Venezia. Piazza San Marco, il cuore pulsante della Serenissima. Di fronte alla Basilica e a Palazzo Ducale si erge il Campanile di San Marco, “el paròn de casa” — come lo chiamano i veneziani. È la torre che domina la città e la sua storia, lunga più di mille anni, è un intreccio di potere, fede, orgoglio, ma anche tragedia. Il Campanile di San Marco, con i suoi 99 metri, fu la torre più alta d’Italia per lunghissimo tempo, e rappresentava la forza militare e religiosa della Serenissima.

Non molti sanno però che il 14 luglio del 1902 il campanile crollò come un castello di carte, disintegrandosi in migliaia di frammenti sulla piazza e di fronte alla basilica di San Marco.

«La fenditura sul fianco del colosso si apre spaventosamente: lo specchio che fronteggia la Basilica si piega squarciandosi, e mentre la folla lancia un urlo prolungato e si diffonde un cupo rumore di rovine e di schianti, l’enorme pinnacolo della cella campanaria dondola con due o tre lenti movimenti da destra a sinistra e da sinistra a destra, torcendo gli archi che lo reggono e spezzandoli: il colosso si accascia su se stesso e cede, cede insaccandosi. La terra traballa, si eleva una gigantesca nube di polvere e in essa si inabissa l’angelo d’oro…»

Ma se andate oggi in Piazza San Marco di quel crollo non è rimasta praticamente traccia, anche se vedremo come riconoscere qualche indizio. Questa è la storia del Campanile di San Marco, il Paron de Casa di una delle Piazze più famose d’Italia.

Le fondamenta del campanile di Piazza San Marco risalgono al IX secolo, ai tempi del doge Pietro Tribuno, e forse sorgono sui resti di costruzioni romane. In principio, non era un campanile, ma una torre militare. Serviva come faro e come torre difensiva: da lassù si scrutava l’orizzonte in cerca delle navi di pirati. Venezia era ancora giovane, ma si comportava già come potenza marittima.

Ho parlato di pirati, e per capire la ragione della costruzione del campanile bisogna calarsi nel contesto storico e urbanistico dell’epoca. Piazza San Marco allora non era come appare oggi. La riva della laguna era molto più vicina all’attuale basilica, e una serie di costruzioni difensive dovevano proteggere quello che all’epoca era un vero e proprio porto. Lì potevano giungere navi amiche, quindi i mercantili con cui Venezia stava iniziando a dominare i commerci dell’Adriatico, oppure navi nemiche, come i pirati slavi o i corsari barbareschi.

Durante il dogado di Pietro Tribuno, fra l’887 e il 911, si decise quindi di costruire una torre di avvistamento che fosse anche un faro e un fortilizio in grado di difendere la città dagli assalti nemici.

Durante questo periodo fu anche posata un’enorme catena in ferro fra le due sponde dell’ingresso al Canal Grande, in grado di fermare le navi che tentavano di entrare in città. Immaginate una catena gigantesca, pesante decine di tonnellate, che impedisce l’ingresso alle navi perché queste non riescono a scavalcarla. La paura dei veneziani per il saccheggio era tale da inventarsi una soluzione drastica ma tremendamente efficace.

Dopo le prime costruzioni sotto Pietro il Tribuno si proseguì con la realizzazione di fondamenta sempre più imponenti sotto i dogi che lo seguirono, come Orso II Partecipazio e Pietro II Candiano. Le fondamenta del campanile, come tutta la foresta di tronchi che sorregge la città di Venezia, furono realizzate piantando degli Olmi lunghi un metro e mezzo nell’argilla, poi coperti da tavole in quercia e mattoni, questi riutilizzati anche da costruzioni preesistenti di epoca romana.

La torre vera e propria, quella che diventerà il campanile, fu alzata durante la metà del ‘900, e alla fine del secolo, a ridosso dell’anno 1000, aveva raggiunto un’altezza considerevole, sufficiente ad avvistare i nemici e a funzionare come faro del porto.

Poi, sotto Domenico Selvo, fra il 1071 e il 1084, la torre raggiunse di 40 metri di altezza, e Domenico Morosini, fra il 1147 e il 1156, la fece alzare fino a quasi 100 metri. Quella torre difensiva, militare e importantissima per il destino di Venezia, divenne un campanile religioso fra il 1156 e il 1172, 200 anni dopo la sua prima costruzione.

