Non c’è niente di meglio che tornare a casa dopo una lunga giornata di lavoro. Il suono delle chiavi nella serratura, il leggero cigolio della porta che si apre, e finalmente potete lasciare alle spalle il mondo esterno. È un momento di sollievo. Qui, nel vostro spazio privato, la maschera che avete indossato tutto il giorno per affrontare il mondo può cadere. E, ancora meglio, se a casa vi attende qualcuno di speciale. Il vostro compagno, l’amore della vostra vita.
Ogni tanto, mentre lo guardate, vi chiedete come sia stato possibile che l’uomo dei vostri sogni abbia approcciato proprio voi quel giorno al caffé. Ma è successo. E ora state progettando un futuro insieme. State cercando casa, parlate di matrimonio. Lui vi ha promesso che presto vi sposerete. Durante la cena, vi sentite liberi di aprirvi completamente, raccontandogli ogni dettaglio della vostra giornata. Lui ascolta attentamente, vi offre un aiuto. Se è troppo stressante, potete portare il lavoro a casa, si occuperà lui delle faccende domestiche. Sembra l’uomo ideale, vero? Un partner che ogni giorno si dimostra disponibile e presente. La vostra vita è perfetta.
Quasi… falsa.
Ma, felici come siete, innamorati come siete, non vi viene mica in mente di pensare che l’amore della vostra vita possa essere un truffatore, una spia, che tutto quello che avete costruito e progettato sia stato in realtà una menzogna e che, al primo ordine dall’alto, l’uomo potrebbe sparire lasciandovi sola, con mesi e anni della vostra vita buttati.
La Guerra Fredda, come suggerisce il nome, non è stata una guerra convenzionale fatta di battaglie e bombardamenti, ma una guerra di nervi, di tattiche sottili, nascoste nell’ombra. Non era una questione di chi avesse più carri armati o missili nucleari pronti a colpire, ma di chi riuscisse a infiltrarsi meglio, a raccogliere informazioni decisive. Era una guerra in cui l’intelligenza, e non il potere, era l’arma più affilata.
In questo teatro segreto, le spie erano i veri soldati, e il loro campo di battaglia si estendeva dalle strade di Berlino ai corridoi del potere di Washington e Mosca. Non ci si poteva fidare di nessuno, a volte nemmeno dei propri familiari. Ovunque potevano esserci microfoni nascosti, occhi che spiavano da dietro una finta parete o mani pronte a tradire per denaro o ideologia.
Tra tutti gli attori di questo oscuro gioco, una organizzazione si è elevata sopra le altre per efficienza e spietatezza: la Stasi, la polizia segreta della Germania Est. Un vero e proprio impero dello spionaggio, capace di penetrare ogni aspetto della vita quotidiana e politica, con un livello di controllo che fa impallidire persino i racconti di George Orwell.
Oggi ci addentreremo fra i documenti e gli archivi di una delle migliori organizzazioni di intelligence del XX secolo. Capiremo meglio chi erano e come agivano le sue spie, focalizzandoci in particolare su un tipo di agenti molto speciali: quelli che utilizzavano il cuore umano come il loro strumento principale di manipolazione.
Ciao a tutti amici di Vanilla! Bentornati. Oggi ci immergeremo insieme nel mondo intrigante dello spionaggio, ma prima di tutto, voglio ringraziare di cuore tutti quelli che hanno commentato l’ultimo video. Il vostro supporto è fondamentale per noi, e ci aiuta a migliorare costantemente. Se questi video vi piacciono e volete darci una mano a continuare, c’è un modo davvero semplice: potete offrirci un caffè! Qui sotto trovate il tasto per abbonarvi al canale. Per voi è come offrire un caffè al mese, ma per noi significa tantissimo. Soprattutto per video come questo, che richiedono ore di lavoro non solo per la ricerca, ma anche per la traduzione delle fonti straniere. Ogni piccolo contributo ci permette di continuare a creare contenuti con la stessa passione e dedizione.
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Piccolo ripasso di storia: 8 maggio 1945, resa incondizionata della Germania. Le potenze vincitrici: Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica si spartiscono il Paese in 4 zone di occupazione.
1948: inizio della Guerra fredda tra blocco occidentale (principalmente gli Stati Uniti) e blocco Sovietico.
