L’aborto in Unione Sovietica: un risvolto inaspettato della Rivoluzione

Negli ultimi tempi sentiamo parlare della Russia come un paese sotto dittatura, in cui la libertà di parola e i diritti delle minoranze vengono calpestati quotidianamente e strenuamente, e con una netta differenza tra un’élite di oligarchi e la gente comune. Ma è sempre stato così?

Senza andare troppo indietro nella storia, la società zarista, voluta da Pietro il Grande e durata fino all’anno della rivoluzione era una delle più complesse al mondo, suddivisa in servitù della gleba, abolita solo formalmente nel 1861, borghesia e nobiltà. La classe borghese era suddivisa a sua volta in sedici sottoclassi, chiamate gradi, che si distinguevano per i gradi sulla giacca, i posti a teatro e addirittura la carrozza da noleggiare per girare in città. Già nell’Ottocento si ipotizzava una nuova società, senza disparità di ceto e piaghe sociali, le più gravi l’ubriachezza e la prostituzione. Il più grande sostenitore di questa teoria fu Fëdor Mikhajlovič Dostojevskij, che la rese il fulcro del suo racconto “Sogno di un uomo ridicolo”, e poi rivista da autori successivi.

Fëdor Mikhajlovič Dostojevskij nel 1863 – Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Quando i bolscevichi presero il potere nel 1917 guidati da Lenin, le disparità sociali vennero appianate realmente. Per la prima volta nella storia russa le donne di ogni classe sociale videro abbattuti i muri della divisione di genere, privilegio fino ad allora riservato a poche fortunate dell’alta aristocrazia. Alla fine dell’Ottocento, nelle grandi città, parallelamente ai sindacati e ai soviet (consigli) degli operai, nacquero i primi movimenti femministi. Dal 1917, questi movimenti, che trovarono in Aleksandra Mikhajlovna Kollontaj la loro leader, collaborarono con i bolscevichi per creare una nuova società e concretizzare l’utopia.

Aleksandra Mikhailovna Kollontaj – Immagine di pubblico dominio condivisa via WIkipedia

Nel giro di pochi giorni a cavallo tra novembre e dicembre 1917, vennero approvati e ratificati vari decreti:

  • Il decreto della pace e della terra, che stabiliva l’uguaglianza delle persone;
  • Il decreto che stabiliva la durata della giornata lavorativa a otto ore, le ferie retribuite e l’età minima per lavorare a quattordici anni;
  • Il decreto della Sicurezza Sociale, che garantiva assistenza in caso di malattia o pensione;
  • Il decreto che, a seguito dell’abolizione della religione, riconosceva come valido solo il matrimonio civile e, di conseguenza, anche il divorzio e aboliva le differenze tra figli legittimi e illegittimi.

In quegli stessi giorni Aleksandra Kollontaj ricoprì il ruolo di Commissario del Popolo per la Sicurezza Sociale, e in seguito fu anche ambasciatrice, diventando così la prima donna al mondo a ricoprire tali ruoli. Alla fine del 1918, venne ratificato il Codice del Lavoro. Questo documento sanciva la fine delle discriminazioni sul posto di lavoro anche per la retribuzione, rendendola uguale per uomini e donne, e vietava il licenziamento nel caso di una gravidanza. Le donne vennero così incoraggiate a lavorare. Le uniche distinzioni in campo lavorativo riguardavano i turni di notte, da cui le donne erano esentate, e naturalmente i congedi per maternità.

Le donne avevano diritto a un congedo per maternità di otto settimane prima e altre otto dopo il parto, e di pause sul posto di lavoro di mezz’ora ogni tre ore per allattare il figlio e farlo addormentare per tutto il primo anno di vita del bambino fin quando durava l’allattamento. Nel caso in cui i figli fossero più di uno la pausa sarebbe durata un’ora. Tutti i permessi, dal congedo per la maternità alle pause per allattare i figli, erano coperti dallo stipendio intero. L’occupazione delle donne nel mondo del lavoro, e di conseguenza l’eguaglianza con gli uomini, implicava l’abbandono della vita domestica. Nacquero così nuove istituzioni: mense, lavanderie, negozi di abiti, asili nido nelle fabbriche e, per i figli più grandi, campi estivi, campeggi, associazioni sportive e simili. In questo modo, la vita domestica diventava parte integrante di quella comune statale, dando spazio alle donne lavoratrici e impiegando ogni singolo cittadino, portando la soglia di disoccupazione vicina allo 0%.