Nel 1173, sotto il doge Sebastiano Ziani, si avviarono grandi lavori di ampliamento: fu allora che la torre divenne anche simbolo civico. Lo storico Marin Sanudo scrisse nei suoi “Diari”: “La torre di San Marco è la colonna della nostra città, il segno che i santi e il mare ci proteggono.”

Marcantonio Sabellico, storico italiano del XV secolo, scrive nella sua guida a Venezia “De Venetae urbis situ (1494 circa)”, che i marinai guardavano al campanile come a una stella: «La sua cima è così alta che lo splendore dell’oro con cui è rivestita si manifesta ai navigatori a 200 stadia come una stella che li saluta».

Con il passare dei secoli, l’edificio divenne faro, punto di riferimento per i naviganti e, infine, vero e proprio campanile della futura Basilica di San Marco. Ma il legame con il mare non venne mai meno: i riflessi dorati della sua cuspide servivano da guida alle imbarcazioni che rientravano in laguna.

Tra XI e XIV secolo, il campanile venne più volte rimaneggiato e ricostruito. I materiali pativano l’umidità lagunare, e i fulmini non risparmiavano la guglia. Nel 1388 uno di essi la distrusse, incendiando il rivestimento ligneo.

La guglia finì completamente distrutta nel 1403, quando venne acceso un falò per festeggiare la vittoria della battaglia di Modone contro gli acerrimi nemici genovesi, poi venne ricostruita e di nuovo distrutta da un fulmine nel 1489, quando crollò nella piazza sottostante. In quell’occasione caddero le campane e nella torre si aprì una profonda crepa, e i veneziani pensarono quindi di ricostruirla da capo, prima che crollasse del tutto. Ma le finanze del Dogato per scarseggiavano, e alla fine si fecero solo interventi di ristrutturazione, riappendendo le campane e lasciando la situazione simile a prima.

Nel 1511 un nuovo sisma compromise la stabilità del campanile, e la città affidò i lavori di restauro all’architetto Pietro Bon, che completò la torre dandole l’aspetto rinascimentale che conosciamo ancor oggi.

Marin Sanudo, cronista veneziano, racconta l’evento dell’installazione dell’Arcangelo Gabriele sulla cima della Guglia: «In questo giorno, un angelo di rame dorato fu issato sopra piazza San Marco quattro ore prima del tramonto al suono di trombe e pifferi, e vino e latte furono spruzzati in aria come segno di allegria».

Da allora, in cima svetta la statua dorata dell’Arcangelo Gabriele, che si orienta al vento come una banderuola. È un simbolo non solo religioso, ma anche politico: l’annuncio dell’angelo rappresentava la Serenissima come messaggera di pace e potere.

Nel Cinquecento il campanile era il punto più alto di Venezia, quasi 99 metri, visibile da decine di chilometri. Era l’“antenna” spirituale e politica della Repubblica. Il doge Leonardo Loredan, guardandolo dalla loggia del Palazzo Ducale, pare abbia detto: “Finché il campanile starà, Venezia non cadrà mai.”

Il campanile era diventato uno dei simboli di Venezia, ma la sua funzione non era solo decorativa. Ogni campana aveva un compito preciso, e la loro voce regolava la vita della Serenissima. La Marangona: la più grande, chiamava i lavoratori all’alba con 16 serie da 18 rintocchi; il nome viene da “marangon”, cioè falegname, i lavoratori che erano impiegati all’Arsenale e armavano la flotta Veneziana. La Nona: suonava alle 12 e segnalava la pausa pomeridiana, mentre la Trottiera, o dietro Nona, suonava mezz’ora dopo e significava la ripresa delle attività. La Marangona, a fine giornata, suonava 15 serie da 16 rintocchi per far terminare la giornata lavorativa, e poi a mezzanotte suonava ancora, 16 serie da 18 rintocchi, per annunciare la mezzanotte. La Maleficio, anche chiamata Renghiera o Preghiera, era la più temuta e annunciava le esecuzioni capitali.

Le campane furono colpite più volte dai fulmini, più volte furono rifuse e riposizionate, e rappresentavano anche un simbolo politico, come la “Campanon de Candia”, la campana di Creta, che veniva dall’isola greca persa in favore dell’Impero Ottomano. Ogni veneziano conosceva il linguaggio delle campane. Lo scrittore settecentesco Carlo Gozzi ricordava che: “Non v’era cittadino che, udendo la Marangona, non sentisse in cuore il palpito della città viva.”

