Nel 2018, a Padova, è stato inaugurato il nuovo allestimento del museo “Giovanni Battista Morgagni” di Anatomia Patologica. Il museo, dedicato al medico considerato il fondatore dell’anatomia patologica nella forma contemporanea, contiene oltre millecinquecento reperti che illustrano varie patologie e malformazioni. Un visitatore che passeggiasse attraverso le teche di vetro illuminate potrebbe notare, in mezzo ai teschi e alle ossa umane, il volto cinereo di una ragazza bionda circondata da serpenti.

Giovanni Battista Morgagni, Anatomicorum Princeps:

A Padova, durante l’inverno del 1863, una sarta diciottenne si gettò nel fiume che scorre sotto le finestre dell’Università. La salma venne ripescata dal fiume con degli arpioni e riportata quindi a riva. Non è noto il nome della ragazza, né il motivo per cui si tolse la vita, ma all’epoca si pensò che fosse a causa di un amore finito male o di un fidanzato violento. La ragazza era una persona comune, del popolo, rea di aver commesso un gesto poco accettato dalla morale cattolica; c’erano tutti i presupposti per far sì che la sua storia finisse nel dimenticatoio molto presto.

Invece, la voce della morte della ragazza giunse alle orecchie di Lodovico Brunetti, professore di Anatomia Patologica dell’Università di Padova. Egli, in quegli anni, stava sperimentando il metodo della “tannizzazione”, ovvero un sistema di conservazione dei corpi che prevedeva di trattare i campioni con etere solforico e acido tannico sciolto in acqua distillata, in modo da sgrassare e prosciugare i tessuti. Il metodo, nonostante desse degli ottimi risultati, venne abbandonato dopo la morte di Brunetti a causa della sua complessità di realizzazione.

Il professore chiese che il corpo della giovane suicida gli fosse portato per farne un preparato anatomico. Brunetti fabbricò un calco in gesso del volto e del busto della ragazza, poi staccò dalla salma la pelle del viso, della testa e del collo. La pelle venne trattata con acido tannico e adattata al calco, in modo da riprodurre il volto della ragazza quando era ancora in vita. Vennero aggiunti anche due occhi di vetro all’interno delle orbite vuote, ma il risultato finale non soddisfece il suo creatore: c’erano parecchie lacerazioni visibili nella pelle, dovute agli uncini con cui il corpo era stato riportato verso riva.

Per ovviare il problema e salvare l’estetica complessiva del preparato, Brunetti inserì dei rami ai lati del busto, sui quali avviluppare due serpenti mummificati, montati in modo da insinuarsi dentro gli occhi e in mezzo ai capelli biondi della ragazza. I punti di contatto tra la ragazza e i serpenti vennero nascosti da parecchie gocce di cera rossa, utilizzata per mimare il sangue. Da quel momento, la composizione prese il nome La suicida punita, in modo che fosse un memento del castigo divino ultraterreno riservato a chi si toglie la vita anzitempo.

Brunetti mostrò il busto tannizzato ai genitori della giovane cucitrice, e questi si complimentarono per come la fisionomia della giovane fosse stata riprodotta fedelmente. Il volto della ragazza, però, non era destinato a rimanere una semplice allegoria di morte confinata nel laboratorio di un professore universitario. Nel 1867, Brunetti chiese all’università i fondi per portare La suicida punita in Francia ed esibirla durante l’Esposizione Universale di Parigi. Il preparato anatomico fu così mostrato al mondo, e fruttò al suo creatore il Gran Prix per le Arti e i Mestieri.

La suicida punita poteva (e può tuttora) essere considerato un pezzo di “anatomia artistica”, in cui il tentativo di preservare un corpo dalla decomposizione si unisce alla volontà di comporre un’opera esteticamente bella da vedere e utile anche dal punto di vista morale, fungendo da allegoria per l’Aldilà.

Era comune durante il diciannovesimo secolo che l’arte e la medicina si mischiassero, ruotando intorno a temi quali le lezioni di anatomia, topos in voga ormai da diversi secoli e riscontrato anche in artisti del calibro di Édouard Manet, che fece nel 1856 una copia della Lezione di anatomia del dottor Tulp di Rembrandt, e di Thomas Eakins, che dipinse La Clinica Gross nel 1875 e La Clinica Agnew nel 1889, entrambi raffiguranti delle operazioni chirurgiche svolte di fronte a un pubblico di studenti.

Il tema della fanciulla morta usata come soggetto sia artistico, sia anatomico allo stesso tempo, si ritrova anche nel quadro dello spagnolo Anatomia del cuore, di Enrique Simonet, dipinto nel 1980. Il quadro mostra un medico intento a esaminare il cuore che ha appena estratto dal petto della giovane donna distesa di fronte a lui, defunta ma ancora attraente.

Quello che maggiormente colpisce l’occhio moderno è l’entusiasmo con cui La suicida punita fu accolta ormai più di un secolo orsono.

L’italiano medio del ventunesimo secolo inorridirebbe al pensiero del corpo di una ragazza morta utilizzato per creare una statua, eppure l’accoglienza e il successo che il preparato riscosse non fa altro che ribadire quanto velocemente l’essere umano sia in grado di cambiare idea su un dato argomento, nella fattispecie sulla morte, che a partire dal Novecento è stata rimossa gradualmente dalla cultura per essere relegata soltanto all’ambiente medico. Oggi un’opera simile sembrerebbe contraria a ogni principio etico, eppure gli occhi curiosi dei visitatori continuano a posarsi sopra il volto di quella ragazza come tante, senza nemmeno un nome, che la scienza, l’arte e la morale hanno deciso di rendere immortale.