Sperduto tra le sabbie desolate del deserto di Taklamakan, chiamato anche “il Mare della morte”, lontano centinaia di chilometri da qualsiasi insediamento umano, c’è una selva di tronchi di pioppo che svettano dal terreno arido. Non è un’oasi, tutt’altro: gli scheletrici pali di legno sono stati levigati nel corso dei millenni dai forti venti della regione, ma sono rimasti comunque stabilmente conficcati nel terreno per segnare antichissime sepolture.

E’ il cimitero di Xiaohe, risalente all’età del bronzo, dove sono state trovate oltre 30 mummie, talmente ben conservate dal clima secco dell’estate e dal gelo dell’inverno, da mostrare ancora i lineamenti del viso, e addirittura, nel caso della “Bellezza di Xiaohe”, le lunghe ciglia che ombreggiavano lo sguardo di una donna che da viva doveva essere di una bellezza straordinaria.

Hanno riposato in pace per circa 4000 anni le mummie di Xiaohe, finché, all’incirca nel 1910, un cacciatore locale chiamato Ördek si spinse all’interno del deserto, e trovò il boschetto di pali di legno, ma vide anche ossa umane e manufatti che gli apparvero sacri.

Capì di essere capitato in un luogo “infestato”, dal quale era meglio stare lontano. Decise che non si sarebbe mai più avvicinato a quel cimitero, e non lo fece nemmeno quando, nel 1934, l’esploratore e archeologo svedese Folke Bergman gli chiese di fargli da guida. Bergman in realtà cercava antiche rovine sulla leggendaria Via della Seta, e qualcuno gli suggerì di parlare con Ördek.


Il cacciatore si rifiutò di guidarlo, ma gli diede comunque le indicazioni per arrivare al vecchio cimitero. Pur se perso in mezzo al nulla, Bergman lo trovò e lo chiamò Necropoli di Ördek: un tumulo di forma ovale sovrastato da pali di legno di pioppo, uno per ogni tomba.

Fonte immagine: BMC Genetics – licenza CC BY-SA 4.0

Bergman scavò all’incirca una dozzina di sepolture e portò con sé, in Svezia, qualcosa come 200 manufatti. L’archeologo si stupì di trovare delle sepolture a lui familiari, con bare a forma di barca rovesciata, e mummie che indossavano indumenti simili a quelli trovati nelle tombe dell’età del bronzo in Danimarca.

Tuttavia, non azzardò associazioni non dimostrabili e pensò piuttosto a strane coincidenze. Sulle sue scoperte poi scrisse un libro “Ricerche archeologiche nel Sinkiang, in particolare nella regione di Lop-Nor”, che oggi si può leggere in formato digitale (in lingua inglese).

L’antica necropoli fu praticamente dimenticata fino al 2002, quando un gruppo di archeologi cinesi del Xinjiang Cultural Relics and Archeology Institute seguirono le indicazioni lasciate da Bergman e trovarono il sito, perfettamente corrispondente alle descrizioni dello studioso svedese. Nel 2003 iniziarono gli scavi, grazie ai quali sono venute alla luce 167 sepolture, ma nei diversi strati del terreno ce sono diverse centinaia, di dimensioni più piccole.

Le tombe, contrassegnate dai pali di pioppo, contenevano quindi delle bare a forma di barca, sotto le quali erano adagiati i corpi avvolti in pelle di bue, usate anche per ricoprire le stesse bare.

Nelle tombe c’erano cesti di paglia con all’interno grano e cereali, e poi maschere lignee, archi e frecce nelle sepolture maschili, sculture che rappresentavano gli organi genitali sia maschili sia femminili, oppure piccoli animali.


Ma la strana particolarità di bare a forma di barca, in un cimitero nascosto nel bel mezzo di un deserto, oltre a indumenti del tutto simili a quelli indossati da popolazioni tanto lontane, non sono gli unici motivi per i quali la necropoli ha destato molta attenzione negli studiosi. In realtà, il dato più eclatante è la provenienza delle persone sepolte nell’antico cimitero, dai lineamenti apparentemente di tipo occidentale. Le analisi del DNA hanno poi confermato che i geni materni provenivano da popolazioni sia occidentali sia orientali, mentre quelli paterni erano esclusivamente occidentali. Secondo il team che ha condotto gli studi, le popolazioni europee e quelle provenienti da Asia centrale e Siberia si sono incrociate prima di entrare nel bacino del Tarim, all’incirca 4000 anni fa. Ma nessuno viveva nelle vicinanze della necropoli, che era probabilmente raggiunta in barca, quando ancora alcuni fiumi scendevano dalle montagne circostanti e attraversavano il deserto.

Fonte immagine: Kmusser via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

La necropoli di Ördek è oggi chiamata Cimitero di Xiaohe, proprio dal nome di un fiume ormai asciutto che scorreva lì vicino. Gli archeologi però preferiscono chiamarlo Piccolo Cimitero sul Fiume, “un mondo misterioso permeato da un’atmosfera religiosa originale” dove è stato rinvenuto il più elevato numero di mummie al mondo, per singolo sito. Secondo gli archeologi, il simbolismo che caratterizza la necropoli è palesemente di tipo sessuale: i pali posti sulle tombe degli uomini, apparentemente simili a remi, rappresenterebbero in realtà una vulva, mentre quelli sopra le bare femminili ricordano dei giganteschi falli. La sconosciuta popolazione era evidentemente ossessionata dalla fertilità, forse perché l’ambiente difficile nel quale viveva portava a un alto tasso di mortalità infantile.

Il Piccolo Cimitero sul Fiume ha conservato per 4000 anni il segreto di una popolazione della quale non sappiamo nulla, misteriosa e affascinante come il deserto che l’ha gelosamente nascosta tra le sabbie del tempo.

Sotto, la Bella di Xiahoe arriva a Xinjiang Institute of Archaeology:

Categorie: Storia

Annalisa Lo Monaco

Annalisa Lo Monaco

Appassionata di arte, romanzi gialli e storia, ha scoperto che scrivere può far viaggiare tutto il mondo da una sedia!