Il nome The House of Lucile oggi è praticamente sconosciuto, fatta eccezione per qualche esperto di storia della moda. Eppure “Lucile ltd” era, ai primi del ‘900, un impero con filiali in Europa e Stati Uniti, che vendeva abiti di lusso, accessori, lingerie, profumi, negli atelier di Londra, Parigi, New York, Chicago.

Lucy Christiana, Lady Duff Gordon (1916)

La fondatrice, Lucy, Lady Duff-Gordon, è forse più famosa per essere scampata al naufragio del Titanic, insieme all’aristocratico marito, che per il suo enorme successo come stilista nell’epoca edoardiana.

Le donne dell’alta società britannica adoravano i suoi vestiti dai tessuti impalpabili e dai colori pastello, tanto quanto le attrici di teatro e del nascente cinema. E’ lei a vestire personaggi come Sarah Bernhardt e Mary Pickford, sia sulla scena che fuori.

Abito di Lucile per Clara Kimball Young nel film The Better Wife, 1919


E’ sempre lei, Lucy, a inventarsi le sfilate di moda inserite in un’adeguata scenografia, completa di luci, musica, tende e omaggi per le selezionatissime clienti. E’ lei che istruisce le prime mannequin (la traduzione è manichini) professioniste e si inventa la passerella, poi a ciascun abito dà un nome sempre legato in qualche modo alla sfera erotica: “dammi il tuo cuore” o “il sospiro di labbra insoddisfatte”. Per quanto oggi possa sembrare enfatica (se non ridicola), in realtà quella personalizzazione dell’abito anche grazie a un nome evocativo, è una tecnica di marketing astuta: allora come oggi “la gente era convinta che indossando una certa cosa, questa li avrebbe resi più attraenti per il sesso opposto o per il proprio”, spiega la curatrice di moda del Museum of London.

Lady Lucy Duff-Gordon, 1916


Queste non sono le sole intuizioni innovative di Lucy Duff-Gordon che, secondo lo storico della moda Alistair O’Neill, “è stata la prima stilista di moda a riconoscere l’importanza della narrazione della vita, scrivendo la sua autobiografia e su dove ha mangiato, che è molto, molto moderno”.

Lady Lucy Duff-Gordon, 1916

Si potrebbe considerare altrettanto moderna la sua figura un po’ controversa (“la sua cattiveria faceva parte del suo fascino” secondo Kerry Taylor, esperta di moda vintage), che faceva parlare di sé non solo per i suoi abiti ma anche per via di qualche denuncia per frode doganale o violazione di contratti.

D’altronde Lady Duff-Gordon aveva dovuto imparare presto a cavarsela da sola e a contare solo sulle sue capacità. Lucy Christiana Sutherland nasce a Londra nel 1863, ma quando ha solo due anni suo padre muore. Sua madre si trasferisce in Canada dai genitori, insieme a Lucy e all’altra figlia (che poi diventerà famosa come scrittrice). I soldi non sono tanti, ma l’infanzia trascorsa nel ranch dei nonni è comunque tranquilla, con Lucy che si diverte a creare abiti per le sue bambole. Nel 1871 la madre si risposa e la famiglia si trasferisce sull’isola di Jersey, dove Lucy cuce abiti per sé e la sorella, traendo ispirazione dai ritratti di famiglia.

Lady Duff Gordon in giardino (1918)

Immagine di Khang17092004 via Wikipedia – licenza CC BY-SA 4.0

A 21 anni la ragazza, vivace quanto testarda, sposa un certo James Wallace, malvisto da tutti per la sua spiccata propensione all’alcol e la fama di donnaiolo. Il matrimonio finisce cinque anni dopo, quando Wallace scappa con una ballerina, mentre Lucy rimane sola e senza un soldo, ma con una figlia da mantenere. Ha comunque il coraggio di chiedere il divorzio, cosa assai rara nella società dell’epoca, e intanto pensa a come cavarsela.

Decide di impegnarsi in quella che è la sua passione da sempre: cuce abiti per la famiglia e le amiche, lavorando nel salotto della casa di sua madre. Nel 1894 è sufficientemente conosciuta da aprire la sua casa di moda a Mayfair, che subito attira clienti tra le nobildonne londinesi, ma anche tra le ricche fanciulle statunitensi che arrivano nella capitale britannica in cerca di un marito titolato.