1949: Le potenze alleate occidentali cedono la sovranità sulle loro zone di occupazione e nasce la Bundesrepublik Deutschland (repubblica federale tedesca). Qualche mese dopo, anche i Sovietici cedono la sovranità alla nuova Repubblica Democratica tedesca, Deutsche Demokratische Republik, che noi chiameremo con la famosa sigla DDR. (Piccola parentesi, abbiate pazienza, ci saranno un sacco di sigle in questo video, ma ai tedeschi piace abbreviare)
L’atteggiamento delle potenze occidentali in Germania, nel dopoguerra, era decisamente diverso rispetto a quello adottato dai sovietici. Questi ultimi, infatti, avrebbero volentieri rinchiuso in campi di prigionia chiunque fosse stato legato, anche solo lontanamente, al regime nazista. Il blocco occidentale, invece, adottava un approccio più permissivo.
Questo non significa che nella Germania Ovest non ci siano stati processi di denazificazione. Anzi, ci furono, ma spesso si trattava di processi condotti da giurie e giudici tedeschi, alcuni dei quali nutrivano simpatie o legami con il passato regime. Questo portò a una giustizia talvolta non del tutto rigorosa, e non molti furono effettivamente processati come avrebbero dovuto. Se vi interessa approfondire il tema, vi consiglio di guardare il video che ho dedicato al destino delle mogli dei gerarchi nazisti, dove parlo anche dei processi di denazificazione.
D’altra parte, nella Germania Est, la situazione era ben diversa. Qui, la polizia sovietica prese il controllo diretto, avviando una vera e propria caccia ai nazisti, con un atteggiamento decisamente più severo. Tuttavia, questa denazificazione non era solo una questione di giustizia storica: era strettamente legata alla sovietizzazione di ogni aspetto della vita politica e sociale della Germania Orientale. La caccia ai nazisti divenne anche un pretesto per eliminare qualsiasi forma di dissidenza politica e consolidare il controllo sovietico su tutti gli apparati di potere. Era una lotta ideologica che andava ben oltre la semplice punizione dei crimini di guerra, ma mirava a costruire una nuova Germania orientata al modello sovietico.
Nel 1947, la SMAD, ovvero l’Amministrazione Militare Sovietica in Germania, già esercitava un controllo ferreo sulla Polizia del Popolo tedesca, in particolare sui suoi vertici. Con l’ordine n. 201, la SMAD decide di creare una nuova divisione di polizia, il *Kommissariat 5* (K-5), un braccio speciale incaricato di perseguire reati di natura “politica” (dunque ex-nazisti, dissidenti, ecc)
Ovviamente, i sovietici non potevano operare da soli: avevano bisogno di una rete di collaboratori tedeschi fedeli agli ideali comunisti. Così iniziarono a costruire una solida rete di informatori, scelti tra gli elementi più convinti e radicali del Partito Comunista tedesco. È tra queste prime “reclute” che si trovano quelli che poi diventeranno nomi importanti della Stasi come il suo ministro, Erich Mielke, colui che perfezionerà il sistema di spionaggio della Germania est.
Con la nascita ufficiale della DDR nel 1949, la Germania dell’Est si costituiva come uno Stato indipendente. Questo cambiamento segnava una transizione dal controllo militare sovietico diretto verso un governo locale, anche se profondamente subordinato a Mosca. Al vertice del nuovo Paese vi era il SED, il Partito di Unità Socialista della Germania nato nel 1946 dalla fusione tra comunisti e socialdemocratici, che si consolidò come il partito unico.
In questo contesto, il governo della DDR sente l’esigenza di dotarsi di un proprio apparato di sicurezza interna, una polizia segreta che potesse garantire la repressione politica necessaria per stabilizzare e consolidare il potere del partito.
Così, mercoledì 8 febbraio 1950, la Camera del Popolo, un parlamento il cui ruolo era essenzialmente simbolico e subordinato ai voleri di Mosca, si riunì per approvare un ampliamento del governo della DDR. Venne aggiunto un quindicesimo ministero dedicato esclusivamente alla sicurezza interna: il Ministero per la Sicurezza dello Stato (Ministerium für Staatssicherheit, che nei documenti incontrerete con la sigla MfS) diventato però famoso col nome di Stasi (o Stasi all’italiana)
COM’ERA ORGANIZZATA LA STASI
La Stasi, fin dall’inizio crebbe a un ritmo sorprendente. Già tre anni dopo la sua fondazione, nel 1953, contava più di 10.000 ufficiali, superando rapidamente il numero di agenti che la Gestapo, la polizia segreta della Germania nazista, aveva raggiunto nei suoi anni di gloria.
