Non accade a tutte le città di ricevere la visita di Banksy. Nel 2013 ero a New York e scrivevo di come nessuno si fosse accorto del venditore ambulante che a Central Park vendeva opere dell’ormai celebre streetartist per pochi dollari.

Nel 2019 in occasione della Biennale, Banksy sbarca invece e Venezia e accade pressappoco lo stesso

Un venditore ambulante monta il proprio stand proponendo una serie di quadri che, se visti insieme, ritraggono una nave da crociera tra i canali e i gondolieri (“Le navi da crociera possono navigare. Questo è un mostro!”, dice una signora). I passanti apprezzano le immagini (“E’ veramente bello, anche più bello di quello che abbiamo visto in Biennale”), e la polizia richiede intanto i documenti al venditore ambulante.

La riflessione sorge immediata. Su tanti livelli, sulla Biennale (“Nonostante sia l’evento d’arte più grande e prestigioso al mondo, per qualche ragione non sono mai stato invitato” commenta l’artista con sagace ironia), e su quello che accade ogni giorno in una delle città più uniche al mondo (enormi navi cariche di gente minacciano con la loro costante visita la qualità della vita cittadina).

Oltre che divertente questa performance è illuminante

Pone luce su una questione italica ma che si potrebbe ampliare su molti fronti. Siamo uno dei Paesi più ricchi al mondo grazie al nostro patrimonio culturale.

Esistono città che possiamo considerare letteralmente musei a cielo aperto, e che quotidianamente ricevono la visita di migliaia di turisti pronti a fare consumo di un capitale storico-artistico di valore incommensurabile, di cui spesso siamo incapaci di vedere la rilevanza a livello internazionale. Il turismo assume diverse funzioni: ci arricchisce economicamente, ma d’altra parte tende sempre di più ad assumere dimensioni pericolose per il bene stesso delle persone che abitano una città turistica come Venezia, costrette a convivere con masse di stranieri che affollano le navi da crociera.

Questo per quanto riguarda la critica insita nel “maxiquadro” proposto da Banksy per un verso. L’altro aspetto da considerare invece si nasconde nel commento scritto di Banksy, che ricorda di non essere stato mai invitato, in quanto palesemente fuori dalle regole del mercato che interessa l’Arte Contemporanea. I padiglioni pullulano di opere d’arte provenienti da tutto il mondo, e nonostante vi siano nomi importanti, le persone non appartenenti a questo sistema quasi faticano a interpretare la maggioranza delle proposte artistiche presentate dal mercato.

D’altro canto il venditore ambulante raccoglie consenso indiscriminato dai passanti che sono ignari partecipanti di una sorta di performance sperimentata con successo e immortalata nel video postato su Instagram da Banksy. Accade dunque che Banksy si faccia strada nella Biennale in silenzio, e indipendentemente da quelle che sono le dinamiche che caratterizzano invece la Biennale. La bellezza di questa operazione sta nel fatto che possa costituire una dimostrazione pubblica di come la Street Art sappia essere veicolo di messaggi di protesta, e allo stesso tempo ci induca a pensare.

La Street Art in quanto arte pubblica si oppone idealmente al concetto di arte come bene privato (e dunque regolamentata da regole di mercato organizzate secondo i concetti di domanda e offerta), ma il motivo per cui sta assumendo sempre maggiore rilevanza non sta solo nel fatto che la sua fruizione sia praticamente gratuita. La Street Art, seppure attraverso meccanismi diversi da quelli attualmente in vigore nel mercato dell’Arte, ha un ruolo educativo di indubbia rilevanza quando si mette al servizio di tematiche di interesse collettivo.

In questo caso specifico Banksy corre in aiuto dei cittadini della Laguna, che convivono quotidianamente con la mostruosa presenza di enormi navi da crociera, responsabili di minare un equilibrio molto delicato

Allo stesso tempo la presenza di Banksy durante la Biennale ci fa porre una domanda basica ma essenziale: cosa possiamo definire “Arte Contemporanea”? Quello che vediamo alla Biennale? Quello che propongono le gallerie d’Arte? Quello che viene definito da logiche di mercato che sono ormai completamente estranee e sconosciute alla maggioranza di noi? La Street Art ci dice proprio l’opposto: che l’Arte non è un affare di pochi, anzi, non è necessariamente un “affare”, ossia un prodotto commerciale per il quale si debbano investire dei soldi.

