­Viene ancora celebrata, in Italia, la commemorazione di uno dei più noti assedi che il Sud Italia subì nella storia: quello della città di Otranto, in Puglia, ad opera dell’Impero Ottomano. Era il 28 luglio 1480 quando l’esercito turco sbarcò nella città salentina, capeggiato dal generale Gedik Ahmed Pascià. Il Castello di Otranto era sprovvisto di fortificazioni e cannoni e questo facilitò l’attacco.

I soldati saccheggiarono e distrussero l’intero centro abitato, i cittadini di sesso maschile di età inferiore ai quindici anni furono i primi a essere uccisi o a essere mandati in schiavitù in Albania, e la stessa sorte toccò a donne e bambini. Quasi tutti i cittadini finirono uccisi nelle maniere più atroci. Circa 800 uomini che erano scampati al massacro, furono intercettati in un secondo momento e condotti sul colle della Minerva, dove furono decapitati dopo il loro rifiuto di convertirsi all’Islam.

I nomi di questi martiri sono attualmente incisi nella cappella di Santa Maria dei Martiri, ad Otranto, dove sono conservate anche le loro ossa, in memoria dell’atroce strage.

Sotto, le reliquie dei martiri di Otranto conservate nella Cattedrale della città. Fotografia di Laurent Massoptier condivisa con licenza CC 2.0 via Wikipedia:

Neanche tre anni fa, degli studiosi, analizzando le ossa contenute nell’ossario dei martiri, si resero conto che uno dei teschi, al contrario degli altri, presentava delle evidenti differenze. La ricerca, pubblicata dal prof. Gino Fornaciari e dalla sua allieva, la prof.ssa Valentina Giuffré, entrambi dell’Università di Pisa, (disponibile gratuitamente su Academia), analizza uno dei teschi che presenta diversi fori nella superficie.

I fori presenti sul cranio della vittima, infatti, sono 16 e, come ha dichiarato Fornaciari, “La forma perfettamente a coppa delle perforazioni incomplete ci porta a ipotizzare l’uso di un particolare tipo di trapano, con una lama a forma di mezzaluna o un po’ tonda; uno strumento di questo tipo non potrebbe produrre dischi di osso, ma solo polvere di ossa”.

A cosa serviva questa polvere ossea?

A quanto risulta dagli studi etnici e antropologici in merito, l’estratto prelevato dai crani aveva la specifica funzione di creare medicinali e pozioni utili a curare individui affetti da epilessia, ictus e fenomeni apoplettici, durante un fenomeno più ampio noto come “Cannibalismo Medicinale”. Questa bevanda, che fu adoperata come rimedio farmacologico fino al XVIII secolo, si riteneva fosse in grado di scacciare i demoni e le entità negative che affliggevano il cervello del paziente.

Ma le curiosità, a proposito della strage di Otranto, non finiscono qui.

A quanto pare, difatti, in Italia, ci fu un uomo che aveva predetto che l’attacco ottomano sarebbe avvenuto, lungo le coste del Salento. Quest’uomo era San Francesco di Paola.

Taumaturgo calabrese residente nell’omonimo paese di Paola e noto ancor oggi, in tutto il mondo, per i miracoli che lo resero celebre (tra cui prodigiose guarigioni di non vedenti ed infermi, levitazioni, il blocco di una parete rocciosa durante la sua caduta) San Francesco fu una figura di spicco del tardo Medioevo italiano, tanto da essere scelto come protagonista di celebri opere letterarie della portata di “Luigi XI” di Casimir Delavigne e “Torquemada” di Victor Hugo, in cui il frate si trova in prima persona a disputare con l’efferato inquisitore spagnolo.

Qualche mese prima dell’attacco ottomano al Salento, il frate, che aveva fondato l’Ordine dei Minimi costruendo una serie di conventi dalla Calabria alla Sicilia, si era premurato di inviare al re, Ferdinando d’Aragona, una lettera in cui descriveva l’imminente pericolo dell’esercito turco in arrivo sulle nostre coste, invitandolo ad abbandonare le guerre intestine in Toscana, capeggiate dal figlio Alfonso, per tornare al sud.

Sotto, statua di Ferdinando d’Aragona (1423-1494) conservata al Louvre. Fotografia di Vipstano condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 via Wikipedia:

Il sovrano, che già provava nei confronti del frate paolano una forte avversità, soprattutto per la battaglia ideologica che San Francesco compiva ogni giorno contro gli sprechi e il lusso della Chiesa di Roma e del regno nei confronti del popolo, ordinò l’immediato arresto del frate, additandolo come millantatore.

Si presentarono quindi, nel paesino di Paterno, dove San Francesco pregava nella sua chiesetta, le guardie dell’esercito di re Ferrante, inviati da Napoli. Gli agiografi del tempo raccontano che, avendo il frate udito il loro arrivo, scomparve improvvisamente, come fosse diventato invisibile. Una volta giunte le guardie all’interno del convento, si materializzò poi alle loro spalle, spaventandoli a morte. Dopodiché, interrogando i soldati sul perché volessero arrestarlo, San Francesco riuscì a farli riflettere sull’insensatezza dell’ordine ricevuto dal loro re. Le guardie, terrorizzate e allo stesso tempo affascinate dal prodigio verificatosi, non esitarono a tornare a Napoli senza Francesco, raccontando poi al re quanto fosse successo.