Uno degli elementi distintivi della Stasi era la netta differenza tra i suoi dirigenti e gli agenti di grado inferiore. I dirigenti erano, per lo più, comunisti convinti, molti dei quali avevano vissuto in esilio in Unione Sovietica o erano stati perseguitati dal regime nazista. Erano uomini fedeli all’ideologia e ben formati politicamente. D’altra parte, gli agenti di grado inferiore erano spesso molto giovani. Si stima che nel 1952 più della metà degli agenti della Stasi avesse meno di 30 anni. Provenivano da famiglie disagiate, con un basso livello di istruzione, ed erano stati reclutati proprio per la loro malleabilità, più che per le loro capacità.
Questo porta a sfatare il mito delle “superspie” infallibili. Almeno nei primi anni, la Stasi era spesso inefficiente, e le sue carenze operative venivano compensate dall’elevato numero di agenti. Solo col passare degli anni, la Stasi affinò le sue tecniche, diventando sempre più sofisticata e trasformandosi nel temuto servizio segreto che conosciamo noi oggi.
Un aspetto costante della Stasi, però, rimase sempre il suo vasto numero di ufficiali. Nel 1989, alla vigilia della caduta del muro di Berlino e della fine della DDR, la Stasi contava ben 91.015 impiegati. Di questi, 71.233 erano impiegati a tempo pieno, 2.232 erano ufficiali assegnati a casi speciali, 2.118 erano informatori a tempo pieno, e c’era persino una piccola percentuale di “ufficiali sconosciuti” (143) e 185 impiegati civili. Inoltre, la Stasi disponeva anche di un contingente militare con 13.073 soldati regolari e 2.031 impiegati in congedo temporaneo.
Per avere un’idea delle dimensioni del controllo che la Stasi esercitava sulla popolazione, basti pensare che nella Germania Est c’era un membro della Stasi ogni 180 abitanti. Un numero esorbitante, persino se comparato con il KGB, il famigerato servizio segreto sovietico, che aveva “solo” un agente ogni 595 abitanti.
Questo numero esorbitante di agenti da dove arrivava? Cioè, come si diventava agenti della Stasi?
Per diventare un agente della Stasi non ci si poteva candidare volontariamente. Chiunque si candidasse veniva immediatamente sospettato di essere una spia, e spesso finiva sotto sorveglianza. Il reclutamento avveniva dunque in maniera mirata e discreta: non si chiedeva, si veniva scelti.
La risorsa principale per trovare nuovi agenti era rappresentata dai familiari di quelli che già lavoravano nella Stasi. Ogni agente aveva un dossier dettagliatissimo, che non solo descriveva ogni aspetto della sua carriera all’interno del servizio segreto, ma anche la sua vita privata: la salute, le misure fisiche, il passato e il comportamento di amici e familiari, inclusi figli e coniugi, erano scrutati con meticolosa precisione. Persino i figli venivano monitorati sin da piccoli, con la condotta scolastica attentamente valutata per capire se potessero un giorno diventare agenti.
Se gli agenti a tempo pieno non erano segreti – specialmente nelle piccole comunità dove tutti sapevano chi lavorava per la Stasi – il vero potere dell’organizzazione risiedeva nella sua vasta rete di più di 180,000 di collaboratori segreti, o *informatori non ufficiali* (IM).
Gli informatori venivano scelti con grande attenzione, dopo un approfondito controllo delle loro vite. E venivano scelti non solo in base alla loro predisposizione, ma anche in base alla posizione che ricoprivano. Un esempio di mestiere utile per un informatore era quello dell’elettricista o dell’idraulico: lavori che permettevano di entrare facilmente nelle case e raccogliere informazioni preziose. Il reclutamento di questi collaboratori era spesso motivato da ragioni economiche, non ideologiche.