Tutta la vita della città, in un mondo in cui non esistevano gli orologi da polso o gli Smartphone, era regolata dal suono delle campane, che proveniva dal centro cittadino, il Campanile di Piazza San Marco.

Le campane suonavano a festa tutte insieme in occasioni speciali, come per l’elezione di un papa o di un doge, mentre annunciavano i lutti con un ferale rintocco più lento. Il responsabile delle campane era il custode, che alloggiava dentro al campanile, veniva stipendiato e spesso passava la carica al figlio. Immaginate se avesse ritardato di mezz’ora il rintocco della Marangona per l’inizio del lavoro in Arsenale: mezz’ora di lavoro perso per migliaia di persone, per i cantieri e in definitiva per Venezia, un danno enorme.

Nel 1609 Galileo Galilei salì sulla loggia del campanile per mostrare ai patrizi veneziani la sua invenzione: il cannocchiale. Da lassù scrisse una delle prime pagine della storia moderna dell’astronomia. In una lettera del 1610, il segretario del Senato annotò: “Galileo mostrò al Doge e al Senato le stelle nuove, e si scorse il moto de’ pianeti sopra la torre di San Marco.”

Dopo ogni terremoto, tempesta o evento che ne minava la solidità il campanile veniva riparato e ricostruito, includendo dal XVI secolo la Loggia del Sansovino a pianterreno. Fino al 1873 sotto all’edificio si trovavano alcune baracche che vendevano prodotti, poi anche quell’uso venne dismesso.

Ma c’è una data per il Campanile di Venezia, che costituisce un prima e un dopo rispetto alla sua storia, ed è quella del 14 luglio 1902, alle 9:47 del mattino. Da giorni si vedevano a occhio nudo nuove crepe alla base, e molti avevano previsto un disastro. Da qualche giorno veniva suonata soltanto la Marangona, la campana che segnava l’inizio e la fine della giornata lavorativa, in modo che le vibrazioni del campanile fossero limitate. Il concerto del 13 luglio sotto al campanile venne annullato, e la torre si riempiva di ora in ora di nuove fessure.

Quel lunedì mattina di luglio del 1902 un boato enorme scosse Piazza San Marco, e in pochi secondi “el paròn de casa” si trasformò in una nuvola di polvere e un cumulo di macerie. Il campanile crollò su se stesso come un Castelo di carte.

Il cronista Giuseppe Ongaro, testimone oculare, scrisse: “Non un urlo, non un grido. Solo il rumore della pietra che cade, come un gigante che si inginocchia.”

Un giornalista dell’epoca disse: 2 «La fenditura sul fianco del colosso si apre spaventosamente: lo specchio che fronteggia la Basilica si piega squarciandosi, e mentre la folla lancia un urlo prolungato e si diffonde un cupo rumore di rovine e di schianti, l’enorme pinnacolo della cella campanaria dondola con due o tre lenti movimenti da destra a sinistra e da sinistra a destra, torcendo gli archi che lo reggono e spezzandoli: il colosso si accascia su se stesso e cede, cede insaccandosi. La terra traballa, si eleva una gigantesca nube di polvere e in essa si inabissa l’angelo d’oro…»

La Basilica non fu quasi danneggiata grazie alla Pietra del Bando, che protesse la struttura, mentre la Loggetta del Sansovino alla base del campanile finì praticamente distrutta. Pochi minuti prima del crollo, circa alle 09:30, una squadra di tecnici aveva posizionato una scala per controllare lo stato delle fessure, ma i rumori erano talmente evidenti che erano scappati tutti, facendo sgombrare l’area circostante. Morì soltanto il povero gatto del custode, rimasto sepolto sotto le macerie.

La sera stessa, il Consiglio Comunale decise all’unanimità: “Il Campanile si rifarà com’era e dov’era.” Quelle parole divennero un motto nazionale, simbolo della rinascita e della tenacia italiana.