La condizione delle donne non migliorò solo dal punto di vita lavorativo. Circa un secolo prima che l’argomento diventasse mainstream il governo sovietico difese i loro diritti nel caso di molestie o stupro sul posto di lavoro: l’articolo 154 del Codice Penale recitava: “La costrizione di una donna a intrattenere rapporti sessuali o a soddisfare il desiderio sessuale in altro modo da parte di una persona da cui la donna è materialmente o professionalmente dipendente sarà sanzionata con detenzione fino a cinque anni”.

La cosa più sorprendente di questo periodo fu la discussione di un argomento alquanto spinoso, sostenuto da sempre dai bolscevichi:

La legalizzazione dell’aborto

Questa pratica, naturalmente, è vecchia come il mondo, ma era fortemente condannata dalle autorità governative e religiose. Con l’abolizione della religione il problema dell’etica passava dall’essere religioso e sociale al solo essere sociale. In una nuova società che mirava all’utopia senza i mali di quella precedente era inconcepibile pensare all’aborto come pratica legale. Eppure, molti erano a favore. Parlando dell’aborto in questo periodo storico bisogna tener presente che non era considerato un diritto individuale delle donne, come invece è nell’ottica moderna, bensì una normale conseguenza della rivoluzione, necessario per il raggiungimento della società sognata durante il secolo precedente.

Dopo la rivoluzione l’economia del nuovo stato versava in condizioni disastrate, a causa della cattiva gestione della Prima guerra mondiale e della guerra civile tra Armata Rossa e Armata Bianca, oltre a pesanti carestie. Le famiglie si trovarono in condizioni economiche precarie, e per evitare che le donne si rivolgessero a ciarlatani quali guaritrici o fattucchiere si arrivò all’ipotesi di legalizzare l’aborto.

All’interno delle fabbriche erano nati i dipartimenti e le commissioni delle lavoratrici, formate da rappresentanti elette, con il rapporto di una rappresentante ogni cinquanta lavoratrici, per tre mesi, il cui compito era quello di mantenere i rapporti e aggiornare vicendevolmente i vertici del partito e le lavoratrici. Furono proprio questi organi a discutere con il governo la questione dell’aborto. L’argomentazione principale mossa dalle femministe fu quella della sicurezza delle donne. L’aborto era praticato ma fino ad allora si era ricorsi alle ostetriche, ai guaritori o addirittura alle “nonne” del villaggio. Il ricorso a questi rimedi casalinghi portava al sorgere di infezioni, che spesso portavano alla morte, perché i farmaci e gli antibiotici erano pressoché inesistenti.

Le commissioni e i dipartimenti quindi si battevano per la legalizzazione dell’aborto come diritto delle donne di ricevere cure adeguate in strutture statali da parte di professionisti. Gli organi governativi volevano preservare la salute delle donne, perché davano alla luce la futura generazione sovietica, ma il loro obiettivo era quello di evitare proprio che l’aborto venisse legalizzato. La soluzione da loro proposta prevedeva l’istituzione di speciali tribunali, il cui compito era quello di valutare ogni singola richiesta di aborto anche per andare incontro ai medici che si opponevano alla pratica. Oggi li chiameremmo obiettori di coscienza.

Le donne si opposero fermamente a questo compromesso, ponendo come esempio quelle di loro provenienti dalla campagna che si sarebbero trovate in stato di imbarazzo nel raccontare la propria storia clinica a dottori sconosciuti.

In quel periodo cambiò anche il modo di vedere la maternità, considerata in epoca zarista l’unico scopo nella vita femminile, veniva ora considerata una scelta della donna, e se magari era un crimine uccidere un bambino, non si poteva dire lo stesso del feto, che era ancora parte integrante e totalmente dipendente dal corpo della donna, che avevo diritto di vita o morte. Il governo, scartata l’ipotesi dei tribunali, optò per un altro compromesso: considerando il congedo dal lavoro in caso di gravidanza, le donne sarebbero state ospitate in case speciali già quando erano incinte e un mese dopo il parto, in modo da essere accompagnate e tutelate, scacciando così l’idea dell’aborto come ipotesi per le potenziali madri.