Prendiamo il caso di Hans Rehder, uno scienziato della Germania Ovest che però viveva sommerso dai debiti. Reclutato dalla Stasi, sotto il nome “Gorbachev” – un nome in codice ispirato alla famosa vodka dell’epoca, il ministro non c’era ancora. In aggiunta al suo stipendio”normale” da lavoratore dell’ovest, in cambio del passaggio di documenti riservati, Rehder riceveva dalla Stasi uno stipendio fisso di 400 marchi dell’ovest (circa 750 euro di oggi) oltre a dei bonus per ogni documento consegnato. Gli informatori beneficiavano anche di spostamenti e vacanze gratuite, come nel caso di Rehder, che poté godere di una vacanza a costo zero sul Mar Baltico con sua moglie.
Le informazioni raccolte venivano classificate – e pagate – in base alla loro importanza, con un sistema che le graduava da 5 (il livello più basso) a 1 (il livello più alto). Nel 1970, un documento di grado 1 poteva valere fino a 150.000 marchi tedeschi dell’Ovest (ca 283 mila euro)
Per reperire tutte queste importanti informazioni, non bastava una fitta rete di informatori. Dietro il loro successo si nascondeva una vasta gamma di gadget tecnologici degni di un film di James Bond, sviluppati e distribuiti dal Settore per le Operazioni Tecniche (OTS).
I gadget usati dalla Stasi erano vere e proprie opere di ingegneria. Parliamo di sciarpe di seta intrise di inchiostro trasparente; telecamere nascoste in oggetti di uso comune: rossetti, pacchetti di sigarette, annafiattoi, borse, persino nei reggiseni! Famoso è il “fazzoletto-camera” utilizzato da Sonia Luneberg, che poteva scattare foto mentre veniva maneggiato come un semplice fazzoletto.
Alcuni gadget erano estremamente avanzati, persino dotati di meccanismi autodistruttivi. Un esempio particolarmente ingegnoso erano gli spray per capelli che, se aperti nel modo sbagliato, emettevano un flash di luce che distruggeva le pellicole fotografiche custodite all’interno.
Uno dei metodi più utilizzati dagli agenti della Stasi era l’integrazione di dispositivi di sorveglianza nei vestiti. C’erano giacche, per esempio, dove l’obiettivo della micro camera era nascosto dietro un bottone, e la camera veniva attivata con un pulsante che si teneva in tasca.
E potrei andare avanti per ore perché le sale del Museo della Stasi, a Berlino, sono piene di questi marchignegni ed è difficile non sentirsi affascinati, ma anche estremamente vulnarabili quando si è di fronte a reperti così assurdi.
Non tutte le missioni però erano uguali. E in alcuni casi, anche il gadget più sofisticato poteva servire a poco. Qui entrava in gioco l’abilità umana. Gli agenti dovevano essere pronti a una missione che richiedeva precisione millimetrica, una pazienza infinita, e soprattutto, una straordinaria capacità di leggere le persone e approfittare delle loro debolezze.
La direttiva 1/59 dell’HVA (il dipartimento della Stasi che si occupava di spionaggio e controspionaggio), stabiliva le modalità per infiltrare le istituzioni nemiche attraverso fonti interne, con particolare attenzione alle giovani donne nubili o divorziate – che all’epoca rappresentavano circa il 30% delle segretarie negli uffici amministrativi.
L’idea era quella di sfruttare la posizione stabile e privilegiata delle segretarie che, a differenza dei loro superiori, rimanevano spesso in carica a lungo. Questo approccio strategico si tradusse nella creazione di una figura altamente specializzata: l’agente Romeo.
Il principale artefice di questa strategia fu Markus Wolf, leggendario capo dell’HVA. Per Wolf, gli agenti Romeo erano “la principale strategia di penetrazione” nelle istituzioni nemiche.
Come partiva una missione “Romeo”?
Il tutto iniziava dalla segnalazione di un Tipper (un agente segnalatore di stanza in Germania Ovest) che suggeriva una certa segretaria come possibile candidata. A quel punto si effettuava uno ‘psicogramma’ della donna, cioè la rappresentazione con grafici e diagrammi della personalità della donna, basata su una serie di test comportamentali che avvenivano a sua insaputa.
Il target doveva essere una donna sola, non per forza giovane, che magari aveva già avuto storie passate che l’avevano lasciata delusa. Imprescindibile era che la donna fosse infelice, insodisfatta o insicura.
A questo punto, trovata la vittima, si passava alla stesura del piano operativo e alla ricerca dell’agente col profilo più adeguato alla missione.
