La vera Storia della battaglia delle Termopili oltre il mito dei 300 Spartani

480 a.C: la libertà della Grecia, frammentata in tante Città-Stato spesso in guerra fra loro, è minacciata dal più temibile dei nemici, l’imperatore persiano Serse I, il Gran Re, che vuole riscattare la sconfitta subita a Maratona dieci anni prima dal padre Dario per mano degli ateniesi, durante il primo tentativo di conquista della Grecia. Le poleis greche si alleano per fronteggiare l’invasione: l’ateniese Temistocle propone di fermare i Persiani al passo delle Termopili, mentre una flotta comandata da lui stesso avrebbe contrastato le navi nemiche nello Stretto di Capo Artemisio.

Fotografia di copertina di Andy Montgomery condivisa con licenza Creative Commons 2.0 via Flickr.

A raccontare le guerre persiane è, tra gli altri, lo storico greco Erodoto, vissuto nel V secolo a.C., ma anche autori successivi come Eforo di Cuma e Diodoro Siculo, e il tragediografo Eschilo, che ne “I Persiani”, la più antica opera teatrale che ci sia pervenuta per intero, narra poeticamente della disfatta dei Persiani nella decisiva battaglia di Salamina.

Bassorilievo ritraente Erodoto. Fotografia di Jastrow condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia


Il teatro dello storico scontro, ancora oggi portato ad esempio dell’eroismo dei guerrieri spartani, è lo stretto passaggio delle Termopili, che al tempo della battaglia altro non era che una stretta strada, dove poteva passare solo un carro alla volta, tra il Monte Eta e le acque paludose prossime al Golfo Maliaco.

Sul lato meridionale del passo correvano alte scogliere che dominavano lo stretto percorso, mentre a settentrione c’era solo acqua. A punteggiare l’antica via c’erano solo tre costruzioni, dette “porte”, pylai, e piccole mura difensive costruite un centinaio d’anni prima dai Focesi per contrastare possibili invasioni dei Tessali.

Il nome Termopili (o più correttamente Termopile) si può tradurre con “Porte calde”, per via di alcune fonti termali lì nei pressi. Oggi il paesaggio è molto diverso da quello dei tempi della battaglia: lo storico passaggio non è più vicino al mare, ma distante qualche chilometro dalla costa, per la progressiva sedimentazione nel golfo Maliaco; il cammino obbligato che i Persiani dovevano percorrere si trova tra le colline e una pianura dove si snoda, a poca distanza, una moderna strada.

Il Passo delle Termopili nel 2011. Fotografia di Fkerasar condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia

La rivalità fra Greci e Persiani era nata una decina di anni prima, quando le città di origine greca della Ionia, una regione della penisola anatolica, pensarono bene di ribellarsi all’autorità del re persiano Dario I. La “rivolta ionica”, scoppiata nel 499 a.C. per molteplici motivi (e non per un mero ideale d’indipendenza), tra i quali non era secondaria la perdita d’importanza nelle rotte commerciali, si conclude nel 493 a.C. con la sconfitta delle città ribelli e la conseguente e definitiva sottomissione al Gran Re. Dario ha di che essere soddisfatto, ma non dimentica l’aiuto fornito agli Ioni dalle città greche di Eretria e Atene.

Quei greci così disuniti eppure così forti all’occorrenza vengono visti dall’imperatore persiano come una minaccia al suo potere, faticosamente conquistato dopo la morte del predecessore Cambise II (con il quale non aveva legami di sangue che potessero dargli diritti al trono, ma questa è un’altra lunga storia).

Dario il Grande decide quindi di farla pagare ad Atene ed Eretria, prendendo due piccioni con una fava: non vuole solo punire l’insolenza delle due città che avevano dato sostegno agli Ioni, ma si mette in testa di conquistare l’intera Grecia. E in parte ci riesce senza colpo ferire: dopo aver sottomesso, con una spedizione militare, Tracia e Macedonia manda i suoi ambasciatori in tutte le poleis, chiedendo in dono “terra e acqua”, una formula gentile per imporre il suo dominio. La prova di forza a cui avevano appena assistito induce tutte le città-stato ad accettare quella richiesta. Tutte meno due, Atene e Sparta. Ad Atene gli ambasciatori persiani vengono portati in giudizio e poi condannati a morte, mentre gli Spartani, che non vanno tanto per il sottile, nemmeno si sognano di istruire un processo: li uccidono subito.

