Era il 29 maggio 1953 quando Edmund Hillary, un esploratore neozelandese, e Tenzing Norgay, un alpinista nepalese, raggiunsero la cima del monte Everest. La loro spedizione era il nono tentativo nella storia di scalare la montagna più alta del mondo, e il primo ad avere successo.

La notizia del successo della missione giunse quattro giorni dopo, e Hillary e Norgay, che avevano deciso di lasciare la loro firma sulla cima dell’Everest seppellendo nella neve un crocifisso e delle caramelle, avevano fatto ritorno sani e salvi a Kathmandu, da cui la spedizione era partita e dove erano stati accolti con tutti gli onori.

Sotto, il video racconto dell’articolo sul canale Youtube di Vanilla Magazine:

Il traguardo raggiunto da Hillary e Norgay è ufficialmente la prima scalata completa e conosciuta del monte Everest, ma erano stati numerosi i tentativi fatti in precedenza per raggiungere la vetta del mondo – alcuni dei quali non sono ad oggi conosciuti.

A distanza di settant’anni dall’impresa di Hillary e Norgay, molti altri esploratori e alpinisti coraggiosi e preparati si sono cimentati nel tentativo di eguagliare la loro missione, ma ben pochi sono coloro che sono riusciti a raggiungere la cima dell’Everest.

La maggior parte delle persone che hanno tentato di scalare la cima più alta della Terra hanno rinunciato senza portare a termine il viaggio; ma altrettanti non sono stati così fortunati.

Sia prima che dopo il 1953, centinaia di persone sono morte sull’Everest. Ciò che resta di questi tentativi finiti in tragedia è andato negli anni a costruire un vero e proprio sentiero: la Rainbow Valley, la Valle dell’Arcobaleno.

Sulla via dell’Everest

La cittadina di Lukla si trova nel nord-est del Nepal, nascosta fra le vette dell’Himalaya, e sebbene sia abitata da poche centinaia di abitanti, ogni anno è meta di numerosi scalatori e alpinisti: infatti, proprio a Lukla ha inizio il percorso che conduce alla cima dell’Everest.

Fotografia di Reinhard Kraasch condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

La partenza dal Campo Base conduce lungo un sentiero che sale su per gli 8.848 metri dell’Everest, fino alla cima del mondo. Sebbene il numero di persone che ha raggiunto la vetta sia notevolmente aumentato negli ultimi anni, esso rimane ancora complessivamente esiguo. Il Campo Base dell’Everest può essere raggiunto in elicottero, ma spesso è opportuno partire dalla cittadina di Lukla e sostare in altre località, per acclimatarsi.

Fotografia di Riccardo Severi condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Il clima dell’Everest è infatti estremamente rigido: la neve è pressoché perenne, e al di sopra dei 6.000 metri non cresce più nulla. Un vento gelido soffia incessante, e più si sale più l’ossigeno diminuisce.

La scalata verso la vetta non è semplice, perché gli alpinisti devono affrontare non solo le intemperie, ma anche gli ostacoli della natura: la distesa di neve chiamata Valle del Silenzio è talvolta interrotta da profonde depressioni, crepacci e burroni, che devono essere attraversati tramite l’ausilio di corde o ponti di legno, mentre salendo si incontrando distese di sassi e rocce e alti muri e colonne di ghiaccio.

Quattro campi, dove gli alpinisti possono riposarsi e ricevere eventuali cure mediche, sono distribuiti lungo il percorso. Dopo aver lasciato il quarto e ultimo campo, a 8.000 metri d’altezza inizia la cosiddetta Death Zone – la zona della morte.

Superati gli 8.000 metri, infatti, si è estremamente vicini alla vetta del mondo, ma altrettanto vicini alla possibilità di perdere la vita. Gli scalatori affrontano quest’ultimo tratto di viaggio in due giorni, poiché è molto pericoloso avventurarsi in quest’area di notte: l’ossigeno disponibile è ridotto al minimo, e la debolezza e lo spossamento generano un senso di malessere che, unito alla stanchezza, fa sì che i sensi non funzionino al massimo della loro capacità, e compiere un passo falso potrebbe portare alla morte.

Proprio qui sorge la Valle dell’Arcobaleno.

La Valle dell’Arcobaleno

La Valle dell’Arcobaleno si trova nella Death Zone dell’Everest, al di sopra degli 8.000 metri d’altezza. Essa prende il suo nome da macchie colorate che, sulla via verso la vetta, iniziano a spiccare sul paesaggio innevato, divenendo progressivamente più numerose e accorpandosi fino a formare un vero e proprio sentiero.

Il nome “Valle dell’Arcobaleno” e la sua apparenza colorata e allegra possono rimandare con il pensiero a qualcosa di gioioso, magari una scia di stalattiti e stalagmiti che assumono diverse sfumature di colore quando sono colpite dalla luce.