Abito da sera disegnato da Lucile (1912), oggi al Victoria and Albert Museum

Immagine di VAwebteam via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Abiti come i suoi non si erano mai visti, nuvole di tessuti preziosi e impalpabili, con toni di colore cangianti arricchiti da nastri e fiori di seta, a raccontare uno stile di vita romantico e aristocratico.

Intanto Lucile – così si chiama il marchio di Lucy Sutherland – crea costumi anche per le attrici di teatro, che poi diventano modelli di moda sia in Europa sia negli Stati Uniti. Eppure la maison naviga in cattive acque economiche. D’altronde si sa che i clienti ricchi spesso non pagano…

La ballerina Irene Castle indossa un abito di Lucile


Nel 1900 Lucy sposa Sir Cosmo Duff-Gordon, che diventa suo socio in affari, anche se preferisce rimanere nella sua tenuta in Scozia piuttosto che risiedere a Londra con la moglie, o addirittura a New York, dove nel 1910 la stilista apre la Maison Lucile.
Lady Lucy Duff-Gordon è ormai una celebrità, sempre seguita da giornalisti e fotografi, tanto famosa da aprire una Maison anche a Parigi, dove i suoi abiti sono apprezzati principalmente da personaggi un po’ fuori dagli schemi, come Mata Hari.

Camicia da notte per il corredo della sposa, 1913 – Victoria & Albert Museum

Immagine di Elisa.rolle via Wikipedia – licenza CC BY-SA 4.0

Ad aprile 1912 i coniugi salpano a bordo del Titanic e sopravvivono grazie a quella che sarà poi chiamata la “scialuppa di salvataggio dei milionari”: la scialuppa numero 1, che si allontana dal transatlantico con solo 12 persone, a fronte di una capienza di 40. Ci sono sette membri dell’equipaggio (tutti uomini) e poi i Duff-Gordon con la loro segretaria. Sull’aristocratica coppia piovono svariate accuse, come quella di aver elargito una consistente somma (all’incirca 500 sterline attuali) ai marinai a bordo, purché la scialuppa non tornasse indietro a recuperare qualche naufrago, per timore di essere sommersi. Effettivamente Sir Cosmo compila assegni per quei marinai, ma durante l’inchiesta dirà che si trattava di un contributo per ciò che avevano perso.
Il baronetto esce provato da quello scandalo, mentre Lady Lucy, più che mai battagliera, continua con la sua attività.

Nel 1915 apre una Maison a Chicago, ma è costretta a chiudere le filiali di Londra e Parigi, a causa della guerra. Lei vive a New York, circondata da amici, conoscenti e collaboratori che in seguito avrebbero fatto carriera nel mondo della moda.

Lady Lucy Duff-Gordon, 1916


Intanto però perde per strada gran parte della sua azienda: vende le sue quote a soci che conquistano la maggioranza, perde una causa che la costringe a chiudere la sua innovativa linea di moda pret-a-porter venduta per corrispondenza, fino a che, con la fine della guerra, finisce anche la sua fortuna: “I suoi vestiti erano davvero associati al romanticismo del periodo precedente alla prima guerra mondiale. Una volta entrati nell’età del jazz, le persone non li volevano più. Volevano il look giovane e rivoluzionario di Chanel, che non si adattava a ciò in cui Lucile era brava” (Kerry Taylor).

Abito di Lucile per Lillian Gish nel film “Agonia sui ghiacci”, 1920


Nel 1923 la “Lucile ltd” è costretta a dichiarare bancarotta, ma la stilista continua a lavorare per clienti privati, scrive la sua autobiografia, e collabora con riviste di moda. Insomma, non si arrende, anche se, a 70 anni “ha dovuto imparare a salire sugli autobus, forse sotto la pioggia” (scrive sua nipote).

Lucy Duff-Gordon fa cose che nessuna stilista aveva mai azzardato prima: promuove le sue collezioni sui giornali, crea costumi per il mondo dello spettacolo (compresi quelli di Ziegfeld Folies), sponsorizza con il suo nome tutta una serie di prodotti legati al mondo della moda (scarpe, profumi, reggiseni…), fino a disegnare gli interni di automobili di lusso.

Eppure, questa donna vulcanica morirà senza un soldo, nel 1935, in una casa di cura vicino Londra, ormai praticamente dimenticata da tutti, o quasi: qualche antico collaboratore non le faceva mancare i suoi fiori preferiti, rose e lillà.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.