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Storia Contemporanea

La strage di Bronte: la prima vergogna dell’Italia Unita

Cosa ha a che fare l’ammiraglio Horatio Nelson, osannato eroe britannico e antagonista storico dei rivali francesi, con la spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi? Nello svolgersi dei fatti, praticamente nulla, visto che l’ammiraglio muore nel 1805 a Trafalgar, l’ultima delle sue battaglie vinte contro la flotta franco-spagnola.

Eppure, Nelson è in qualche modo coinvolto – tramite i suoi eredi – con quella che i giornalisti Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo definiscono “la perdita dell’innocenza” dell’impresa dei Mille: i fatti di Bronte.

La vergogna di Bronte parte da molto lontano, addirittura dal 1798, quando Nelson porta in salvo in Sicilia Ferdinando IV di Borbone e la sua autoritaria moglie, Maria Carolina d’Austria, in fuga dalle truppe francesi. L’ammiraglio inglese poi, nel 1799, favorisce la caduta della giovanissima Repubblica di Napoli, e rimette sul trono la coppia reale.

I Borbone e l’Ammiraglio Nelson

Maria Carolina d’Austria ha come fidata consigliera l’avventuriera inglese Emma Hamilton, sensuale e intraprendente moglie dell’ambasciatore britannico a Napoli. La donna, che secondo le malelingue dell’epoca ha con la regina un rapporto che va ben oltre l’amicizia, rimane folgorata da Nelson, e lui altrettanto. Lo conosce proprio a Napoli nel 1793, e lo aiuta ad ottenere l’aiuto dei Borbone contro i francesi. Emma rimarrà legata all’ammiraglio e anche al marito, in un singolare menage a trois, fino alla morte di entrambi e poi, senza mezzi propri, finirà i suoi giorni a Parigi, alcolizzata e nella più nera miseria.

A quanto pare è proprio lei a convincere Nelson della necessità di giustiziare, nel 1799, un gran numero di insorti repubblicani, quando invece il Comandante Generale del Re, Fabrizio Ruffo, aveva garantito per la loro salvezza. L’ammiraglio Francesco Caracciolo viene condannato all’ergastolo, ma Nelson in persona pretende la pena di morte. All’ufficiale, impiccato su una nave della Real Marina del Regno, non viene concessa la morte per fucilazione e nemmeno l’onore di un funerale. Il suo corpo viene gettato in mare con dei pesi alle gambe, ma dopo un paio di giorni il cadavere riaffiora proprio sotto gli occhi di Ferdinando, che in quel periodo se ne stava al riparo su una nave inglese, e i napoletani possono così dargli degna sepoltura.

Dopo tutte queste vicende Ferdinando, che deve in qualche modo sdebitarsi, conferisce a Nelson il titolo di Duca di Bronte, con annesso un feudo di circa 25.000 ettari, da allora in poi conosciuto come Ducea di Nelson. La proprietà comprende anche il popoloso comune di Bronte, che all’epoca conta all’incirca 11.000 abitanti, oltre all’antica abbazia di Santa Maria di Maniace.

La proprietà prende il nome di Ducea – ducato -, ma in realtà mantiene le prerogative di un feudo, visto che nel decreto di concessione “in perpetuo”, è previsto il “mero e misto imperio ed il diritto di vita e di morte sugli abitanti della terra e del comune di Bronte”. La dicitura “in perpetuo”, ovvero il diritto di lasciare il ducato in eredità, avrà delle conseguenze che si protrarranno addirittura fino agli anni ’60 del 1900.

Per gli abitanti di Bronte, per contadini e braccianti di quel lembo di terra, non cambia molto: rimangono soggetti al nuovo Duca come lo erano stati all’Ospedale di Palermo. Perdono però un diritto faticosamente acquisito nel corso dei secoli precedenti. Il comune di Bronte aveva un contenzioso aperto con l’Ospedale, perché Innocenzo VIII, su intercessione di Rodrigo Borgia, il futuro papa Alessandro VI, dona il feudo senza averne titolo, come scriveranno poi gli avvocati del municipio: “Non era padrone di Bronte, in conseguenza non poteva trasferire in altri ciò che non avea”. La gestione del feudo da parte dell’Ospedale, dal 1491 al 1799, è quanto mai rapace e personalistica, “[…] il territorio comunale viene requisito e fagocitato nella riserva feudale, i contadini perdono i tradizionali usi civici” (Vincenzo Pappalardo) come il diritto di pascolo e di far legna nei boschi, ma non solo. I contadini non possono lasciare le terre e trasferirsi nemmeno quando epidemie, carestie ed eruzioni dell’Etna li riducono alla fame.