L’agiografia cristiana crea un’iperbole della realtà storica

Qualche mese dopo si verificò l’invasione ottomana a Otranto. I cittadini vittime dell’attacco non ricevettero alcun aiuto da parte delle truppe del Re e ci volle un anno perché il Regno di Napoli riacquistasse potere sul territorio pugliese. Ciò avvenne principalmente grazie alla morte di Maometto II, con il quale lo stesso Ferrante, in passato, aveva intrattenuto rapporti diplomatici in funzione anti-veneziana.

Sotto, ritratto di Maometto II (1432-1481), il sovrano che pose fine all’Impero Romano d’Oriente nel 1453:

Sotto, Papa Sisto IV (1414-1484):

Con il pretesto di guarire il re francese Luigi XI, gravemente malato, frate Francesco fu dunque inviato alla corte di Amboise e non poté di certo opporsi a tale scelta, consapevole che, se non avesse accettato, il re avrebbe operato ritorsioni contro i suoi adepti.

Una volta alla corte, Francesco visitò il re che soffriva di un male incurabile, e lo stesso Francesco non poté che redimerlo dai peccati compiuti in attesa di una redenzione. Dopo la morte di Luigi XI, Francesco, che ormai era amato da tutti al castello di Amboise, rimase in Francia, dove si occupò di crescere Carlo VIII, figlio del re defunto, regolò i rapporti tra Francia e Inghilterra e continuò costantemente a pregare per la buona sorte delle sue genti, in Calabria, dalle quali gli era stato impedito di ritornare, malgrado le sue richieste. Il frate, infatti, costituiva una guida spirituale per le popolazioni del meridione, affamate e sfruttate dai signori. Le invitava a ribellarsi al potere: celebre è l’episodio agiografico in cui il frate, durante un discorso con il sovrano, spezzò, di fronte alla folla, una moneta da cui sgorgò sangue, per rendere l’idea di quanto la gente soffrisse a livello sociale.

Sotto, Carlo VIII di Francia (1470-1498):

Nel frattempo, in Italia, durante la rivolta dei Baroni del 1485, Ferdinando d’Aragona si era visto attaccato dai nobili del Regno di Napoli che volevano spodestarlo, ma, con l’appoggio della signoria milanese degli Sforza, riuscì a far giustiziare quasi tutti i suoi oppositori ordendo la famosa “Congiura dei Baroni” all’interno del suo palazzo. Solo Antonello Sanseverino, capo della rivolta, riuscì a scappare. Quest’ultimo, infatti, travestendosi da mulattiere, fuggì alla corte del Re di Francia, dove si trovava il frate Francesco, e meditò la vendetta nei confronti di Re Ferrante, che aveva ucciso tutti i suoi compagni: era il 1495 quando il re Carlo VIII assediava Napoli, con un esercito capeggiato dallo stesso Sanseverino. San Francesco di Paola, in tutto ciò, pur essendo un grande amico di Sanseverino, non intrattenne alcun rapporto epistolare né con il re né col Papa, speranzoso che alcuna vendetta fosse compiuta nei confronti dei suoi confratelli italiani.

Nel 1494 moriva Ferrante, mentre Francesco di Paola restava alla corte di Francia, fino alla data della sua morte, all’età di novantuno anni, nel 1507. In quello stesso anno, giunse ad Amboise Leonardo Da Vinci, che divenne la nuova celebrità di corte, prendendo il posto come italiano di Francesco di Paola.

La città di Otranto, ancor oggi, celebra, a maggio, una festa in onore di San Francesco, nominato compatrono della città pugliese. Sono diffusi in tutto il mondo, da Palermo, a Venezia, alla città francese di Tours fino all’Argentina e al Brasile, i conventi eretti in onore di Francesco di Paola.

L’ossario di Otranto, invece, che si trova nella Cattedrale della Città, presenta ancora la fila di teschi delle vittime, uno dei quali col viso rivolto verso la parete e i fori in bella vista. Una strage, insomma, che oltre a ricordarci la profonda sofferenza dettata dalle persecuzioni religiose, apre la pista a uno scenario sfaccettato che dalla magia degli elementi alla superstizione arriva fino ai giorni nostri.

Categorie: Storia

Giorgia Maria Pagliaro

Giorgia Maria Pagliaro

Giorgia Maria Pagliaro è nata a Paola (prov. di Cosenza) l'11 luglio 1990, è laureata in lettere classiche e filologia. Lavora come docente e revisiona e scrive testi per la casa editrice Dioscuri. Giornalista pubblicista dal 2009, è da sempre interessata ai temi di inchiesta e di mistero, con un'attenzione particolare per l'epoca rinascimentale e la storia dell'inquisizione in Italia. Da sempre in giro per archivi e biblioteche, ama collezionare documenti e notizie utili alle sue ricerche.