Si potrebbe dire che la trasformazione digitale di un Paese non è nulla se non si contrasta il divario digitale. Stiamo parlando di concetti relativamente nuovi per l’Italia, per le nostre istituzioni e per la nostra società. Tuttavia, con gli anni Venti del XXI secolo alle porte, nessuno può ignorarli, soprattutto perché la vita quotidiana richiede una maggiore educazione (e formazione) su questo tema.

La trasformazione digitale in Italia ha ricevuto un forte impulso con la creazione, nel 2016, del Team per la Trasformazione Digitale, con a capo, per due anni, il manager Diego Piacentini. Con l’avvento del secondo governo Conte, l’innovazione è stata trasformata in un Ministero, guidato dalla ministra Paola Pisano.

Tra gli obiettivi c’è la riconversione tecnologica della pubblica amministrazione, che negli ultimi anni è stata dotata di strumenti online e social (cosa che a volte ha creato un po’ di scompiglio), sia per la comunicazione che per lo svolgimento delle funzioni di customer care, grazie alla creazione dell’app IO. L’approccio del team non mira solo a migliorare i servizi pubblici, ma anche a cambiare le condizioni di utilizzo e di accesso privato alla rete: basti pensare al piano per la banda larga o ai servizi informativi per l’innovazione digitale.

Ed è qui che entra in gioco il tema del digital divide, il divario tra i singoli individui o gruppi sociali in termini di accesso e utilizzo consapevole dei servizi online.
Un effetto collaterale dello sviluppo digitale che deve essere affrontato il più possibile, in quanto potrebbe avere pesanti effetti negativi sulla società.

Partiamo da alcuni dati: secondo l’OCSE, circa il 26% delle persone tra i 16 e i 74 anni in Italia non ha mai navigato in internet, contro una media del 14% negli altri Paesi dell’Organizzazione. Parliamo di 10 milioni di cittadini che non usanola rete.

Questo significa non solo che una larga fetta di popolazione non può utilizzare la rete come strumento di supporto allo studio o alla conoscenza in generale, ma nemmeno può prenderla in considerazione per avere accesso agli svaghi che Internet ci mette a disposizione: pensiamo, ad esempio, al gioco online. Quante volte ci sarà capitato di passare qualche momento di divertimento giocando a qualcosa che ci appassionasse, come ad esempio Book Of Ra (una slot davvero molto famosa), anche in luoghi in cui mai avremmo pensato di poter avere accesso a un casinò? Bene, nemmeno un’esperienza tanto semplice può essere condivisa da 10 milioni di cittadini italiani. Certo, se pensiamo al digital divide, l’intrattenimento non è forse una delle prime mancanze che ci vengono in mente, ma di certo non è da sottovalutare, perché anche il divertimento è giusto che abbia un grande peso all’interno delle nostre vite.

Contrariamente a quanto accadeva un anno fa o a quanto continua a succedere in alcune parti del mondo, la causa del divario digitale in Italia è solo minimamente attribuibile a un problema infrastrutturale. Certo ci sono alcune “aree bianche” dove non c’è internet o la connessione è debole, ma non sono queste le vere ragioni del divario.
Il divario è un fatto di competenze.

Le competenze, quindi, vanno insegnate, proprio a partire dalle scuole. In che modo? Prima di tutto adeguandole con strumenti opportuni, ma anche con insegnanti dedicati alle discipline informatiche che possano insegnare ai ragazzi come si navighi in rete, evitando tutti i rischi e i pericoli lì nascosti.

Avatar
Antonio Pinza

Quando avevo 3 anni volevo fare l’astronauta, oggi ho le idee molto meno chiare, ma d’altronde chi ha detto che bisogna avere un piano preciso? Nella vita ho “fatto” svariati lavori, praticato sport, viaggiato, letto e mangiato di tutto. Mentre continuo a perdermi nei meandri della mia esistenza scrivo su Vanilla Magazine.