La vera Storia della battaglia delle Termopili oltre il mito dei 300 Spartani

480 a.C. La libertà della Grecia, frammentata in tante città-stato spesso in guerra fra loro, è minacciata dal più temibile dei nemici, l’imperatore persiano Serse I, che vuole riscattare la sconfitta subita a Maratona dieci anni prima dal padre Dario per mano degli ateniesi, durante il primo tentativo di conquista della Grecia. Le poleis greche si alleano per fronteggiare l’invasione: l’ateniese Temistocle propone di fermare i persiani al passo delle Termopili, mentre una flotta comandata da lui stesso avrebbe contrastato le navi nemiche nello stretto di Capo Artemisio.

Le Termopili ieri e oggi

A raccontare le guerre persiane è, tra gli altri, lo storico greco Erodoto, vissuto nel V secolo a.C., ma anche autori successivi come Eforo di Cuma e Diodoro Siculo, e il tragediografo Eschilo che, nell’opera I Persiani narra poeticamente della disfatta dei persiani nella decisiva battaglia di Salamina.

Il teatro dello storico scontro è lo stretto passaggio delle Termopili, che al tempo della battaglia era una piccola strada, dove poteva passare appena un carro alla volta, tra il monte Eta e le acque paludose prossime al golfo Maliaco.

Sul lato meridionale del passo correvano alte scogliere che dominavano lo stretto percorso, mentre a settentrione c’era solo acqua. A punteggiare l’antica via c’erano tre costruzioni, dette “porte”, pylai, e piccole mura difensive costruite un centinaio d’anni prima dai focesi per contrastare possibili invasioni dei tessali.

Il nome Termopili (o più correttamente Termopile) si può tradurre con “Porte calde”, per via di alcune fonti termali lì nei pressi. Oggi, il paesaggio è molto diverso da quello dei tempi della battaglia: non è più vicino al mare, ma dista qualche chilometro dalla costa, per la progressiva sedimentazione nel golfo Maliaco; il cammino obbligato che i persiani dovevano percorrere si trova tra le colline e una pianura dove si snoda, a poca distanza, una moderna strada.

Gli antefatti

La rivalità fra greci e persiani era nata una decina di anni prima, quando le città di origine greca della Ionia, una regione della penisola anatolica, pensarono bene di ribellarsi all’autorità del re persiano Dario I. La “rivolta ionica”, scoppiata nel 499 a.C. per molteplici motivi (e non per un mero ideale d’indipendenza), tra i quali non era secondaria la perdita d’importanza nelle rotte commerciali, si conclude nel 493 a.C. con la sconfitta delle città insorte e la conseguente e definitiva sottomissione al Gran Re. Dario ha di che essere soddisfatto, ma non dimentica l’aiuto fornito agli ioni dalle città greche di Eretria e Atene.

Quei greci, così disuniti, eppure così forti, all’occorrenza vengono visti dall’imperatore persiano come una minaccia al suo potere, faticosamente conquistato dopo la morte del predecessore Cambise II (con il quale non aveva legami di sangue che potessero dargli diritti al trono, ma questa è un’altra lunga storia).

Dario il Grande decide, quindi, di farla pagare ad Atene ed Eretria, prendendo due piccioni con una fava. Non vuole solo punire l’insolenza delle due città che avevano dato sostegno agli ioni, ma si mette in testa di conquistare l’intera Grecia

In parte, ci riesce senza colpo ferire: dopo aver sottomesso, con una spedizione militare, Tracia e Macedonia, manda i suoi ambasciatori in tutte le poleis, chiedendo in dono “terra e acqua”, una formula gentile per imporre il suo dominio. La prova di forza a cui avevano appena assistito induce tutte le città-stato ad accettare quella richiesta… Tutte meno due, Atene e Sparta.