E’ il 491 a.C. ed è tempo di guerra, non di diplomazia.

Il potente esercito persiano però subisce una clamorosa sconfitta a Maratona: gli ateniesi, molto inferiori di numero, riescono a far ritirare il nemico con la coda fra le gambe.

Dario il Grande non può accettare quello smacco, medita una nuova campagna militare e organizza un esercito ancora più numeroso. Ci si mettono però di mezzo gli Egizi, che si ribellano al suo dominio e lo costringono a rimandare la spedizione. Poi destino vuole che la morte lo colga proprio quando sta per partire per l’Egitto. Ci pensa suo figlio Serse I a  sopprimere la rivolta egizia prima e a riprendere l’invasione della Grecia poi.

Il nuovo Gran Re ordina a tutti i Satrapi del suo grande impero di chiamare a raccolta un grande esercito.

Promptuarii Iconum Insigniorum ritraente Serse. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

 

Il numero di soldati che componeva l’esercito di Serse è argomento controverso, che spesso si allontana della realtà per entrare nella leggenda: Erodoto sostiene che i Persiani avessero schierato 2,6 milioni di soldati delle più disparate etnie, accompagnati da un numero equivalente di personale di supporto; il quasi contemporaneo poeta Simonide parla invece di quattro milioni, mentre Ctesia di Cnido ridimensiona il numero totale dei soldati a circa 800.000 unità. Cifre irrealistiche, secondo gli storici moderni, riportate dagli antichi per esagerare la portata della vittoria greca o frutto di qualche errore di calcolo. Oggi si ritiene che l’esercito persiano fosse composto da non meno di 170.000 soldati e non più di 300.000, prendendo in considerazione vari parametri come le capacità logistiche, le possibilità di approvvigionamento e altri ancora.

Di fronte all’imminente e gravissima minaccia le diverse città greche, anche quelle in guerra fra loro, formano un’alleanza. La lega delle poleis greche, che si riunisce per la prima volta a Corinto nel 481 a.C., ha il grande compito di salvaguardare la libertà di tutti i greci, uno scopo comune che supera storiche divisioni. Atene e Sparta guidano la coalizione e studiano la strategia da affrontare. Appurato che l’esercito persiano, per spingersi a sud, avrebbe dovuto attraversare il passo delle Termopili o aggirarlo via mare, il generale ateniese Temistocle propone di bloccare i nemici proprio nella strettoia delle Termopili, per chi arriva via terra, mentre la flotta sarebbe stata fermata nello stretto di Capo Artemisio.

Mappa della leda delle Poleis Greche. Immagine di Fulvio314 condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia

Le Termopili sono il punto strategicamente perfetto per contrastare l’avanzata dell’immenso esercito persiano, che in quella strettoia non può avvalersi della sua cavalleria, mentre le armi pesanti degli opliti greci possono avere la meglio sul più leggero equipaggiamento dei fanti nemici. Leonida, uno dei due re spartani, prende il comando della spedizione. Può contare, secondo calcoli moderni, all’incirca su 7000 uomini. Tra loro ci sono 1000 Spartani e 900 iloti.

Leonida deve però risolvere un problema: esiste un sentiero di montagna che avrebbe consentito di aggirare il passo. I 1.000 Focesi che partecipano alla spedizione vengono messi quindi a difesa di quella via alternativa. Quando finalmente Serse si accampa, prima di iniziare l’inevitabile scontro, tenta la via diplomatica: invia un messaggero che offre ai generali presenti libertà e terre fertili se avessero immediatamente deposto le armi.

La risposta di Leonida è lapidaria, o, per meglio dire, laconica:

Μολὼν λαβέ – Vieni a prenderle

E’ il caldo mese di agosto del 480 a.C.

Sotto, la statua di Leonida nell’odierna Sparta con la scritta “Molon Labe” nel piedistallo. Fotografia di Andy Hay condivisa con licenza Creative Commons 2.0 via Flickr:

Dopo aver atteso qualche giorno, sperando nella ritirata dei Greci, Serse si decide a dare battaglia: manda avanti 10.000 uomini, che devono vedersela con la compatta formazione ellenica (protetta da una barriera di scudi quasi impenetrabile), attestata nel punto più stretto del passo, là dove c’è il muro costruito dai Focesi. Il Gran Re, seduto sul suo trono, assiste allibito alla disfatta dei suoi soldati. Decide allora di far intervenire gli Immortali, la guardia scelta degli imperatori persiani, l’élite dei guerrieri, che però falliscono.