Gli organi governativi, come ultima spiaggia prima di cedere alla legalizzazione dell’aborto, decisero di istruire le donne sulla contraccezione, pratica odiata tanto quanto l’aborto, ma considerata decisamente meno pericolosa. Tra la primavera e il novembre 1920 il governo sovietico cominciò ad approvare e attuare tutte le misure burocratiche a favore delle donne, a cui abbiamo già accennato, come il congedo di maternità.

Il 18 novembre 1920, sul giornale del comitato esecutivo centrale dei Soviet, apparve il decreto di legalizzazione dell’aborto, approvato per “proteggere la salute delle donne”. Il decreto era soprattutto una condanna all’aborto clandestino e illegale, che metteva a rischio la vita delle donne, e anche se consentiva “questo tipo di operazione da eseguire liberamente e gratuitamente negli ospedali sovietici”, in realtà sottintendeva la volontà del governo di estirpare questa pratica, e ricorrere piuttosto alla gravidanza pianificata.

Com’è facile immaginare, subito dopo la legalizzazione dell’aborto, solo le donne delle grandi città godettero nell’immediato di questo nuovo diritto, considerato quasi un privilegio. Nelle città minori, o peggio nelle campagne, era molto difficile trovare una struttura sanitaria statale, e addirittura quasi impossibile trovare un medico specializzato nella pratica dell’aborto.

Per avere una buona copertura sanitaria a riguardo ci volle tutto il decennio, confermata dai dati statistici sull’aborto clandestino. Per andare incontro alle strutture sanitarie, i cui posti letto erano molto risicati, e allo stesso tempo combattere la clandestinità, vennero istituite delle commissioni regionali che avevano il compito di analizzare ogni singolo caso e decidere chi avrebbe avuto la precedenza; come si può intuire, erano molto simili ai tribunali che il governo aveva proposto prima della legalizzazione. L’aborto doveva essere praticato entro i primi tre mesi di gravidanza. Alcune categorie di donne avevano la precedenza per l’aborto:

  • Donne nubili disoccupate;
  • Lavoratrici nubili con già un figlio;
  • Donne lavoratrici con almeno tre figli;
  • Mogli di lavoratori con almeno tre figli.

Oltre la pratica dell’aborto in sé, ciò che stupisce era il fatto che anche le donne vittime di stupro, manipolazione psicologica, indigenti, minorenni o anche a causa di disturbi mentali o del bacino troppo stretto potessero chiedere l’interruzione di gravidanza. Quindi, l’URSS fu il primo paese a tenere conto delle vittime di stupri che chiedevano di abortire, una categoria che nel resto del mondo ha avuto il coraggio di reclamare questo diritto solo in anni molto recenti. La decisione di legalizzare l’aborto spinse i governi degli altri paesi e i partiti comunisti esteri ad affrontare il tema. Soprattutto in Germania, la decisione venne appoggiata dal movimento femminista, e sulla rivista “Die Kommunistische Fraueninternationale” apparve il commento di Clara Zetkin:

Clara Zetkin – Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

“È indiscutibile che tutto ciò che la Russia Sovietica fornisce per la protezione e la cura della madre e del bambino è solo l’inizio, in confronto alle esigenze sociali. Questi inizi sono complicati e ostacolati dalle esigenze dell’economia in frantumi, dalla lotta insidiosa dei nemici nel paese e oltre i suoi confini. Tuttavia, questi inizi sono enormi; esprimono una forte e indomabile volontà creativa, piena di promesse per il futuro della madre e del bambino”.

Nonostante la legalizzazione governativa, le discussioni riguardo l’aborto non si spensero, anzi. Si infervorarono soprattutto quelli che ritenevano che l’aborto non fosse la soluzione definitiva, e sostenevano che il problema andasse risolto alla radice, informando la popolazione e diffondendo la pratica della contraccezione, creando così una generazione che non si piega al volere della natura, ma sceglie consapevolmente quando procreare, in modo da crescere responsabilmente e rendere tale la futura generazione sovietica.