Chiunque poteva diventare un agente, non serviva chissà quale prestanza fisica. Ecco, gli agenti Romeo non erano per forza dei bellocci, anzi, un uomo troppo bello rischiava di far ritrarre la donna. Di solito queste donne non cercavano un marcantonio, ma un uomo discreto, solido, che desse loro comprensione, ascolto e forza. Dunque, gli agenti dovevano essere socievoli, estroversi, affabili, carismatici, dotati di grande fantasia ed elasticità mentale, sensibili, empatici e capaci di leggere i comportamenti e i bisogni umani. Ovviamente, alla base di tutto, c’era una disposizione incondizionata al sacrificio personale per la causa. Perché l’agente doveva essere capace di abbandonare non solo la compagna, ma la vita si sarebbe costruito nell’Ovest, con un semplice ordine, da un momento all’altro.
Capirete che trovare dal nulla un uomo con queste caratteristiche era assai complesso. Gli agenti Romeo erano altamente addestrati per “imparare” e fare proprie queste qualità. Nell’accademia segreta di spionaggio di Bad Belzig, ai futuri agenti venivano insegnate tecniche psicologiche per vincere la fiducia delle loro “prede” ed entrare in intimità senza restarne affatto coinvolti.
Tra gli insegnamenti c’era anche un corso specifico sulla sessualità, incentrato sulla psicologia post-coitale femminile e sugli eventuali farmaci utili a migliorare la propria performance o aumentare il piacere della partner.
I futuri agenti erano anche addestrati a trattare argomenti più complessi come il matrimonio o il desiderio di maternità che potevano nascere nella partner. Spesso, la soluzione migliore era prendere tempo, trovare imprevisti che post ponessero il promesso matrimonio. In alcuni casi, gli agenti riuscivano a convincere le donne ad abortire, qualora fossero accidentalmente rimaste incinta.
A supporto degli agenti Romeo, c’era una squadra specifica formata da psicologi ed esperti del comportamento: l’Arbeitsgruppe P (dove P sta per Psicologia). Si trattava di un contatto di emergenza a cui l’agente poteva rivolgersi in caso di crisi, per consigli o suggerimenti sul da farsi. Le normali discussioni di una coppia, infatti, potevano portare al fallimento della missione e dovevano essere trattate con la massima cautela. Ogni parola era pesata.
Una volta trovato l’agente perfetto, bisognava creargli una nuova identità. Spesso si utilizzava il “Dopplegängermethode“ o metodo del doppione. L’agente Romeo acquisiva l’identità di un cittadino della Repubblica federale residente all’estero del quale si fingeva il rientro in Patria.
È bene ricordare che, nonostante condividessero la stessa lingua, la Germania Est e la Germania ovest erano due realtà completamente diverse. Parlo di stile, di cultura, modi di fare. L’agente Romeo doveva dunque imparare le abitudini del suo “nemico capitalista”, farsi una cultura sulla musica che ascoltavano, i film che guardavano. Prendere le abitudini del suo Dopplegänger, dunque iniziare a fumare se l’uomo di cui aveva preso l’identità fumava, ecc.
Quanti siano stati questi agenti, quante le loro vittime, non lo sapremo mai con certezza perché molti dei documenti che li riguardavano sono stati distrutti.
E se finora questa storia di spionaggio vi ha affascinato, vorrei raccontarvi la storia di una di queste segretarie, vittima di un agente Romeo. Perché sì, il mondo dello spionaggio è affascinante, ma è sempre bene ricordare che questi agenti hanno avuto a che fare con persone vere, persone anonime come me e voi, a cui hanno rovinato la vita.
Lasciate che vi racconti la storia di Gabriele Kliem.
Gabriele nasce a Berlino, nell’immediato dopoguerra. Il padre è prigioniero di guerra dei russi e muore di fame in un campo sovietico. Questo porta Gabriele ad avere un certo astio per la Germania Est che, lei considera, essere praticamente uguale all’Unione Sovietica. Il suo interesse e le sue passioni vanno proprio dalla parte opposta. Gabriele è attratta dall’Americani, dalla loro richezza, le loro automobili, la loro musica, i loro bei soldati.
Così, dopo aver complato le scuole, comincia a cercare lavoro fuori dalla Germania. Nel 1967, a 22 anni, le viene offerto un posto in Canada e dunque Gabriele lascia la Germania.