Nel 1523, il Comune di Bronte intraprende una causa, persa in partenza, contro l’Ospedale, che è sostenuto da tutte le autorità civili e religiose. Nel 1638, dietro pagamento di una somma ingentissima, saldata nell’arco di un secolo, il municipio di Bronte riesce ad acquistare almeno “il mero e misto imperio” (il diritto di esercitare la giustizia civile e penale, con facoltà di comminare anche la pena di morte). Un diritto che invece viene nuovamente conferito al neo proclamato Duca di Bronte, come se nulla fosse accaduto nei secoli precedenti. Mentre il resto d’Europa è alle prese con le istanze di libertà e giustizia propugnate dalla Rivoluzione Francese, in quell’angolo di Sicilia si ripristina un’antica forma di vassallaggio.

Nelson, sempre preso dalle sue battaglie, quasi certamente non mette mai piede nel feudo, ma è estremamente orgoglioso del titolo, e dal 1799 si firmerà sempre Duca di Bronte. Tutta la vicenda viene ampiamente riportata in Inghilterra, tanto che un suo grande ammiratore, un pastore protestante che di cognome faceva Prunty o Brunty, lo cambia in Bronte: è il padre delle future romanziere Charlotte ed Emily Bronte, che poi scriverà il romanzo “cime tempestose”. Emma Hamilton, e la figlia illegittima avuta da Nelson, Horatia, non ricevono il feudo in eredità, che passa al fratello dell’ammiraglio, il reverendo William Nelson, e poi a sua figlia, lady Charlotte Mary, coniugata Hood.

Le speranze disattese

La causa legale tra gli eredi di Nelson e il comune etneo, che vuole vedere riconosciuti i diritti in precedenza acquisiti e acquistati a carissimo prezzo, prosegue fino al 1860, quando lo sbarco dei Mille a Marsala ridona una speranza di giustizia ai brontesi, esacerbati da secoli di sottomissione e miseria.

Dal 1799, nella Ducea Nelson si erano susseguiti vari amministratori, tutti orientati a mantenere i privilegi di tipo feudale, come la chiusura dei sentieri di campagna (le trazzere) e l’imposizione di un pedaggio a chi doveva arrivare al proprio campo o portare gli animali al pascolo, oppure il divieto di accedere ai boschi per far legna o raccogliere erbe spontanee commestibili. Dopo i moti del 1848, qualcuno si era illuso che potesse cambiare qualcosa, ma la redistribuzione di alcuni terreni della Ducea va invece a vantaggio non dei braccianti nullatenenti, ma di qualche personaggio di riguardo della buona società locale: la famosa frase pronunciata da Tancredi ne Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”, può essere usata anche molto prima del contesto in cui è inserita.

Poi arriva Garibaldi e, in pochi giorni, tutto sembra cambiare grazie ai suoi svariati proclami che, tra l’altro, sciolgono i consigli civici composti dai sostenitori dei Borbone, aboliscono l’odiatissima e iniqua tassa sulla macinazione del grano e impongono, il 2 giugno 1860, l’assegnazione delle terre demaniali ai contadini nullatenenti.

Ma Bronte sembra essere un altro mondo. Le terre non vengono divise e la tassa sul macinato non viene abolita, ma non solo: il nuovo consiglio civico è formato – su pressione del console inglese – da personaggi legati ai Nelson. Sono i cosiddetti Ducali, chiamati anche “Cappelli”, per il loro diritto ad indossare appunto il cappello, mentre ai contadini è concesso solo l’uso della coppola. In contrapposizione ci sono i Comunisti, ovvero i sostenitori del Comune, che appartengono al popolino, con qualche eccezione, come l’avvocato Nicolò Lombardo, protagonista dei moti del 1848.

Insomma, in quell’estate del 1860, viste le speranze negate e le promesse disattese, a Bronte la situazione diventa esplosiva: ci sono svariate manifestazioni popolari contro i “cappelli”, fino a quando, il 2 agosto, si arriva a una sorta di resa dei conti:

Gli interessi opposti di classe, le ambizioni deluse, la sete di vendetta, gli inve­te­rati odii covati nel seno dei contadini resero il conflitto inevitabile, fatale”, scriverà lo storico Benedetto Radice.