Guerrieri armati persiani su bassorilievo del palazzo di Dario I. Fotografia di Pergamon Museum condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia

Il giorno successivo, presumendo che i Greci siano indeboliti dalla fatica e dalle perdite subite, il Gran Re lancia un nuovo assalto, che si conclude con una ritirata. Serse è “totalmente perplesso” (Ctesia, Persica) e forse medita una nuova strategia, quando l’imponderabile, nelle vesti di un pastore locale, tale Efialte, consente una svolta.

Ricostruzione falanga oplitica. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia


L’uomo, contando su una ricca ricompensa, rivela al Gran Re l’esistenza di quel sentiero fra i monti e si propone come guida per le sue truppe nella manovra d’aggiramento.

L’imponderabile, il Fato, sotto forma di un tradimento, decide le sorti della battaglia.

La colonna di Persiani che segue Efialte si limita a disperdere i Focesi posti a guardia del sentiero, e arriva alle spalle dei Greci rimasti al passo. Molti contingenti ellenici decidono di ritirarsi, ma Leonida, con i suoi 300 Spartiati, non si arrende, e decide di continuare a difendere le termopili. Con lui rimangono 400 Tebani e 700 Tespiesi, oltre ai sacrificabili Iloti che seguivano gli Spartiati.

Il terzo giorno è quello che conclude la battaglia delle Termopili. Spartani, Tebani e Tespiesi lottano fino all’ultimo uomo contro i Persiani: si spezzano le lance, le spade, e loro vanno avanti, resistendo “con le mani e con i denti” (come racconta Erodoto, nelle Storie). Leonida è uno dei primi cadere, e così non assiste all’annientamento dei suoi fedeli soldati.

Leonida alle Termopili di Jacques-Louis David (1814). Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Quando il campo di battaglia non è più che un grande cimitero (20.000 morti persiani e 4000 greci in totale, secondo Erodoto), Serse ordina che al corpo di Leonida sia tagliata la testa, per essere infilzata in un palo. Contravvenendo alle usanze persiane, il Gran Re non rende onore (come solitamente si faceva) al valoroso guerriero nemico, forse perché troppo arrabbiato per gli smacchi subiti nei primi due giorni di battaglia, e consapevole di una vittoria ottenuta solo grazie a un tradimento. D’altronde Serse era noto per i suoi attacchi d’ira, rivolti contro chiunque osasse contrastare il suo volere. Una volta se la prese anche con il mare: leggenda vuole che abbia fatto frustare le acque dell’Ellesponto, colpevoli di aver distrutto, durante una tempesta, le funi che collegavano il suo ponte di navi, approntato per attraversare lo stretto, proprio all’inizio dell’invasione. Andò peggio agli ingegneri che avevano ideato il progetto, finiti tutti con la testa tagliata.

Lì, dove tanti guerrieri si erano sacrificati (ben consapevoli della loro sorte) in nome di un ideale comune, un leone di pietra venne posto a ricordo del coraggio di Leonida.

Il resto è storia: Serse viene sconfitto a Salamina ed è costretto a ritirarsi, mentre la successiva battaglia di Platea del 479 a.C., persa dal suo generale Mardonio, mette la parola fine all’invasione persiana della Grecia.

Il grande imperatore si è scontrato con qualcosa di più forte del suo potente esercito: un popolo che lotta per difendere la propria terra.

Le Guerre Persiane videro tante battaglie, tante sconfitte e vittorie, ma le Termopili rappresentano, nonostante la disfatta ellenica, il momento più significativo, quello che i Greci, antichi e moderni, non potranno mai dimenticare. Come ricordano alcuni versi dell’epitaffio del poeta Simonide, vissuto in quegli anni:

“Dei morti alle Termopili

gloriosa la sorte, bella la fine,

un altare la tomba, di singulti il ricordo, compassione la lode.

Un tal sudario né la ruggine

né il tempo divora tutto oscurerà.

Questo sacello d’eroi valorosi come abitatrice la gloria

d’Ellade si prese. Ne fa fede anche Leonida,

re di Sparta, avendo lasciato di virtù grande

ornamento ed eterna gloria.”

Lapide con epitaffio di Simonide. Immagine di Rafal Slubowski condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia

Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.