Ad Atene, gli ambasciatori persiani vengono portati in giudizio e poi condannati a morte, mentre gli spartani, che non vanno tanto per il sottile, nemmeno si sognano di istruire un processo e subito li uccidono. È il 491 a.C. ed è tempo di guerra, non di diplomazia

Il potente esercito persiano, però, subisce una clamorosa sconfitta a Maratona e gli ateniesi, molto inferiori di numero, riescono a far ritirare il nemico con la coda fra le gambe. Dario il Grande non può accettare lo smacco, medita una nuova campagna militare e organizza un esercito ancora più numeroso. Ci si mettono, però, di mezzo gli egizi, che si ribellano al suo dominio e lo costringono a rimandare la spedizione. Poi, destino vuole che la morte lo colga proprio quando sta per partire per la terra dei faraoni e delle piramidi. Ci pensa suo figlio Serse I a sopprimere la rivolta egizia prima, e a riprendere l’invasione della Grecia poi. Il nuovo Gran Re ordina a tutti i Satrapi del suo grande impero di chiamare a raccolta un grande esercito

L’avanzata di Serse

Il numero di soldati che componeva l’esercito di Serse è argomento controverso e, spesso, si allontana della realtà per entrare nella leggenda: Erodoto sostiene che i persiani avessero schierato 2,6 milioni di soldati delle più disparate etnie, accompagnati da un numero equivalente di personale di supporto; il quasi contemporaneo poeta Simonide parla, invece, di 4 milioni, mentre Ctesia di Cnido ridimensiona il numero totale dei soldati a circa 800.000 unità. Cifre irrealistiche – secondo gli storici moderni – riportate dagli antichi per esagerare la portata della vittoria greca o frutto di qualche errore di calcolo. Oggi, si ritiene che l’esercito persiano fosse composto da non meno di 170.000 soldati e non più di 300.000, prendendo in considerazione vari parametri come le capacità logistiche, le possibilità di approvvigionamento e via dicendo.

Di fronte all’imminente e gravissima minaccia, le diverse città greche, anche quelle in guerra fra loro, formano un’alleanza. La lega delle poleis greche, che si riunisce per la prima volta a Corinto nel 481 a.C., ha il grande compito di salvaguardare la libertà di tutti i greci, uno scopo comune che supera le divisione storiche. Atene e Sparta guidano la coalizione e studiano la strategia da affrontare. Appurato che l’esercito persiano, per spingersi a sud, avrebbe dovuto attraversare il passo delle Termopili o aggirarlo via mare, il generale ateniese Temistocle propone di bloccare i nemici proprio nella strettoia per chi arriva via terra, mentre la flotta sarebbe stata fermata a Capo Artemisio.

Le Termopili sono il punto strategicamente perfetto per contrastare l’avanzata dell’immenso esercito persiano, che in quella strettoia non può avvalersi della sua cavalleria, mentre le armi pesanti degli opliti greci possono avere la meglio sul più leggero equipaggiamento dei fanti nemici. Leonida prende il comando della spedizione, potendo contare, secondo calcoli moderni, all’incirca su 7000 uomini.

Tra loro ci sono 1000 Spartani e 900 iloti

Leonida deve, però, risolvere un problema: esiste un sentiero di montagna che avrebbe consentito di aggirare il passo. I 1.000 focesi che partecipano alla spedizione vengono messi quindi a difesa di quella via alternativa. Quando finalmente si accampa, prima di iniziare l’inevitabile scontro, Serse tenta la via diplomatica: invia un messaggero che offre ai generali presenti libertà e terre fertili, se avessero immediatamente deposto le armi.

La risposta di Leonida è lapidaria, o, per meglio dire, laconica:

Μολὼν λαβέ – Vieni a prenderle

La battaglia delle Termopili

È il caldo mese di agosto del 480 a.C. e, dopo aver atteso qualche giorno, sperando nella ritirata dei greci, Serse si decide a dare battaglia: manda avanti 10.000 uomini, che devono vedersela con la compatta formazione ellenica (protetta da una barriera di scudi quasi impenetrabile), attestata nel punto più stretto del passo, là dove c’è il muro costruito dai focesi. Il Gran Re, seduto sul trono, assiste allibito alla disfatta dei suoi soldati. Decide, allora, di far intervenire gli Immortali, la guardia scelta degli imperatori persiani, l’élite dei guerrieri, che però falliscono.

