissuto… non passa mai

Il coraggio di continuare a combattere, la volontà di sopravvivere le ritornò grazie alla sedicenne Elsa Rosenthal. Le Lagerschwestern – sorelle di campo – erano le donne che si occupavano di chi era in difficoltà, ed Elsa divenne la sorella di campo di Edith. Di notte le dormiva accanto e la teneva al caldo, di giorno si assicurava che mangiasse la razione; un giorno Elsa le disse “Non posso sopravvivere senza di te”. “E così io devo vivere” racconta Mrs. Edith.

Tre anni dopo i nazisti pianificarono l’evacuazione del campo per fuggire dall’esercito sovietico in avvicinamento e il 18 gennaio 1945, nel mezzo di una bufera di neve, gli ultimi prigionieri di Auschwitz furono costretti a quella che divenne nota come la marcia della morte verso il confine tedesco. Si stima che 15.000 prigionieri morirono nella marcia attraverso la Polonia verso i valichi di frontiera in Germania.

Di tutti gli orrori e le difficoltà che subirono le ragazze del primo trasporto: “questo è stato il peggiore” racconta Mrs. Edith: “La neve era rossa di sangue. Se un prigioniero inciampava e cadeva, gli sparavano. Se una delle nostre amiche cadeva nella neve, Elsa ed io la rimettevamo in piedi prima che un ufficiale delle SS potesse spararle.”

Edith ed Elsa furono internate in un campo di lavoro satellite, al riparo dalle rotte degli aeroplani russi. La fame e il freddo minacciavano la vita di tutti, tanto che quando una mattina si rovesciò una pentola di zuppa le donne si inginocchiarono e cercarono di leccarla.

L’8 maggio 1945 fu dichiarato l’armistizio in Europa. Si stima che delle 999 giovani donne del primo trasporto ad Auschwitz, ne fossero sopravvissute meno di 100, tra cui otto amiche d’infanzia di Edith.

Il viaggio di ritorno in Slovacchia durò sei settimane, e durante il tragitto Edith contrasse la tubercolosi ossea. Le ferite che lasciò la Shoah nei sopravvissuti non furono solo fisiche, i sopravvissuti ai campi di concentramento iniziarono il loro incubo personale: il trauma che le vittime avevano vissuto rendeva complesso il ritorno alla realtà quotidiana, essendo totalmente sconnessi.

Gli psicologi dagli anni ’70 cominciarono a parlare della cosiddetta “sindrome del sopravvissuto”: nonostante la totale mancanza di responsabilità, il superstite era devastato da una sensazione di colpa proprio per essere riuscito a sopravvivere rispetto ad altre persone che invece non ce l’avevano fatta. Allo stesso tempo il sopravvissuto aveva la percezione di non avere fatto abbastanza per prevenire questo evento traumatico. L’idea che non ci sia stata giustizia ed equità creava un malessere complesso da sconfiggere, tanto che alcuni non hanno voluto continuare a vivere da uomini liberi.

«I “salvati” del Lager non erano i migliori, i predestinati al bene, i latori di un messaggio: quanto io avevo visto e vissuto dimostrava l’esatto contrario. Sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della “zona grigia”, le spie. Non era una regola certa (non c’erano, né ci sono nelle cose umane, regole certe), ma era pure una regola. Mi sentivo sì innocente, ma intruppato tra i salvati, e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione, davanti agli occhi miei e degli altri. Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti».

“I sommersi e i salvati” Primo Levi.

Primo Levi nel 1978 per il Premio Strega. Fotografia di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Otto settimane dopo Mrs. Edith trovò la strada per tornare al suo villaggio di Hummené, e con suo stupore scoprì che i suoi genitori erano sopravvissuti, come anche un giovane, Ladislav Grosman, che prima dell’internamento aveva un negozio di alimentari nel villaggio.

Edith trascorse i tre anni successivi in un sanatorio svizzero per curare la tubercolosi. Quando fu liberata dalla malattia, lei e Ladislav si sposarono.

Sebbene il sogno di Edith di diventare medico fosse ormai svanito, finì il liceo e continuò a lavorare come ricercatrice biologa nella Cecoslovacchia comunista e successivamente in Israele. Dopo la morte del marito, nel 1981 Mrs. Edith si trasferì a Toronto, in Canada, vicino ai suoi nipoti e pronipoti.

Hai i tuoi piccoli inferni, ma anche piccoli paradisi. Ho avuto tutto qui su questa Terra

Così descrive Mrs. Edith la propria vita.

Molti sopravvissuti all’Olocausto, soprattutto le donne, sono tutt’ora molto riluttanti a parlare delle loro esperienze. Per questo motivo l’importanza della testimonianza di questo primo trasporto per Auschwitz, che era stata in gran parte dimenticata, finalmente è stata ripresa.

Edith Friedman Grosman è molto amata oggi in Slovacchia e spesso ritorna per parlare della sua vita durante la Shoah. 75 anni dopo Auschwitz, Mrs. Edith manifesta una grande preoccupazione sul mondo d’oggi, che non è stato all’altezza della speranza che aveva provato nel 1945 al momento della liberazione.

L’antisemitismo è in aumento e i crimini d’odio contro le minoranze sono all’ordine del giorno. “Perché ci sono ancora guerre?” si chiede “Per favore, per favore, dovete capirlo: non c’è nessun vincitore in una guerra. La guerra è la cosa peggiore che possa accadere all’umanità” la sua voce è fioca, ma i concetti che afferma sono solidi, come la roccia.

Martina Manduca
Martina Manduca

Vivo a Venezia e ho studiato Archeologia medievale tra l’Università di Padova e l’Università di Cordoba in Spagna. Sono appassionata di arte, letteratura e cucina e mi piace scoprire un aspetto nuovo di ognuna di esse viaggiando per il mondo.