Tolstoj, Dostoevskij, Turgenev, Rasputin, Lenin: pensi alla Russia e si profilano alla vista barbe più o meno brizzolate, lunghe e selvagge. Dai mužik ai starec (campagnoli e mistici), l’uomo russo pre e dopo rivoluzione, spartiacque della storia recente della Russia, ha sempre portato la barba quasi come segno di identità nazionale. In secoli più lontani ogni uomo veniva addirittura giudicato in base alla bellezza della sua barba.

La barba: un ornamento del viso che fu inviso, perdonate il gioco di parole, a Pietro il Grande (1672-1725), zar tra i più importanti e rivoluzionari della Russia. Lo zar che nel 1698, nel suo processo di modernizzazione e occidentalizzazione del Paese, decise di introdurre una tassa per scoraggiare l’uso della barba.

Sotto, un ritratto giovanile di Pietro il Grande, già senza barba:

Pietro il Grande fu un sovrano intelligente e lungimirante, ma anche sanguinario e dispotico. Amante delle idee occidentali, tanti sono gli aneddoti legati alla sua figura. Fu lui a introdurre la grande stagione dei balli a corte, fu lui a decretare la costituzione della Marina russa; sempre lui fu a fondare San Pietroburgo e a costruire la reggia di Peterhof, e a lui si deve l’uscita della Russia da quell’isolamento che aveva segnato l’impero fin dai tempi precedenti alla Russia di Kiev.

Nel 1697 Pietro compì un lungo viaggio in Europa, in incognito e senza comunicar nulla al suo popolo per paura di un colpo di Stato durante la sua assenza, alla ricerca di idee da portare con sé per innovare l’arretrato impero su cui regnava.

Non si può parlare ancora di un Grand Tour, i viaggi dei giovani aristocratici europei alla scoperta dell’Europa continentale che avrebbero spopolato nei due secoli successivi, ma più di una Grande Ambasceria, come venne denominata al tempo. Come detto lo zar partì sotto mentite spoglie col nome di di Pëtr Mikhajlov, insieme a un foltissimo gruppo di accompagnatori, ciambellani, interpreti, religiosi, cuochi, soldati e musici capitanati dagli ambasciatori Franz Lefort, Fëdor Golovin e Prokofij Voznicyn.

Oltre 250 persone partirono il 20 marzo 1697 per l’Ambasceria che avrebbe cambiato il volto della Russia

L’elettorato del Brandeburgo, Zaandam, Amsterdam, Delft e Utrecht in Olanda, Suffolk e Londra in Inghilterra, Lipsia e Dresda in Germania e infine Praga e Vienna: tante furono le città in cui Pietro passò la sua attenta lente di ingrandimento. Guardando il progresso che correva rapido in questi paesi la visione del mondo dello zar cambiò.

Ritratto di Pietro, sempre senza barba:

La sera del 4 settembre 1698 lo zar rientrò a Mosca e il mattino seguente un gran gruppo di boiardi e ufficiali andarono a salutarlo. Pietro il Grande accolse con piacere i suoi sudditi che non vedeva ormai da un anno e mezzo, quando a un tratto fece arrivare un rasoio da barbiere e cominciò a tagliare ciuffi di barba agli uomini più barbuti. Pietro, dopo il suo viaggio di scoperta in Europa, infatti, si era persuaso che la barba, non più portata dai grandi signori dell’Occidente, fosse superflua nel mondo che si avvicinava al XVIII secolo. Decise così di eliminarla dal suo immenso impero e da quella stessa sera fece entrare in vigore la normativa.

La cosiddetta tassa sulla barba fu un’imposta assai particolare, e in contrasto con quanto lo stesso zar, in fondo, pensava e sosteneva, ovvero che portare una folta barba fosse un omaggio nobile, degno di Dio. La barba fungeva da simbolo della nobiltà dell’uomo e fu un colpo per la popolazione russa venire a conoscenza che da quel momento il suo possesso avrebbe comportato il pagamento di una tassa. I religiosi, poi, si trovarono in una difficoltà ancora maggiore: non potendo tagliare la barba, azione che sarebbe stata vista come un oltraggio al Signore, un peccato addirittura mortale, preferirono andare contro il volere del sovrano e pertanto pagarono fior di rubli per mantenere la propria barba.

