Svizzera, 30 agosto 1965: nel canton Vallese, a 2120 metri di altezza sul livello del mare e a due passi dal confine con l’Italia centinaia di lavoratori di diverse nazioni stavano costruendo la diga di Mattmark. Mancavano pochi mesi alla fine dei lavori e quel lunedì sembrava un giorno qualunque. Nel tardo pomeriggio, però, il personale che si trovava nei prefabbricati adibiti agli alloggi, agli uffici, alle officine e alle mense andò incontro ad un destino crudele. Alle ore 17.15 una valanga di ghiaccio si staccò dal ghiacciaio dell’Allalin: morirono 88 persone, di cui 56 italiani.

La vicinanza geografica con la Svizzera divenne cruciale per l’emigrazione italiana a cavallo tra gli anni ‘50 e ‘60. Il paese accoglieva, in quegli anni, un importante flusso migratorio dallo Stivale ed era notevole, accanto agli italiani, la presenza mediterranea di spagnoli, portoghesi e greci.

Data la neutralità, la Svizzera non partecipò alla seconda guerra mondiale, ma nel quinquennio post 1945 l’economia elvetica uscì comunque indebolita: per ovvie ragioni, i vicini partner storici europei erano al collasso e il carbone, in Svizzera, scarseggiava. Washington, col mastodontico Piano Marshall, finanziò quindi anche Berna: nel biennio 1950-51 arrivarono 250 milioni di dollari e senza il problema interno della ricostruzione si poté subito puntare ad un nuovo rilancio industriale e con i nuovi introiti dare vita agli investimenti tecnologici più innovativi. Occorreva, anche, nuova manodopera e in massa, dal sud Europa, moltissimi emigrarono in Svizzera, in un contesto sociale di non facile inserimento con la comunità locale: i casi di xenofobia e le difficoltà di integrazione sociale erano frequenti.

La vicenda de Mattmark cambiò, in parte, la percezione verso la presenza straniera di altri europei. La tragedia, infatti, unì la nazione nel lutto: accanto ai numerosi italiani e ai diversi spagnoli, austriaci e tedeschi, morirono anche 23 svizzeri, colpendo non poco l’opinione pubblica nazionale scossa dal dramma di una tragedia che poteva essere evitata.

Siamo alla fine degli anni ‘50: proprio in concomitanza col Vajont, nacque anche qui, tra le alte montagne del Vallese, il progetto di costruire una grande diga che avrebbe radicalmente cambiato l’accesso all’energia elettrica delle valli montane del sud della Svizzera. Per tracciare un parallelismo, il Vajont divenne la diga più alta del mondo, Mattmark la diga in terra più grande d’Europa.

Il bacino di Mattmark, fotografia via Wikipedia:

Per la costruzione della struttura, fu scelto uno spazio remoto che domina e chiude la valle di Saas, vicino a Zermatt. Il lago artificiale, non lontano dal Monte Rosa, sorge ad appena 3 chilometri in linea d’aria dal confine con l’Italia: la sovrastante cima del Monte Moro divide Saas dalla Valle Anzasca, in provincia di Verbano-Cusio-Ossola.

I lavori per la diga di Mattmark furono inaugurati nel maggio 1960: la ditta privata Elektro-Watt si aggiudicò l’appalto e con la nascita, nel 1959, della Kraftwerke Mattmark AG (azienda a partecipazione pubblica, con sede a Saas-Grund) furono ripartiti i diritti tra i due gruppi. La diga costò, complessivamente, 490 milioni di franchi svizzeri (in euro circa 455 milioni). Furono impiegati centinaia di operai in un ritmo incessante di lavoro: da contratto, l’attività prevedeva, in gruppi divisi a turno, 11 ore a testa ma facilmente, con gli straordinari, si arrivava fino a 15 ore, in un continuo ciclo di 6 giorni che durava 24 ore su 24. Più volte, l’ispettorato del lavoro cantonale si recò presso il cantiere e notò, sin da subito, alcune anomalie sulle condizioni di vita dei lavoratori: l’impianto idraulico delle baracche in cui gli addetti ai lavori alloggiavano, per esempio, non garantiva un numero di docce a sufficienza e in quel freddo, l’acqua calda non durava a lungo. La richiesta, da parte dell’ispettorato, divenne chiara: si doveva costruire, da subito, una doccia ogni 8 persone.

Bacino idrico Mattmark nella Valle di Saas in Svizzera. Fotografia di Oberpepe condivisa con licenza Creative Commons 3.0 via Wikipedia:

In quel lunedì 30 agosto 1965 gli operai e i vari funzionari ancora all’attivo, lassù tra i monti, erano 750 e mancavano ormai pochi mesi alla fine dei lavori. Passate le 17, la montagna ruggì: una folata di vento gelido soffiò d’improvviso e un fragoroso boato echeggiò in tutta la vallata. La lingua del ghiacciaio Allalin, dalla morena sud, si stava spezzando: 2 milioni di metri cubi di ghiaccio e pietrisco si riversarono, con velocità e violenza, a valle alle 17.15. La furia della valanga durò 30 secondi. Morirono 88 persone tra operai, tecnici e ingegneri: 56 italiani, 23 svizzeri, 4 spagnoli, 2 tedeschi, 2 austriaci e un apolide. Molti sopravvissuti, che in quel momento non si trovavano lungo la scia, persero padri, figli e fratelli.