A mettere in guardia nobili e notabili, già da qualche giorno andava in giro per Bronte Nunzio Ciraldo Fraiunco – il matto del paese, sicuramente istigato da qualcuno – che armato di trombetta cantilenava “Cappelli guaddàtivi, l’ura du giudizziu s’avvicina, pòpulu non mancari all’appellu”, proprio sotto le case dei Ducali. Radice commenta: “I galantuomini, veri dementi, ridevano del matto, mentre i popolani affilavano scuri e coltelli e preparavano polveri, aprendo l’anima alla brama di selvagge vendette”.

La strage

Nella notte tra l’1 e il 2 agosto c’è tutto un silenzioso movimento di rivoltosi che arrivano dalle campagne vicine, mentre qualche notabile con la vista più lunga degli altri riesce a lasciare il paese. Tutti gli altri si ritrovano assediati nelle loro case quando tra le strade risuona il grido “Guai a chi è contro il popolo”.

Si consuma così la tragedia, in una sommossa che non ha più una guida politica e si presta anche a personali vendette, mentre l’avvocato Nicolò Lombardo non è in grado di controllare i suoi seguaci, in preda a una ferocia inaudita e aizzati anche da alcuni elementi violenti scappati dalle carceri.

Il tragico bilancio della rivolta, che si prolunga fino al 4 agosto, conta sedici morti: oltre alla guardia municipale vengono uccisi alcuni funzionari della Ducea e del Comune. Finiscono incendiate decine di case, il teatro e l’archivio comunale; le tre compagnie locali della Guardia Nazionale nulla possono per contrastare tanta violenza, e una quarta compagnia, arrivata da Catania il quattro agosto, fa subito dietro-front senza intervenire. Solo il 5 agosto, quando gli animi si sono già calmati, fanno il loro ingresso a Bronte 300 soldati, comandati dal Colonnello Giuseppe Poulet, che si fa consegnare le armi.

La reazione degli inglesi è immediata. Mentre la duchessa Charlotte Nelson Hood se ne sta in patria, gli amministratori del feudo si preoccupano di difendere le sue proprietà in Sicilia, supportati dal Console Generale britannico, John Goodwin. Proprio lui sollecita Garibaldi a riportare l’ordine nella Ducea, per salvaguardare gli interessi della sua compatriota. Interessi che sono all’opposto di quanto propugnato da Garibaldi stesso con i suoi proclami, e che vanno senza dubbio contro i diritti del popolo di Bronte.

Il Generale non perde tempo e lo rassicura, tramite il Segretario di Stato, in una lettera indirizzata al console, nella quale rende noto di aver dato, quello stesso giorno, “energiche disposizioni” volte a tutelare la proprietà di Lady Nelson, Duchessa di Bronte.

Perché Garibaldi si sottomette al volere degli inglesi?

Il motivo è semplice: è in debito con gli inglesi, che per svariati motivi sia politici sia economici, dopo aver sostenuto a lungo i Borbone, trovano più conveniente favorire un governo indipendentista siciliano, se non addirittura provocare la caduta del Regno delle due Sicilie.

La spedizione dei Mille, Garibaldi e gli Inglesi

Proprio in Sicilia, rispetto al resto del regno borbonico, la spinta rivoluzionaria è più forte, alimentata dalla durissima repressione dei moti rivoluzionari del ’48, che avevano reso l’isola indipendente per circa un anno. Con poca lungimiranza, i Borbone non adottano alcuna concessione di tipo liberale per tentare di placare gli animi, provocando quindi quelle insurrezioni popolari che favoriranno l’impresa dei Mille. Garibaldi, difatti, accetta di guidarla solo perché è abbastanza certo di ricevere il sostegno popolare, cosa che di fatto avviene, al contrario di quanto era accaduto, ad esempio, nella sfortunata impresa di Carlo Pisacane a Sapri. Per lo stesso motivo, quando inizia a profilarsi la missione di Garibaldi, sollecitata da patrioti siciliani come Rosolino Pilo e Francesco Crispi, la Gran Bretagna decide di appoggiarla, soprattutto per le sue implicazioni anti-francesi. In Inghilterra, il sostegno alla lotta per l’unità d’Italia è molto forte, anche grazie alla presenza di molti fuorusciti che fanno propaganda politica, come ad esempio Giuseppe Mazzini. Viene organizzata una raccolta fondi, il Garibaldi Special Fund, che finanzia anche la missione di un gruppo di combattenti volontari, detti Garibaldi Excursionist, che partecipano alla spedizione dei Mille, ma solo dalla metà di ottobre del 1860.