Ritratto di Pietro I:

L’introduzione della tassa fu una trovata di Pietro il Grande. Lo zar, invero, necessitava di ingenti somme di denaro per realizzare un sogno che cullava da tempo, vale a dire quello di fondare una grande città in stile occidentale sulle paludi desolate del Mar Baltico, una città come quella Parigi che lo aveva tanto affascinato, una nuova grande città che avrebbe portato il suo nome e quello dell’apostolo Pietro: Pietroburgo.

Un detto tuttora in voga vuole che Pietroburgo (nata nel 1703 e che nel corso dei secoli sarebbe divenuta Pietrogrado, Leningrado e dal 1991 San Pietroburgo) sia stata fondata proprio sulle barbe della popolazione russa. San Pietroburgo, sempre per la medesima ragione, è chiamata anche “la città delle ossa” con allusione neanche troppo velata alle migliaia di operai che morirono durante la costruzione della città a causa delle condizioni di lavoro disumane e del gelo.

La tassa sulla barba riguardava tutta la popolazione russa: dai religiosi ai funzionari, ai commercianti, e variava in base al reddito; soltanto i contadini delle periferie dell’impero erano esentati dalla tassa (probabilmente per le difficoltà logistiche che avrebbe trovato un’eventuale riscossione dell’imposta) a patto che non entrassero mai a Mosca – in caso di ingresso in città avrebbero dovuto pagare la somma di un copeco, una sorta di tassa di soggiorno odierna.

Pietro il Grande attuò grandi modifiche anche nei modi di vestire e pensare del suo popolo, più vicini al modello occidentale e sempre più distanti dai gusti tradizionali russi, oramai sorpassati, e nel 1700 introdusse il calendario giuliano (che in Europa era stato eliminato nel 1582 a favore del calendario gregoriano) eliminando il vecchio e astruso calendario bizantino. La Russia passò da un giorno all’altro dall’anno bizantino 7208 al giuliano 1700. A Pietro, inoltre, si deve l’importazione in Russia e l’utilizzo a tavola della patata e del girasole.

Rasature pubbliche, seduta stante, sono narrate dalle cronache del tempo: difatti le forze dell’ordine non si formalizzavano affatto a trasformarsi in barbieri se incontravano un uomo con la barba e ne riscontravano – grazie a un apposito gettone con raffigurati baffi e barba in possesso del buon pagatore – il mancato pagamento della tassa per l’anno in corso.

Sotto, il gettone che attestava il pagamento della tassa:

Nel 1715 l’imposta per portare la barba fu fissata alla somma di 50 rubli. La tassa rimase attiva per oltre 70 anni e resistette ad altri regni più o meno lunghi: Caterina I, Pietro II, Anna, Ivan VI, Elisabetta e Pietro III.

Nel 1772 fu finalmente abolita da Caterina II la Grande

San Pietroburgo ricorda ancora oggi l’importante sovrano a cui deve la fondazione con Il cavaliere di bronzo, il monumento equestre dedicato a Pietro, fatto erigere e inaugurato nel 1782 da Caterina la Grande. Il volto dello zar Pietro il Grande compare inoltre sulle banconote da 500 rubli.

Sopra, Il cavaliere di bronzo, statua equestre che rappresenta Pietro il Grande, eretta per volere di Caterina II.

Tutte le fotografie sono di pubblico dominio.

Categorie: Moda e Costume

Antonio Pagliuso

Antonio Pagliuso

Appassionato di viaggi, libri e cucina, si vede tra vent'anni come un moderno Mattia Pascal; mal che vada ripiegherà sul personaggio di Raskol'nikov. Autore del noir "Gli occhi neri che non guardo più" e ideatore della rassegna culturale "Suicidi letterari".