L’evento divenne la più grave tragedia umana della storia della Svizzera moderna e tra le vittime ci furono anche alcuni bellunesi sfuggiti alla sciagura del Vajont.

Sul luogo del disastro giunsero subito numerosi giornalisti e per i soccorritori il lavoro di recupero non fu facile: sia per motivi logistici, in quanto luogo impervio per il rapido spostamento di tutti i mezzi necessari, sia per motivi umanitari, in quanto difficile reperire, nell’arco di breve tempo e da tutti i cantoni, ogni autorità competente. Intervennero, per primi, la Croce Rossa, l’esercito svizzero e altri volontari: c’erano dieci feriti gravi da assistere e occorrevano quante più mani e strumenti possibili per scavare. Le pesanti lastre di ghiaccio provocarono cumuli altissimi e i corpi giacevano anche fino a 50 metri di profondità: ogni speranza andava, dunque, svanendo.

Entro la prima notte, furono estratti 50 corpi ma all’appello mancavano ancora 38 dispersi. Intanto, anche il termometro non aiutava: il giorno dopo, il 31 agosto, si doveva scavare a 2 gradi sopra lo zero, rendendo di fatto più difficile l’operazione di rimozione delle macerie e alle 15 di quel giorno divenne ufficiale il numero totale delle persone sepolte dalla valanga e non ancora ritrovate, ormai certamente morte. Le attività di soccorso proseguirono a lungo e l’ultima salma fu recuperata solo due anni dopo, nell’agosto del 1967.

La tragedia avvenne in un momento in cui, per l’Italia era ancora fresco il ricordo del disastro belga di Marcinelle dell’8 agosto 1956 (quando perirono in un incendio 262 persone, di cui 136 immigrati italiani) e quello più ravvicinato del Vajont, del 9 ottobre 1963.

Anche il disastro di Mattmark, come quello del Vajont, fu un disastro annunciato? Era imprevedibile o era evitabile?

I prefabbricati, secondo l’ispettorato del lavoro cantonale, non erano sufficientemente sicuri: sorgevano appena sotto il ghiacciaio e in caso di smottamento ogni via di fuga risultava preclusa. Fin lì non fu preso in considerazione il possibile pericolo di valanga che fu, di fatto, col tempo confermato da diversi sondaggi geologici svolti sul campo. Ciò significava, però, interrompere i lavori e andare oltre la scadenza, fissata per il 1966. Con la tragedia del 1965, il cantiere proseguì comunque: la messa in opera fu ultimata nel 1967 e il bacino fu riempito nel 1969. Oggi il lago artificiale contiene 10,5 milioni di metri cubi di acqua e soddisfa il fabbisogno energetico di oltre 150 mila famiglie, producendo 649 milioni di chilowatt all’anno.

La giustizia, in seguito, aprì un’istruttoria per stabilire le responsabilità del disastro: le indagini durarono 4 anni e solo nel 1972 arrivò il fatidico verdetto. Ai familiari delle vittime fu addebitata la metà delle spese processuali e davanti al giudice finirono in 17 con l’accusa di omicidio colposo: direttori e ingegneri facenti parti dell’Elektro-Watt e della Swiss Boring (società attiva nel settore della trivellazione e delle fondazioni speciali) e due funzionari della SUVA (società assicurativa svizzera). Finì tutto nello stesso anno: fu dichiarato, ufficialmente, il disastro ambientale e nel giro di una settimana, tra febbraio e marzo, gli imputati furono tutti assolti. L’unica pena subita da ogni imputato, irrisoria ai fini della sentenza, fu il pagamento di una multa che andava dai 1000 ai 2000 franchi.

In Italia l’accaduto portò a diversi dibattiti in Parlamento a Roma: una Legge speciale, la numero 1231 del 29 ottobre 1965, riconobbe l’assegno ai familiari delle persone decedute e anche la fondazione della Croce Rossa, col tempo, si mobilitò per assegnare fondi alle famiglie delle vittime, provenienti da ogni angolo d’Italia.

La diga, fotografia di pubblico dominio via Wikipedia:

Dopo il processo, una grande manifestazione formata da numerosi studenti e operai si mobilitò, per protesta, il 18 marzo 1972 a Ginevra contro la decisione del tribunale vallese: si chiedeva maggiore giustizia contro le morti bianche e più sicurezza sul lavoro.

La tragedia svizzera dei lavoratori italiani all’estero è la seconda più grande, per l’Italia, nell’Europa contemporanea dopo quella in Belgio di Marcinelle.

Marco Tagliabue, regista, nel 2015 realizzò, col patrocinio della RSI (la TV pubblica della Svizzera Italiana), il documentario “Mattmark, neve e ghiaccio” e lo storico Toni Ricciardi, col suo saggio “Morire a Mattmark”, ha raccontato nei dettagli l’intera storia di un disastro dimenticato.

Nicola Pisetta
Nicola Pisetta

Nicola Pisetta, trentino, appassionato di storia, geografia, sport, viaggi, montagna e mare. Mi basta un libro da leggere in cima alla montagna, nel bosco, steso in spiaggia o davanti al caminetto per sentirmi bene!