La strana Storia di Violet Gibson: la donna Irlandese che sparò a Mussolini

Il 7 Aprile del 1926 una donna di 50 anni originaria di Dublino sparò a Benito Mussolini in volto, ferendolo al naso. Il suo nome era Violet Gibson ed era un membro dell’upper class irlandese, proveniente da Merrion Square, a Dublino. Ci si è spesso chiesti cosa sarebbe successo se quell’attentato fosse andato a segno, se il destino dell’Italia, ma sopratutto del mondo, avrebbe conosciuto un corso profondamente diverso rispetto a quello che tutti noi conosciamo.

L’atto della Gibson scatenò un’ondata di supporto per Mussolini, un enorme consenso popolare che rafforzò ancor di più il suo governo. Una domanda però sorge spontanea:

Cosa spinse una donna di 50 anni Irlandese a sparare al leader italiano?

Violet Gibson nacque a Dublino nel 1876, e ricevette un’educazione privilegiata. Suo padre fu Primo Barone di Ashbourne per poi diventare Lord High Chancellor of Ireland dal 1895 al 1905.

Violet quindi crebbe fra Dublino e Londra e, a 18 anni, fu fra le debuttanti alla corte della Regina Vittoria

Da bambina soffrì di malattie allora difficili da curare come la scarlattina, la pleurite e di attacchi di “isteria”, che la fecero definire di “carattere violento”. Durante l’adolescenza mostrò interesse per Christian Science e la teosofia, per poi diventare, a 26 anni, una fervente cattolica.

Nel 1913 si sposò con un artista, ma rimase presto vedova. In seguito alla morte del marito si trasferì a Parigi, lavorando per una serie di organizzazioni pacifiste. Durante questo periodo si ammalò del morbo di Paget (una malattia ossea a volte invalidante) e venne sottoposta a un intervento di mastectomia, che la lasciò con un’orrenda cicatrice sul petto. Tornata in Inghilterra, un intervento di appendicite le causò un dolore addominale cronico di cui soffrì per tutto il resto della sua vita.

La Gibson, fisicamente assai provata dalle malattie, divenne ossessionata dalla religione attorno ai 40 anni. Fu una delle seguaci di John O’Fallon Pope, studioso gesuita, che la ossessionò con idee di martirio e “mortificazione”. Nel 1922 venne colpita da un esaurimento nervoso e fu rinchiusa in manicomio, dichiarata pazza.

Due anni più tardi viaggiò verso Roma, insieme all’infermiera Mary McGrath, andando a vivere in un convento. Fu in questa occasione che si convinse che Dio le comandasse di uccidere qualcuno come forma di sacrificio. Nel Febbraio del ’25 si procurò una pistola e si sparò al petto, ma rimase miracolosamente in vita. Nel Marzo del ’26 morì la madre, un lutto che la fece convincere che avrebbe dovuto uccidere qualcun altro, e il designato per il sacrificio fu il leader del partito fascista Benito Mussolini.

Il 7 Aprile 1926 si recò al Palazzo del Littorio con la pistola avvolta in un velo nero e una grossa pietra, nel caso avesse dovuto rompere il parabrezza dell’auto del Duce. Mussolini aveva appena lasciato un’assemblea del Congresso Internazionale dei Chirurghi, dove aveva fatto un discorso sulle meraviglie della medicina moderna.

Mussolini stava camminando tra la folla a piedi, e fu allora che Violet agì: sparò un primo colpo al volto che ferì Mussolini al naso, e poi ne sparò un altro che però non partì perché la pistola fece cilecca.

L’attentato era fallito

Il leader fascista rimase sorprendentemente calmo e disse alla folla, accorsa in suo aiuto: “Non abbiate paura, è una sciocchezza“. Si bendò il naso e continuò la sua sfilata. Anni più tardi avrebbe affermato che egli era certamente pronto ad una “bella morte“, ma che non gli sarebbe piaciuto morire per mano di una “vecchia, brutta e ripugnante donna“.

Sotto, i Carabinieri prendono Violet Gibson:

Violet Gibson fu salvata dal linciaggio della folla dalle forze dell’ordine, che la portarono in caserma. Agli agenti la donna confessò che sparò a Mussolini “per glorificare Dio”. Benito Mussolini si dimostrò assai comprensivo con l’inferma, che non venne denunciata e fu espulsa dall’Italia, dichiarata “paranoica cronica”, rinchiusa nell’ospedale di Sant’Andrea in Inghilterra. Morì soltanto 30 anni più tardi, nel 1956, e al suo funerale non si registrarono partecipanti.

Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...