La Vergine di Norimberga o “di ferro”, è uno degli strumenti di esecuzione più famosi nell’immaginario collettivo mondiale. Immedesimarsi nella vittima che entra all’interno di quella cassa di morte e viene trafitta dalle lance attaccate alle pareti è terrificante soltanto al pensiero, ma la storia della Vergine è tutt’altro che scontata e di facile ricostruzione. La prima descrizione scritta di una Vergine di Ferro fu data Johann Philipp Siebenkees, un filosofo e archeologo tedesco, nel 1793.

Sotto, il video racconto dell’articolo sul canale Youtube di Vanilla Magazine:

Fotografia via Wikipedia:

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Il nome stesso dello strumento di morte deriva dalla storia narrata da Siebenkees, il quale raccontò che un falsario venne ucciso lentamente dagli spuntoni di ferro della macchina nella città di Norimberga, datando l’esecuzione al 14 Agosto del 1515. Siebenkees afferma che la Vergine fu utilizzata come strumento di esecuzione durante tutto il medioevo, quindi precedentemente al 1515, e nei secoli successivi per i processi alle streghe e contro persone che avevano compiuto particolari crimini come, appunto, falsificare monete.

Fotografia via Flickr 1Flickr 2:

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Lo strumento di tortura fu realizzato a scopo ludico e commerciale, e non si trovano fonti storiche che parlino di un suo impiego prima del XIX Secolo. L’invenzione di una “botte” da indossare risale davvero a secoli prima, ma era uno strumento di pubblico disprezzo, fatto indossare a dei rei con lo scopo di screditarli pubblicamente.

Il passaggio poi a uno strumento come la “Vergine di Ferro”, piena di aculei che avrebbero dovuto prima torturare e infine uccidere la vittima è una finzione che risale al periodo ottocentesco, quando la passione per il gotico, la riscoperta in chiave morbosa della caccia alle streghe e il desiderio di spettacolarizzare la morte fecero concepire diversi falsi storici attribuiti genericamente a quell’ingiustamente bistrattato periodo definito “Medioevo”.

Fotografia via Wikipedia 1 e Wikipedia 2:

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Il meccanismo di funzionamento della Vergine di Ferro, come immaginata dai suoi creatori e mai sperimentato, era abbastanza semplice. Una volta all’interno, le porte venivano chiuse come in un sarcofago egizio, con gli aculei che avrebbero perforato diversi organi del corpo, ferendo ma non uccidendo all’istante, in modo da provocare una morte il più lenta e dolorosa possibile.

Nella testa erano inoltre posizionati due chiodi all’altezza degli occhi che accecavano immediatamente la vittima, lasciandola in uno stato misto a dolore e panico inimmaginabile. Vista la differenza di altezza delle persone, risulta difficile pensare che un uomo di origine norrena potesse essere di altezza paragonabile ad una “strega” della Baviera.

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Nel XIX secolo diversi spettacoli e musei della tortura si dotarono di Vergini di Norimberga, suscitando il terrore dei visitatori e arricchendo le proprie casse. L’originale dal quale la storia prese inizio, conservata al museo di Norimberga e costruita agli inizi dell’800, andò distrutta durante un bombardamento alleato del 1944.

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Oggi copie di questo strumento di tortura si trovano fra gli altri al Castello di Peschici, al Museo della Tortura di Siena ed in numerosi musei della tortura di tutta Europa. Questo tipo di falso riguardo i metodi di esecuzione ha avuto una particolare fortuna a livello mediatico. Dalla Vergine di Norimberga traggono il proprio nome gli Iron Maiden, celebre gruppo Metal britannico formatosi negli anni ’70, ma anche un film italiano del 1963 che si chiama, appunto “La Vergine di Norimberga”, che diretto da Antonio Margheriti e con la straordinaria partecipazione di un giovanissimo Cristopher Lee, celebre attore britannico che ha interpretato, fra i tantissimi ruoli Dracula, Saruman e il Conte Dukku in Star Wars.

Fotografia via Flickr e Wikipedia:

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Sotto: La Vergine di ferro del castello di Chillingham in Northumberland, Inghilterra. Fotografia via Wikipedia e Flickr:

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Sotto, la Vergine di Ferro nella città di Norimberga. Fotografia a sinistra via Wikipedia:

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Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...