La direzione dei lavori fu affidata agli architetti Luca Beltrami e Gaetano Moretti. Per la prima volta si adottarono tecniche moderne: fondamenta più ampie, struttura interna in cemento armato, e rivestimento fedele all’originale. Tutto fu realizzato con una cura quasi filologica. Furono impiegati oltre 3 milioni di mattoni e più di 3.000 metri cubi di pietra d’Istria. La ricostruzione costò circa un milione di lire. 500.000 lire le mise il comune di Venezia, 200.000 lire la provincia, 100.000 lire il Re Vittorio Emanuele III e la Regina Madre, e altre 200.000 lire tantissimi altri privati cittadini e raccolte di donazioni pubbliche.

Ma non tutti erano d’accordo nella ricostruzione. Il Daily Express inglese e il politico francese Maurice Barrès, ad esempio, dissero che la piazza era più bella senza campanile, e che un nuovo manufatto non avrebbe avuto il valore storico del precedente. Ma Venezia non poteva stare senza il suo Paron de Casa, e così si iniziò subito a ricostruire.

Per 3 anni si lavorò a una nuova fondazione, piantando nella leggendaria laguna veneta 3.076 pali di larice nuovi, allargando in tutte le direzioni le fondamenta che dovevano sostenere il peso del gigante. Da circa 220 metri quadri di fondazione si passò a 410 metri quadrati, dimezzando il peso che deve sopportare ogni singolo centimetro quadrato di terreno.

Sopra i pali vennero posizionati tre strati di legno di quercia, e sopra ancora 8 strati di pietra d’Istria, che costituisce la base di appoggio su cui si iniziò a costruire il campanile in mattoni. Alla fine ne furono posati 1 milione e 203 mila. La torre in mattoni venne completata il 3 ottobre 1908, quando raggiunse l’altezza di 48 metri. Poi si passò alla realizzazione della cella campanaria e dell’attico. Quattro campane furono rifuse dai frammenti di quelle precedenti, mentre la Marangona, la più grande, si era salvata. In tutto pesano più di 10 tonnellate, e furono issate il 22 giugno 1910. L’accortezza usata per il meccanismo dei rintocchi consentiva alle campane di non causare troppe vibrazioni alla torre, in modo da non danneggiare la struttura. Oggi il meccanismo è stato sostituito da elettro percussori esterni, che simulano il suono delle campane oscillanti tradizionali.

Il 25 aprile 1912, nel giorno della festa San Marco, 1.000 anni dopo la leggendaria posa della prima pietra del campanile originale, la torre venne inaugurata con una cerimonia solenne. Il poeta Gabriele D’Annunzio scrisse: “Il Campanile di San Marco non è rinato: non era mai morto. Era solo sceso nel cuore di Venezia per riposare, e di nuovo s’è levato per guardare il suo mare.”

Tutte le accortezze e la perizia usata per la ricostruzione non hanno messo al riparo il campanile dalla sua fragilità. Già nel 1914 erano visibili delle piccole crepe dovuto al cedimento delle fondazioni, che non sono perfettamente amalgamate con quelle originali. Il Magistrato delle Acque, a partire dal 2007, ha avviato una serie di lavori di consolidamento delle fondamenta, utilizzando cavi di titanio e sensori per monitorarne i movimenti, assicurando che “el paròn” possa reggere almeno altri mille anni. Oggi la torre è comunque pendente, inclinata di 7 centimetri rispetto alla verticale perfetta, ma per ora, e speriamo per moltissimo tempo a venire, non c’è il rischio di alcun disastro.

Oggi il Campanile di San Marco continua a dominare la piazza e la laguna. Dall’alto della sua loggia, la vista spazia fino al Lido e alle Alpi. Viene visitato all’esterno ogni anno da milioni di persone, ma per i veneziani resta soprattutto un luogo dell’anima.

La Torre di San Marco è uno dei luoghi del cuore di chi ama Venezia. È stato torre, faro, prigione per i venti, osservatorio di scienziati e palco per il carnevale. È crollato e poi è rinato, come un’araba fenice lagunare. Come scrisse lo storico Pompeo Molmenti nel 1912:“Il Campanile non è una torre: è il respiro di Venezia, che sale al cielo per non morire mai.”

E forse, guardandolo oggi, mentre l’Arcangelo Gabriele osserva l’orizzonte e la Laguna, si capisce perché Venezia, da più di 1600 anni, continua a vincere la sua sfida con il tempo e con l’acqua. Quando cade si rialza, più forte di prima.

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Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine.
Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...

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