Anche la Street Art rientra in quella che chiamiamo arte contemporanea, non soltanto perché accade ora, per la mano di artisti vivi, adesso, ma perché gli streetartist si incaricano di proporre riflessioni rilevanti in luoghi pubblici, dove non soltanto gli addetti al settore arte sono presenti, ma chiunque viene chiamato a misurarsi con il significato di un’immagine proposta in un contesto non chiuso. Il merito di Banksy è quello di scatenare quesiti su scala internazionale, che ricevono ormai un’attenzione planetaria. Le sue opere chiedono semplicemente di pensare, e il fatto che l’esecuzione risulti ironica e a tratti divertente (gli sguardi dei passanti sono emblematici per questo nel video), aggiunge valore ad una performance dal gusto quasi surreale (le guardie chiedono documenti al venditore ambulante, ignare del fatto che si tratti dell’opera di uno degli streetartist maggiormente noti al mondo).

Sotto, il graffito di Banksy a Venezia di cui ha rivendicato la paternità mediante il proprio profilo Instagram:

Allora forse la domanda da porci probabilmente è un’altra: non solo cosa è “Arte Contemporanea”, ma soprattutto:

Per chi è?

La maggioranza delle persone che non appartengono al mondo dell’Arte Contemporanea spesso faticano a trovare il senso di molte creazioni presentate nelle varie fiere o Biennali. Bisogna studiare, informarsi, leggere per arrivare a comprendere il senso ultimo di tanti artefatti. La Street Art invece arriva immediata, pungente, puntuale, ai cuori di tutti. In genere sceglie un linguaggio di carattere figurativo (con cui si intende che si possono riconoscere figure del mondo note a tutti), e soprattutto si presenta in contesti aperti e di pubblica fruizione.

Nasce da una istanza spontanea di comunicare con tutti indiscriminatamente, parla con un idioma chiaro dove le parole sono quasi superflue, e si presenta all’improvviso, senza che nessuno se lo aspetti, instillando perle di saggezza come in questo caso. E soprattutto, non è necessariamente in vendita, non è un oggetto da esporre, ad essere che esposta è una realtà su cui veniamo chiamati a riflettere. Con lo scopo esclusivo di muovere le coscienze collettive.

L’Arte d’altronde ha sempre svolto questa vitale funzione: induce a pensare, e gli artisti hanno il grande merito di pensare il mondo che ci circonda con colori e forme nuove, la loro immaginazione è al servizio di tutti, e proprio grazie ad essa sono in grado di immaginare possibilità differenti. La Street Art ha abbellito intere cittadine che come colore predominante avevano solo il grigio del cemento, ha fatto parlare già migliaia di critici e curatori, i quali si sono resi conto del plus valore apportato dalla presenza di immagini significative in luoghi visibili a tutti.

Quando Banksy si manifesta in un posto tutti ne parlano, tutti si affrettano per condividere la notizia, per fare vedere quello che è stato in grado di organizzare (non importa che il venditore ambulante sia lui o meno, il mandante della performance è colui che ha postato il video).

Quello che la sua grande fama ottiene come effetto è di direzionare lo sguardo del grande pubblico verso l’argomento che decide di affrontare. Non importa che Banksy non abbia un volto, che non sia una figura in carne ed ossa da riconoscere come una “Star”. Importa quello che dice, come lo dice, e in che misura la pubblica opinione accoglie una critica ricca di spunti collaterali.

Se Banksy ha raggiunto questa notorietà trasversale, lo deve proprio all’arguzia insita nel suo stile, alla singolarità delle sue manifestazioni pubbliche, e alla forza con cui riesce ad esprimere concetti di vasta portata in maniera sintetica efficace e assolutamente divertente. Lunga vita a Banksy, che per l’ennesima volta ha lasciato tutti a bocca aperta con un sorriso, e forse ha spinto a una riflessione in più anche i curatori della Biennale di Venezia.

Diana Di Nuzzo
Diana Di Nuzzo

Si occupa di Arte Contemporanea e di Arti Visive in genere. E' fissata con la Semiotica e Alice nel Paese delle Meraviglie. Si ritiene un "interprete", nel senso che traduce il linguaggio visivo in quello verbale, e vede sempre tutto in technicolor.