Ma la realtà è molto meno poetica, e di gran lunga più macabra. Se infatti ci si avvicina a quelle macchie di colore, si scoprirà che esse non sono stalagmiti o cristalli – bensì, cadaveri mummificati.

Sotto, uno degli escursionisti caduti durante la scalata, morto nel 1996. Fotografia di Maxwelljo40 condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

La prima morte ufficiale avvenuta sull’Everest risale al 1922, quando sette alpinisti vennero travolti da una valanga. Da allora, si stima che circa trecento persone abbiano perso la vita nel tentativo di raggiungere la cima dell’Everest, e che ben duecento corpi siano rimasti sulla montagna – sepolti dalla neve o, come i cadaveri nella Valle dell’Arcobaleno, rimasti esposti alle intemperie.

Le morti sull’Everest non sono più frequenti come un tempo, grazie alla tecnologia e a un percorso già tracciato dove gli alpinisti possono sostare in appositi campi, ma nonostante ciò le reazioni del corpo umano e le manifestazioni della natura non sempre si possono controllare, e ogni anno si conta almeno un decesso sulla montagna.

La morte sull’Everest può sopraggiungere all’improvviso, per un malore o un incidente, anche se si sono prese tutte le precauzioni necessarie e spesso senza che si possa fare nulla per evitarla. La mancanza di ossigeno può portare ad arresto cardiaco o a ictus, e al cosiddetto mal di montagna – una forma acuta di malessere dovuto a scarso ossigeno e permanenza su vette elevate, che nel giro di ventiquattr’ore può portare da un semplice mal di testa alla morte per edema cerebrale. Talvolta, il lungo percorso in salita e il ritorno al campo base possono portare a uno stato di forte sfinimento che indebolisce fino al decesso.

Inoltre, sull’Everest non bisogna sottovalutare la forza della natura.

La parete sud-ovest e al centro la cresta ovest che la separa dalla parete nord in ombra. Fotografia di Rdevany condivisa con licenza Creative Commons 3.0 via Wikipedia:

Il terreno è scivoloso e non sono stati pochi coloro che hanno perso la vita mettendo un piede in fallo o, camminando di notte (quando si sale), sono caduti nei crepacci della montagna. La temperatura può arrivare anche a diverse decine di gradi sotto lo zero, e il freddo e il vento gelido spesso hanno causato morti per ipotermia.

Infine, la caduta di colonne di ghiaccio può portare a traumi da schiacciamento, oppure generare valanghe.

Le valanghe sul monte Everest sono piuttosto frequenti, e sono la maggiore causa di decesso sulla montagna. Nel 2014, una valanga uccise ben sedici scalatori, mentre in quello che nel 1996 divenne noto come il disastro dell’Everest, otto persone persero la vita quando, nel tentativo di ritornare al campo base dopo aver raggiunto la cima, vennero travolti da una tempesta di neve.

Fra le vittime del disastro dell’Everest ci fu anche Scott Fischer, uno scalatore che era divenuto famoso nel mondo dell’alpinismo per aver raggiunto le vette più alte del mondo senza supplemento d’ossigeno. Fischer si sentì male durante la discesa, e morì sulla montagna, dove i suoi resti riposano ancora oggi.

Il corpo di Scott Fischer è solo uno dei molti cadaveri che sono rimasti sulle pendici dell’Everest, nella Death Zone. Quest’area della montagna prende il nome di “Valle dell’Arcobaleno” proprio a causa dei numerosi giubbotti colorati che le vittime indossavano al momento della morte, e che spuntano dalla neve dipingendo di mille sfumature il paesaggio roccioso e innevato.

La temperatura estremamente bassa dell’Everest non permette la decomposizione dei cadaveri, che restano invece mummificati o congelati nel luogo in cui sono morti per decenni. Questo ha fatto sì che molti alpinisti, negli anni, abbiano iniziato a riconoscere i vari corpi e a usarli come punti di riferimento.

Quello più famoso è il cadavere soprannominato Stivali Verdi: il corpo di un uomo disteso all’imboccatura di una grotta sul sentiero del versante a nord-est, con un giubbotto rosso e una bombola d’ossigeno al suo fianco, che indossa per l’appunto dei vistosi scarponi color verde chiaro. Stivali Verdi è divenuto un punto di riferimento proprio perché la grotta dove ha perso la vita è spesso usata come rifugio da altri alpinisti, che si fermano al suo interno per trovare riparo dalle intemperie o per riposarsi, e che spesso sostano proprio a fianco del corpo.

Stivali verdi – fotografia di Maxwelljo40 condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Si pensa che in realtà il cadavere appartenga a un alpinista indiano che trovò la morte proprio durante il disastro dell’Everest, e che la sua posizione all’imboccatura della grotta sia dovuta al suo tentativo di ripararsi dalla violenza della tempesta. Tuttavia, l’identità di Stivali Verdi è ancora sconosciuta, così come lo è quella di un altro corpo che – inspiegabilmente – non è mummificato o congelato, bensì ridotto a scheletro.