Il giorno successivo, presumendo che i greci siano indeboliti dalla fatica e dalle perdite subite, il Gran Re lancia un nuovo assalto, che si conclude con una ritirata. Serse è “totalmente perplesso” (Ctesia, Persica) e, forse, medita una nuova strategia, quando l’imponderabile, nelle vesti di un pastore locale, tale Efialte, consente una svolta.

Il tradimento di Efialte

L’uomo, contando su una ricca ricompensa, rivela al Gran Re l’esistenza di quel sentiero fra i monti e si propone come guida per le truppe nella manovra d’aggiramento. La colonna di persiani che segue Efialte si limita a disperdere i focesi posti a guardia del sentiero, e arriva alle spalle dei greci rimasti al passo. Molti contingenti ellenici decidono di ritirarsi, ma Leonida, con i suoi 300 spartani, non si arrende, e propende per continuare a difendere le Termopili. Con lui rimangono 400 tebani e 700 tespiesi, oltre ai sacrificabili iloti che seguivano gli spartiati.

Il terzo giorno è quello che conclude la battaglia. Spartani, tebani e tespiesi lottano fino all’ultimo uomo contro i persiani: si spezzano le lance, le spade, e loro vanno avanti, resistendo “con le mani e con i denti” (come racconta Erodoto, nelle Storie). Leonida è uno dei primi a cadere, e non assiste all’annientamento dei suoi fedeli soldati.

Quando il campo di battaglia non è altro che un grande cimitero (20.000 morti persiani e 4000 greci in totale, secondo Erodoto), Serse ordina che al corpo di Leonida venga tagliata la testa, per essere infilzata in un palo. Contravvenendo alle usanze persiane, il Gran Re non rende onore (come solitamente si faceva) al valoroso guerriero nemico, forse perché troppo arrabbiato per gli smacchi subiti nei primi due giorni di battaglia e per la consapevolezza di aver trionfato solo grazie a un tradimento.

D’altronde, Serse era noto per i suoi attacchi d’ira, rivolti contro chiunque osasse contrastare il suo volere. Una volta se la prese anche con il mare: leggenda vuole che abbia fatto frustare le acque dell’Ellesponto, colpevoli di aver distrutto, durante una tempesta, le funi che collegavano il suo ponte di navi, approntato per attraversare lo stretto, proprio all’inizio dell’invasione. Andò peggio agli ingegneri che avevano ideato il progetto, finiti tutti con la testa tagliata.

Lì, dove tanti guerrieri si erano sacrificati (ben consapevoli della loro sorte) in nome di un ideale comune, un leone di pietra venne posto a ricordo del coraggio di Leonida. Il resto è storia: Serse viene sconfitto a Salamina ed è costretto a ritirarsi, mentre la successiva battaglia di Platea del 479 a.C., persa dal suo generale Mardonio, mette la parola fine all’invasione persiana della Grecia. Il grande imperatore si è scontrato con qualcosa di più forte del suo potente esercito:

Un popolo che lotta per difendere la propria terra

Le guerre persiane videro tante battaglie, sconfitte e vittorie, ma le Termopili rappresentano, nonostante la disfatta ellenica, il momento più significativo, quello che i greci, antichi e moderni, non potranno mai dimenticare. Come ricordano alcuni versi dell’epitaffio del poeta Simonide, vissuto in quegli anni:

“Dei morti alle Termopili

gloriosa la sorte, bella la fine,

un altare la tomba, di singulti il ricordo, compassione la lode.

Un tal sudario né la ruggine

né il tempo divora tutto oscurerà.

Questo sacello d’eroi valorosi come abitatrice la gloria

d’Ellade si prese. Ne fa fede anche Leonida,

re di Sparta, avendo lasciato di virtù grande

ornamento ed eterna gloria.”


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