Nonostante queste premesse, Garibaldi tentenna fino all’ultimo, e pensa addirittura di rinunciare dopo la fallita Rivolta della Gancia a Palermo, su cui vale la pena spendere due parole, anche solo per riaffermare, ove ce ne fosse bisogno, che i Borbone non erano per nulla amati dal popolo siciliano.

Intermezzo: la Rivolta della Gancia

Il 3 aprile 1860 viene sedata una sommossa popolare nelle vicinanze di Palermo, ma la spinta rivoluzionaria non si ferma. Nel cuore antico della città, la Kalsa, c’è il convento della Gancia, fondato dai frati francescani intorno al 1480. La notte del 3 aprile, all’incirca 60 rivoltosi si nascondono proprio lì, nel convento, dove avevano già portato armi e munizioni, con il consenso dei frati. Alle 5 del mattino le campane della chiesa adiacente suonano a distesa, per richiamare i gruppi di rivoltosi in attesa sulle colline intorno a Palermo. Le cose non vanno però come previsto, perché uno dei frati aveva avvisato il capo della polizia che, intervenendo subito, impedisce lo scoppio dell’insurrezione. Il capo dei rivoluzionari, Francesco Riso, muore per le ferite riportate, e insieme a lui una ventina di suoi compagni. Due rivoltosi, che sfuggono all’arresto nascondendosi sotto i cadaveri, aprono un pertugio attraverso il muro della chiesa – conosciuto oggi come “buca della salvezza – e da lì scappano. A favorire la fuga contribuiscono delle popolane, che fingono una furiosa lite per distrarre l’attenzione dei militari borbonici, mentre un carrettiere di passaggio li nasconde sotto uno strato di paglia. Hanno molta meno fortuna i 13 uomini arrestati, che vengono fucilati, senza processo, il 14 aprile 1860. L’esecuzione sommaria doveva servire da monito a chiunque avesse velleità rivoluzionarie, ma ormai il fuoco della rivolta era acceso e nei giorni successivi si susseguono altre insurrezioni, tutte represse con estrema violenza. In questo contesto, si comprende bene perché Garibaldi viene sostenuto, dopo lo sbarco a Marsala, dai patrioti siciliani, che contribuiscono, anche con il loro sangue, alla caduta dei Borbone.

Lo sbarco e il “nascosto” sostegno inglese

Dopo aver rimandato la partenza prevista per il 28 aprile, il 5 maggio del 1860, Garibaldi e 1162 uomini salpano a bordo di due navi dal porto di Quarto. Quando stanno per sbarcare in Sicilia, scelgono Marsala perché proprio un veliero inglese, ma anche una barca di pescatori siciliani, li informa che in quel porto non ci sono navi della Marina borbonica…. e non solo. A vigilare sullo sbarco ci sono in rada due cannoniere inglesi, arrivate da Malta per proteggere, almeno ufficialmente, gli interessi dei numerosi commercianti britannici che, durante il decennio di protettorato inglese – tra il 1806 e il 1815 – si erano trasferiti in Sicilia.

A onor del vero, le due navi della Royal Navy rimangono “neutrali”. Curiosamente invece, la corvetta della Marina borbonica inviata a Marsala per tentare di impedire lo sbarco, non interviene. Guarda caso, il comandante della nave è l’ammiraglio Guglielmo Acton, discendente di una famiglia inglese poi stabilitasi nel Regno delle due Sicilie. L’alto ufficiale scambia, a suo dire, le Camicie Rosse di Garibaldi, già sbarcate, con soldati britannici dalla divisa rossa, i Red Coats (Cappotti Rossi), e quindi non impartisce l’ordine di aprire il fuoco contro di loro, a quanto pare dietro suggerimento di qualcuno vicino al governo britannico. Per inciso, l’ammiraglio poi continua la sua carriera nella Regia Marina italiana, fino a diventare ministro della Marina e senatore.

