Ci sono storie talmente drammatiche che, ogni volta che le leggi, speri abbiano finalmente un epilogo diverso. Anche se coscientemente sai che il passato non può cambiare, né i finali possono diventare “lieti”, il desiderio che il racconto finisca bene è sempre nascosto nell’animo del lettore, anche se è una speranza che ha la certezza di venire sempre disattesa.

La storia di Alfredino e dell’incidente di Vermicino è certamente una di queste, forse la più celebre di tutte

Sotto, il video racconto dell’articolo sul canale Youtube di Vanilla Magazine:

Tutto inizia in un assolato giorno di giugno del 1981. Alfredo Rampi è un bambino di 6 anni, figlio di Ferdinando e Francesca Bizzarri, che sta trascorrendo un piccolo periodo di vacanza nella seconda casa di Finocchio, nella campagna romana.

Sotto, Alfredo Rampi:

La sera del 10 Giugno papà Ferdinando si è recato con il figlio Alfredo e due amici a fare una passeggiata nelle campagne nei pressi della casa. Alfredino, al momento di tornare, chiede al padre di poter correre a casa da solo, e l’uomo acconsente. Ferdinando non lo sa, ma quella decisione, presa ovviamente a cuor leggero e senza troppo pensare, avrà conseguenze nefaste, in grado di far disperare un’intera nazione.

Il signor Rampi rincasa verso le 8 di sera. A quell’ora Alfredino deve essere sicuramente tornato a casa, ma del bambino non v’è traccia. Dopo qualche decina di minuti i genitori realizzano che deve esser successo qualcosa, e iniziano a cercare il piccolo nei dintorni di casa. Le ricerche vanno a vuoto, e alle 21:30 vengono allertate le forze dell’ordine.

Sul posto si precipitano Polizia e Vigili del Fuoco, ma del bambino non v’è traccia. La nonna di Alfredo, signora Veja, in vacanza con la famiglia, suggerisce che il bambino potrebbe esser caduto nel pozzo del signor Amedeo Pisegna, che stava costruendo una casa a poco distanza e che era stato scavato pochissimo tempo prima.

Ma il pozzo è coperto da una lamiera fermata con dei sassi

Per qualche ora, o forse sono minuti – il tempo in quelle circostanze è difficile da calcolare – si brancola nel buio, ma un poliziotto, Giorgio Serranti, vuole controllare che il pozzo di Pisegna sia effettivamente vuoto. Rimossa la lamiera che teneva chiusa l’imboccatura sente dei flebili lamenti provenire dal fondo della cavità:

Alfredino è caduto nel pozzo

Il signor Pisegna aveva messo la lamiera soltanto alle nove di sera circa, e non si era accorto dei lamenti di Alfredo. I Vigili scoprono che il bambino è bloccato a 36 metri di profondità circa, senza nessuna possibilità di risalire il cunicolo. La sera è ormai diventata notte, e i soccorritori, giunti in massa, si accalcano all’imboccatura del pozzo.

Il diametro della cavità è di soli 28 centimetri, sufficienti a inghiottire un bambino nelle profondità della terra ma strettissimo per consentire l’accesso a molti adulti, anche se esili. Non potendo scendere a prendere Alfredo si pensa a una soluzione alternativa, ma che si rivelerà fatale nel corso delle manovre.

Viene calata una tavoletta di legno sperando che questa possa essere afferrata dal bambino

La tavoletta è di dimensioni consistenti, e la corda con cui viene assicurata poco resistente. Risultato: la tavoletta non passa e quando viene tirata su la corda si spezza, ostruendo quasi completamente il cunicolo a 24 metri di profondità.

Il disastro è fatto

Durante il prosieguo della notte arrivano sul posto alcuni giovanissimi del soccorso alpino, i quali sono sufficientemente esili per entrare nell’imboccatura. Si cala dapprima Tullio Bernabei, un ragazzo di 22 anni magrissimo, e poi Maurizio Monteleone, altrettanto esile.

I due arrivano quasi a toccare la tavoletta che ostruisce il passaggio, ma non riescono ad afferrarla

Nel mentre Alfredo è nel pozzo da diverse ore, a corto di ossigeno, di forze e di lucidità. I vigili del fuoco iniziano quindi a irrorare di ossigeno la cavità per evitare al bambino di morire asfissiato, e i tecnici RAI calano nel pozzo un’elettrosonda a filo per comunicare con il piccolo.

Alfredo parla ed è sicuro di essere salvato:

Sfondate la porta ed entrate nella stanza buia

Il bambino, durante quella notte del 10 Giugno, sta ancora bene, anche se è ovviamente terrorizzato e fisicamente provato.

Il comandante dei Vigili del Fuoco, Elveno Pastorelli, ingegnere e futuro primo responsabile della Protezione Civile Italiana, decide di scavare un tunnel parallelo per arrivare a prendere il bambino, che si trova, ipotizzano i soccorritori, a 36 metri di profondità. Il dottor Pastorelli pensa di scavare in poche ore il tunnel e di tirar fuori il bambino sano e salvo il giorno seguente, l’11 Giugno.

A nulla servono gli ammonimenti di Laura Bortolani, geologa presente sul posto, che spiega come fra i tanti strati di terreno presenti si incontreranno sicuramente anche delle parti durissime, che bloccheranno le macchine e che causeranno enormi vibrazioni.