Sette anni passano e la Germania in cui Gabriele torna è divisa irreversibilmente dal muro. In quegli anni, la rete di spionaggio sia da una parte che dall’altra si è intensificata. Ma lei, racconta, non si è mai interessata di politica. È cresciuta sotto l’insegnamento che le donne erano esseri apolitici. La cosa più importante per lei all’epoca era trovare un marito.
Con il suo inglese ormai perfetto, Gabriele riesce a ottenere un incarico ocme traduttrice presso l’ambasciata americana di Bonn (allora capitale della Repubblica Federale tedesca). È qui che comincia a diventare una persona interessante per la Stasi.
Una sera d’estate del 1977, mentre Gabriele se ne sta seduta a bere qualcosa in un locale, un uomo le si avvicina. Dice di chiamarsi Frank e, come lei stessa racconta, “fu amore a prima vista”.
Quello che Gabriele non sa è che Frank, che appare come l’uomo dei suoi sogni, è un Agente Romeo addestrato per riuscire a conquistare e instaurare un rapporto proprio con quel primo “magico” sguardo.
La relazione che ne segue sembra un’esplosione d’amore. Lui le dice che vuole sposarla. Gabriele non ci può credere, sta vivendo un sogno.
Purtroppo, non può vedere Frank tanto quanto vuole. Lui deve viaggiare molto per lavoro. Le ha detto che lavora per un Istituto pacifista o che lotta per la pace, insomma, non è mai troppo preciso. Passava per Bonn proprio per raccogliere materiale in supporto di questo fantomatico progetto di pace.
A un certo punto però, le dice che i soldi scarseggiano, non può viaggiare a Bonn così spesso come prima. Ci sarebbe un modo per risolvere il problema però. Se solo lei potesse aiutarlo a ottenere certi documenti, di sicuro questo sarebbe utile per la sua carriera e forse potrebbe anche trasferirsi stabilmente a Bonn. Siamo ancora in un’epoca in cui tutto passava per forma cartacea. All’ambasciata c’erano montagni di documenti. Questi venivano messi in buste di carta, riposti in appositi scomparti. Quando una busta era piena, i documenti venivano bruciati. È molto semplice, Gabriele deve solo portarsi a casa questi documenti prima che vengano distrutti – tantissime segretarie si portavano il lavoro a casa, non era mica una stranezza – e fotografarli con una macchina che Frank le procura.
Per paura di perderlo, emozionalmente dipendente da quest’uomo, Gabriele accetta.
Gabriele racconta che sì, era una richiesta un po’ strana, ma lui non le ha mai chiesto nulla di specifico che avrebbe potuto farle avere dei sospetti. In sette anni di relazione, non ha mai pensato che potesse essere un tedesco dell’est. Credeva alle sue bugie, anche quando queste non sempre avevano senso.
E dunque lui continua la sua bugia. Le dice che si sarebbero sposati nell’82, quando lui avrebbe accumulato abbastanza denaro per trasferirsi. Cominciano anche a visitare diverse case, fanno progetti di vita insieme. Quando viene il momento di sposarsi, però, lui trova una scusa. Le dice che ha perso tutti i soldi in un brutto investimento. Non può certo sposarla in quelle condizioni. La data del matrimonio si sposta al 1984.
Passano gli anni e Gabriele continua a passargli documenti. Arriviamo al 1984. I due si incontrano a Innsbruck per una vacanza insieme. Durante i giorni insieme, Frank le comunica che non la sposerà nemmeno quest’anno. A questo punto Gabriele si ribella. Per la prima volta, offesa, arrabbiata, triste, delusa, Gabriele reagisce e la situazione degenera con una lite che segna la fine della loro relazione.
È un momento terribile per Gabriele. Perché con la fine della relazione, finisce anche quella che era la vita per lei. Per sette anni aveva vissuto in funzione di quell’uomo che lei vedeva come l’amore della sua vita. Distrutta emotivamente, Gabriele perde il suo lavoro all’ambasciata e viene ricoverata in un istituto psichiatrico dove prova a elaborare il suo lutto e il suo dolore attraverso l’arte.
Tempo di superare la rottura, rimettersi sulle proprie gambe e… il muro è caduto.
In quei momenti di gioia dove le famiglie separate si riuniscono e i cittadini dell’est festeggiano la libertà, la sede della Stasi è un chaos. Un viavai di persone che bruciano e distruggano centinaia e centinaia di documenti. Non tutte le informazioni però spariscono. L’anno precedente infatti, la Stasi aveva trasposto su pellicola e poi su dvd il contenuto di tutti gli archivi. Quei dvd sono ora in mano alla polizia della Germania ovest.