Sono molti i cadaveri sull’Everest che non sono stati riconosciuti, anche se la maggior parte di essi ha un nome e un cognome e, talvolta, anche una storia. Fra di essi, vi è ad esempio il corpo senza vita – e senza più la testa – di uno dei primi alpinisti dell’Everest, George Mallory – morto, viste le condizioni del cadavere, forse a causa di una caduta.

La scoperta del corpo:

Un altro corpo usato come punto di riferimento dagli alpinisti è quello di Shriya Shah-Klorfine, la quale raggiunse la vetta dell’Everest nel 2012 ma fece il fatale errore di soffermarsi troppo a lungo a celebrare il proprio traguardo: Shriya spese ben venticinque minuti sulla cima, e al momento di scendere aveva esaurito tutto l’ossigeno.

Il suo corpo è avvolto in una bandiera del Canada, ed è usato come punto di riferimento perché giace a soli trecento metri dalla vetta. A soli quarantotto metri di distanza, invece, è riverso Marko Lihteneker, morto disteso sulla schiena dopo essere svenuto per mancanza di ossigeno.

Sotto, un breve video mostra il funerale che gli è stato recentemente tributato da un gruppo di alpinisti:

Un altro cadavere viene invece usato come monito: è infatti altamente sconsigliato, se si è a corto di ossigeno o non si ha un riparo adeguato, fermarsi sull’Everest per riposarsi o dormire lontano da uno dei campi. Questa scelta è costata la vita alla prima donna che morì sul monte Everest: si tratta della scalatrice tedesca Hannelore Schmatz, la quale raggiunse la cima nel 1979 ma, durante la discesa, decise di fermarsi a poche centinaia di metri dal campo per riposarsi.

Il suo corpo è congelato in posizione semidistesa contro il suo zaino, con gli occhi sbarrati e i capelli che ancora svolazzano al vento.

La parete sud-ovest vista dal basso, sullo sfondo il Colle Sud e a destra il Lhotse. Fotografia di Moving Mountains condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

David Sharp, un alpinista britannico, subì lo stesso destino quando, fermatosi nella grotta di Stivali Verdi per riposarsi, congelò a morte mentre si abbracciava le ginocchia con le braccia.

Il motivo della presenza di così tanti corpi sulla cima dell’Everest è dovuto al fatto che spesso è impossibile recuperare i cadaveri a un’altezza così alta. Il vento forte e pressoché incessante non permette agli elicotteri di soccorso di raggiungere la vetta in sicurezza, e il compito di recuperare i corpi spetta a persone che devono a loro volta arrampicarsi fino a 8.000 metri di altezza.

Il costo dell’operazione di recupero di un singolo cadavere è di circa settantamila dollari, cifra che può spesso lievitare. Inoltre, molti alpinisti si rifiutano di raggiungere una vetta così elevata per recuperare un corpo, poiché questa missione potrebbe costare la vita anche ad altre persone. Ciò rende difficoltose non solo le missioni di recupero di un corpo, ma anche le missioni di salvataggio.

Il campo base nepalese. Fotografia di ilker ender condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Un altro cadavere famoso della Valle dell’Arcobaleno ha alle spalle una storia simile – si tratta della Bella Addormentata.

Il suo vero nome era Francys Arsentiev, e fu la prima donna a raggiungere la cima dell’Everest senza l’ausilio di bombole d’ossigeno. Francys perse la vita durante la discesa poiché venne separata dal marito a causa del buio. I soccorsi arrivarono solo dopo tre giorni, e trovarono la donna ancora viva, ma in un grave stato d’ipotermia e prossima alla morte.

I soccorsi cercarono di portare in salvo Francys, ma il peggioramento delle condizioni climatiche li costrinse ad abbandonare la donna al suo destino. Il corpo di Francys è avvolto in un giubbotto lilla, e giace sulla schiena, con le gambe distese e le mani giunte in grembo – posizione che le è valsa il soprannome di Bella Addormentata.

Alpinisti verso il Colle Nord. Fotografia di Lance Trumbull condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Ogni anno, lo scioglimento dei ghiacci riporta alla luce nuovi corpi, e altri vengono trasportati dagli smottamenti e dal vento in altri punti della montagna; la maggior parte dei cadaveri, tuttavia, resta nella posizione in cui si trovava al momento della morte, e ben pochi di essi saranno recuperati e sepolti.

La Valle dell’Arcobaleno sfortunatamente ogni anno guadagna un altro colore che si aggiunge al suo mosaico. Quasi tutti gli scalatori che hanno raggiunto la cima dell’Everest o che sono arrivati vicini alla vetta, riportano che la parte più difficile del viaggio è proprio la traversata della Valle dell’Arcobaleno e la vista di quel sentiero di cadaveri: un monito che mostra chi ha osato sfidare la natura, e ha perso.