I Vigili del Fuoco iniziano a perforare

Lo scavo del tunnel parallelo dura 2 giorni, al termine dei quali si è scesi soltanto a 30 metri di profondità. Nel mentre sul posto sono arrivate le troupe televisive, i giornalisti di tutta Italia, ambulanti che vendono cibo e una folla di curiosi senza precedenti:

Oltre 10.000 persone

Era l’inizio degli anni ’80, e il mondo era diverso da quello odierno. Chiunque poteva avvicinarsi quasi all’imboccatura del pozzo ad osservare i Vigili del Fuoco al lavoro. I telegiornali RAI trasmettono a reti unificate notizie sul salvataggio di Alfredino, e l’Italia è col fiato sospeso.

Tutti gli italiani attendono soltanto una frase:

Alfredino è salvo

Ma quella frase non sarà mai pronunciata.

L’11 giugno il bambino inizia già a lamentare una stanchezza estrema e grande sete, e i soccorritori riescono a sostenerlo mediante delle flebo calate in profondità. Ma poco tempo dopo il bambino perde evidentemente lucidità, e le sue risposte sono sempre più rade.

Trascorre un’altra notte, e il popolo italiano è tutto all’imboccatura del pozzo, sperando di sentir parlare, ancora una volta, il piccolo Alfredo

Alle 10:10 del 12 Giugno i Vigili del Fuoco decidono di collegare il nuovo tunnel a quello originario. Per unire i due cunicoli ci vuole tutto il giorno, e soltanto alle 19:00 del 12 Giugno i Vigili riescono ad aprire il tunnel orizzontale verso il pozzo originale. A quel punto fanno una scoperta terribile:

A causa delle vibrazioni dello scavo Alfredino è scivolato quasi 30 metri più in basso, a 60 metri di profondità circa

Alfredo nel mentre ha completamente smesso di rispondere, anche se il suo cuore batte ancora. A quel punto le speranze di salvare la vittima sono ormai ridotte al lumicino.

Sul posto giunge anche il Presidente della Repubblica Sandro Pertini

L’unica possibilità di salvezza è che qualcuno riesca a calarsi all’interno, afferri Alfredino e lo porti di nuovo alla luce del sole.

Ci prova prima lo speleologo Claudio Aprile, che tenta di calarsi dal tunnel scavato dai vigili, ma deve rinunciare perché questo è troppo stretto (!).

All’imboccatura del pozzo è presente anche il sardo Angelo Licheri, che né per passione né per mestiere è speleologo o vigile del fuoco, ma è di corporatura minuta e nel cuore ha il coraggio di tutti gli italiani messi insieme.

Alla mezzanotte circa del 12 Giugno l’uomo si cala in quel cunicolo maledetto

Il signor Licheri riesce ad arrivare fino in fondo al pozzo, a 60 metri di profondità, e riesce persino a legare l’imbracatura ad Alfredino. Ma il fissaggio è di bassa qualità e si sgancia per ben tre volte. Licheri, che è a testa in giù da 45 minuti, tenta in tutti i modi di portare fuori Alfredo, con le unghie e con i denti, ma non riesce a tenerlo stretto, e deve esser portato fuori per evitare la morte.

Angelo Licheri al momento dell’uscita dal pozzo:

Durante la notte raggiunge Alfredo Rampi anche lo speleologo Donato Caruso, per ben due volte, che tenta di portare in superficie il bambino aggrappandolo con delle manette e delle fettucce usate negli ospedali psichiatrici, ma anche Caruso torna in superficie senza successo.

Lo speleologo suggerisce inoltre che il cuore di Alfredo abbia smesso di battere. Dopo ripetuti tentativi della madre di far rinvenire il bambino con la propria voce, nella cavità viene calato uno stetoscopio che certifica l’assenza di battito.

Alfredino è morto, solo, in fondo al pozzo

Il corpo del bambino viene preservato grazie all’azoto liquido, a -30°C, e viene tirato fuori da quella terribile buca l’11 luglio, un mese dopo quel 10 Giugno in cui vi era caduto dentro.

Con lui è morto un piccolo pezzo di cuore di tutti italiani, in quel caso uniti come mai prima di allora, speranzosi di veder in salvo un bambino innocente, morto per la disattenzione e l’incompetenza di tanti (troppi) adulti.

Il 17 luglio del 1981 Alfredo riceve un funerale cattolico, nella Basilica di San Lorenzo fuori le mura. Il piccolo corpicino dentro la bara è trasportato dai volontari che avevano tentato di strapparlo a un destino crudele, fra i quali ci sono anche Angelo Licheri e Donato Caruso, che lo accompagnano nel suo ultimo viaggio al Cimitero del Verano, a Roma.

Il risalto mediatico dato alla vicenda fu senza precedenti, ed enorme il numero di assurdità e dietrologia che caratterizzò le ipotesi riguardo la morte del giovanissimo Rampi. Alfredino morì perché qualcuno aveva lasciato un pozzo aperto, in piena campagna, senza preoccuparsi di chiuderlo, e morì perché le tecniche di salvataggio, le conoscenze e i mezzi tecnologici dell’epoca erano ancora insufficienti a riportarlo fra le braccia dei suoi genitori.

In fin dei conti è una triste e semplice storia, mai dimenticata perché la speranza, anche riguardo i fatti del passato, è davvero l’ultima a morire.

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...