È il 1990, Gabriele lavora ora per una piccola azienda quando un giorno, viene chiamata in un’altra stanza. Ad aspettarla ci sono due uomini dell’ufficio federale della polizia criminale che, senza tanti giri di parole, l’arrestano. Nel marzo 1990 Gabriele Kliem scopre chè l’amore della sua vita, l’uomo a cui ha dedicato gli anni migliori, Frank, è un agente della Stasi. Lei però non è una vittima, lei è una complice, una collaboratrice. Nessuno l’ha obbligata a passare le foto dei documenti a Frank. L’amore rende stolti, ma la giustizia non fa sconti, non a Gabriele almeno. Viene condannata a 2 anni di libertà vigilata e un’ingente multa. E Frank?
E qua, amici di Vanilla, vi farò arrabbiare.
Nel 1995, il sistema giuridico della Germania unificata prende una decisione che lascia molti con l’amaro in bocca: stabilisce di non perseguire più gli agenti e gli informatori della Germania Est. Questo significa che figure chiave dello spionaggio, come Markus Wolf, il genio dietro le operazioni degli agenti Romeo, non possono essere giudicate. La motivazione? Avevano agito nell’interesse della DDR, il loro paese all’epoca, e quindi non c’era un’accusa che potesse reggere nel contesto della Germania unificata.
Ma qui emerge una distinzione interessante. Gli agenti Romeo, uomini che seducevano segretarie della Germania Ovest per ottenere informazioni sensibili, non venivano visti come traditori: stavano lavorando per la patria, per il bene della DDR. Al contrario, le segretarie, che in molti casi non sapevano nemmeno di essere pedine in un gioco più grande, venivano considerate traditrici della loro patria, la Germania Ovest.
Oggi Gabriele ha 78 anni, vive da sola in un piccolo paese belga, ufficialmente categorizzata come spia. “Mi sono sempre vista come vittima della Stasi” dice “ma per avere pace uno deve venire a patti con ciò che ha realmente ha fatto. Quindi sì,” dice con la voce rotta dal pianto “io sono stata una spia”.
CONCLUSIONE
I film di spionaggio sono incredibili, ci trasportano in un mondo fatto di tecnologie avanzate, gadget straordinari e intrighi senza fine. E, certo, finché rimangono storie di fantasia, tutto questo affascina. Ma quando questi scenari appartengono alla realtà, la prospettiva cambia. Dietro le azioni spettacolari delle spie, come gli agenti Romeo, c’erano persone in carne e ossa, le cui vite sono state spesso distrutte nel nome di un presunto “bene superiore”.
Vi invito a non giudicare troppo severamente queste segretarie. Hanno già affrontato le conseguenze dei loro errori e il loro conto con la giustizia è stato saldato. Anche se non possiamo giustificare ciò che hanno fatto in nome dell’amore, oggi possiamo riconoscere quanto fosse tossica e manipolativa la dinamica di dipendenza che si era creata. Sappiamo quanto sia difficile, per una persona fragile, uscire da situazioni di questo tipo.
Ricordiamoci che, a differenza dei film, la realtà non prevede un lieto fine per tutti.
E voi, cosa ne pensate? Conoscevate la storia degli agenti Romeo? Fatemelo sapere nei commenti qui sotto e raccontatemi quali altre storie vorreste ascoltare. Io vi saluto e ci vediamo nel prossimo video!
BIBLIOGRAFIA:
Falanga, G. (2018) “«…con la docuta delicatezza e sensibilità» Gli agenti seduttori della Germania Orientale. Il «Metodo Romeo»”, Gnosis, 4/2018, pp. 173-179.
Die Spioninnen – Im Auftrag der DDR (Folge 6: Gabriele Kliem), intervista su ARD1
Macrakis, K. (2008) Seduces by Secrets. Inside the Stasi’s Spy-tech world. Cambridge University Press.
Spekermann, U. (2014) “ The Stasi at Home and Abroad. Domestic Order and Foreign Intelligence”, German Historical Institute, 9 (2014).
Gieseke, J. (2014) The History of the Stasy: East Germany’s Secret Police, 1945-1990. Berghahn, New York.