Nonostante tutto, con il passare del tempo e incalzati dagli ottimi risultati ottenuti, anche i più strenui oppositori all’aborto dovettero ricredersi

Tra loro spiccava Nikolaj Aleksandrovič Semaško, primo Commissario del Popolo per la Salute in Unione Sovietica, che a metà degli anni Venti scrisse un articolo in tedesco, per essere più fruibile in Europa e perché la Germania, ai tempi di Repubblica di Weimar, era stato il paese che più di tutti aveva dato attenzione alla questione, intitolato “Tre anni di legislazione sovietica su una “dolorosa questione” (il decreto sull’aborto)”, in cui esponeva oggettivamente il chiaro miglioramento nella vita delle donne. I motivi che avevano spinto il governo a legalizzare questa pratica erano prettamente sociali, e solo in minima parte medici, e l’aborto era considerato come “un fenomeno indesiderabile non solo dal punto di vista dello Stato nel suo insieme, ma anche dal punto di vista degli interessi della donna che pratica l’aborto. Questa operazione è un intervento molto serio per le donne”.

Nikolaj Aleksandrovič Semaško – Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

L’intenzione principale del governo sovietico era quella di strappare le donne a ciarlatani e macellai, le cui “cure” spesso portavano alla morte. Semaško elencò dettagliatamente cosa trovò nei corpi delle pazienti che arrivavano in ospedale a seguito di un aborto clandestino: “Aghi da maglia, chiodi arrugginiti, pali di legno, questi sono gli “strumenti chirurgici”, che hanno portato migliaia di donne alla tomba”. Il punto di forza del governo sovetico fu quello di aver capito, prima di tutti gli altri stati, che le misure punitive nei confronti dell’aborto non lo scoraggiavano ma incrementavano solo la clandestinità.

I casi di aborti clandestini in Unione Sovietica diminuirono drasticamente, e, per la prima volta, in caso di aborti mal eseguiti o complicazioni successive venivano accusati soltanto i medici che avevano eseguito l’aborto e non le donne che vi si erano sottoposte. Semaško, nel suo articolo, sottolineava anche che le donne richiedevano l’aborto solo in casi estremi. Le stime ufficiali mostravano che la maggioranza delle richiedenti l’aborto aveva già almeno tre figli, e solo un misero 10% era alla prima gravidanza. Un ruolo importante lo svolgeva l’abitazione.

Subito dopo la Rivoluzione d’ottobre, oltre la riforma sociale venne attuata anche una riforma abitativa. Per appianare le differenze tra la borghesia e il proletariato venne approvata una legge che assegnava a ciascun cittadino un quantitativo minimo di metri quadri in cui vivere. Purtroppo, però, non c’erano abbastanza alloggi per tutti e la guerra civile non consentiva la costruzione di nuovi; si scelse così di condividere i grandi appartamenti borghesi al centro delle città: i vecchi proprietari avevano diritto a una sola stanza, mentre le altre venivano occupate da altri nuclei familiari, e la cucina e i servizi sanitari erano in comune.

Secondo le statistiche, le donne che coabitavano con il marito abortivano molto meno rispetto a chi doveva coabitare con più persone, o addirittura con estranei, rimarcando ancora una volta che le donne ricorrevano all’aborto per necessità, soprattutto economica, e non per capriccio personale. Semaško chiuse così il suo articolo: “Da un lato abbiamo fatto uscire gli aborti dalla sfera della segretezza e della clandestinità, dall’altro cerchiamo di indirizzarli attraverso un canale organizzato”.

Allo stesso tempo, uscì una seconda versione dell’articolo sulla rivista “Die neue Generation”, rivista che si concentrava sulla maternità e sulla cura dei figli, con un paragrafo aggiuntivo, in cui si affermava che la legalizzazione dell’aborto era il primo passo della donna per liberarsi delle 3K: Küche, Kirche e Kinder (cucina, chiesa e bambini). Helene Stöcker, l’editrice di “Die neue Generation”, pubblicò sempre nel 1925 la traduzione del decreto sovietico, che commentò in questo modo: “la pacifica e obiettiva realizzazione di una domanda per la quale gli uomini e le donne più lucidi d’Europa hanno lavorato invano fino a oggi. Certamente, in Russia la realizzazione di queste riforme è dovuta anche al lavoro preparatorio di combattenti straordinarie per la protezione della madre come Aleksandra Kollontaj, già membro dell’esecutivo russo e ora ambasciatrice in Norvegia, e la signora Lebedeva, che dirigeva il dipartimento per la protezione delle madri e dei bambini”.

Helene Stöcker – Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Nella seconda metà degli anni Venti, le stime sulla richiesta di aborto vennero diffuse in Europa dal Dott. A. B. Genss, portavoce ufficiale della Divisione per la protezione della maternità e dell’infanzia del Commissariato della Sanità pubblica, e grande sostenitore dell’aborto. Nel 1926, pubblicò a Vienna un opuscolo dal titolo “Cosa insegna la depenalizzazione dell’aborto nella Russia sovietica”, in cui esponeva sinteticamente i dati di cui abbiamo discusso finora. Il commento di Genss riguardo l’eccellenza sanitaria sovietica paragonata a quella di stati più avanzati fu lapidario: “A differenza di tutti gli altri paesi, tutte le donne dello Stato proletario possono abortire, se lo desiderano. Se ne hanno bisogno, possono anche abortire a spese dello Stato. La conseguenza è che non ci sono decessi nelle interruzioni artificiali di gravidanza”, e rimarcò anche la nuova posizione della donna che ricorre all’aborto: “Poiché la donna che abortisce non deve subire alcuna punizione, ma solo i guaritori vengono puniti, anche in caso di aborto mal eseguito la donna andrà in ospedale in tempo”.

Purtroppo, però, come sostenuto già dagli oppositori negli anni Venti, l’aborto era considerato solo come un male necessario e passeggero, che aveva il compito di ammortizzare la difficile situazione economica che gravava sulle donne. Nel 1937, nel pieno del terrore staliniano e dopo lunghe discussioni a riguardo, l’aborto tornò a essere nuovamente illegale, tranne in rarissimi casi per questioni di vita o di morte.

Ma i diritti raggiunti dalle donne con la rivoluzione tornarono a imporsi dopo il periodo staliniano, e con il tempo divenne normale vedere nelle città sovietiche le banche del latte materno per aiutare le madri che non potevano allattare, realtà che nel resto d’Europa è molto recente e ancora non molto diffusa, o anche vedere donne istruite in posizioni di potere, anche se mai ai vertici del Partito. Per riavere di nuovo il diritto, seppure molto limitato, all’aborto, le donne russe dovettero aspettare il nuovo millennio. Eppure, quei diciassette anni di legalizzazione dell’aborto in Unione Sovietica furono un faro di speranza e di modernità per una generazione di donne che per la prima volta usciva dalla società patriarcale verso l’emancipazione e l’uguaglianza sociale, in un periodo in cui il progresso tecnologico avanzava inesorabile, ma si era ancora preda di una mentalità reazionaria.

Un diritto che ancora oggi viene negato in molti paesi del mondo, così come il riconoscimento dei diritti LGBT. Anche gli omosessuali, così come le donne, vissero un primo periodo di libertà con il potere bolscevico. In questo caso, purtroppo, i diritti degli omosessuali vennero calpestati nel corso degli anni dai vari poteri che si sono succeduti, fino ai violenti episodi diffusi dai social negli ultimi anni. Ma questa è un’altra storia.

Roberta Zuccarello

Laureata doppiamente in Lingue e Letterature straniere, in realtà ho studiato lingue più che altro per no dover dipendere dagli altri quando viaggio. Anche se ogni tanto dei topi e dei paperi mi vogliono a lavorare con loro, sto cercando ancora (di capire soprattutto) qual è il lavoro dei miei sogni. Affronto la vita con la saggezza siciliana, l'organizzazione mentale tedesca, la spericolatezza di una rockstar e l'eleganza di una ballerina classica. O almeno, ci provo.