Alla luce di tutto ciò, risulta evidente il grosso debito di Garibaldi nei confronti degli inglesi, che gli presentano il conto a Bronte: il Console Generale Goodwin non solo indica per nome e cognome chi deve essere arrestato, ma ha addirittura l’arroganza di dare per certe le loro condanne, senza nemmeno aspettare che sia istruito il processo. Il Console Generale, supportato anche dal suo omologo di Catania, pretende la testa dell’avvocato Nicolò Lombardo, considerato l’anima della rivolta, e di altri due patrioti già conosciuti per aver partecipato ai moti del 1848, “da far ricercare e arrestare […] onde essere giudicati dall’autorità competente e condannati a mente delle leggi.”

La repressione

Ad occuparsi della faccenda, “nella più sollecita ed effettiva maniera” (come preteso da Goodwin), Garibaldi manda il più fedele e intraprendente tra i suoi luogotenenti, Nino Bixio, che arriva a Bronte il 6 agosto.

Bixio vuole liquidare quel caso il più velocemente possibile, ansioso com’è di tornare a combattere al fianco del suo generale, ormai in procinto di attraversare lo stretto e sbarcare in Calabria. E’ lì che si sta facendo la storia, e lui non può mancare. Non vuole perdere tempo con una rivolta locale, nata peraltro proprio per mettere in atto i proclami di Garibaldi. A Bronte la sommossa è ormai cessata e, come ben compreso dallo stesso Bixio, “gli insorti sono naturalmente fuggiti”. Nonostante ciò, l’intero paese viene accusato di “lesa umanità”, e gravato da straordinarie tasse di guerra.

Il primo ad essere arrestato è Nicolò Lombardo che, nonostante sia esortato a fuggire, si presenta spontaneamente a Bixio, certo di poter dimostrare la propria innocenza. Invece non ha modo di discolparsi, non viene nemmeno ascoltato, mentre i suoi avversari politici lo accusano di essere a capo della rivolta. Intanto Bixio, in tutta fretta, istruisce un processo con esito già deciso, visto che scrive: “La commissione mista di guerra sta istruendo sommariamente i processi, i capi saranno fucilati e i complici condotti a Messina innanzi al Consiglio di Guerra”.

Il dibattimento in aula dura appena quattro ore, giusto il tempo di ascoltare i testimoni dell’accusa ma non quelli della difesa. Una difesa che viene comunque impedita: all’avvocato designato in tutta fretta da quattro dei sette imputati, viene concessa un’ora di tempo per studiare le carte, ascoltare gli accusati, presentare eventuali eccezioni e note difensive. Pare che, facendo miracoli, l’avvocato abbia impiegato due ore per portare a termine l’incarico, e così il tribunale rigetta le sue istanze. In sostanza, quel processo “è un momento di aberrazione giuridica senza pari” che “rimane come un marchio di infamia […] di una politica senza scrupoli”, come scrive Maria Serena Mavica, in una tesi sugli eventi di Bronte.

Cinque imputati vengono condannati alla fucilazione. Solo l’avvocato Nicolò Lombardo appartiene al ceto borghese, mentre gli altri sono tutti popolani, quelli che più avevano sperato nella rivoluzione garibaldina. Tra loro c’é anche Nunzio Ciraldo Fraiunco, “lo scemo del paese” che, tenendo fra le mani un’immagine della Madonna, rimane incredibilmente illeso dopo la scarica dei fucili. Il pover’uomo implora quindi la grazia, ma viene invece finito con un colpo alla nuca.

La storia dei Fatti di Bronte non finisce qui: per tutti gli altri 145 imputati si svolge, a Catania, un processo che si conclude nel 1863, con 37 condanne ma nessuna pena di morte. E’ quindi legittimo chiedersi se, con un equo processo, anche i cinque uomini fucilati in tutta fretta all’indomani degli eventi avrebbero avuto pene diverse.

Nella Ducea di Bronte, comunque, nessun privilegio viene abolito, nessuna miseria riscattata: alla fin fine si ritorna sempre alle parole di Tancredi ne Il gattopardo. Ma anche a quelle di Giovanni Verga, che su quei fatti scrive la novella “La Libertà”. La sua amara constatazione finale lascia poche speranze: tutti sono tornati a fare quello facevano prima, restano gli sfruttati e gli sfruttatori, “così fu fatta la pace”.

E lì a Bronte nulla cambia nemmeno dopo la proclamazione del Regno d’Italia, l’avvento del regime fascista e la nascita della Repubblica: anche la riforma agraria del 1952 lascia la proprietà del feudo ai discendenti di Nelson. Solo tra il 1963 e il 1965 i contadini di Bronte, ancora costretti a lottare aspramente per i loro diritti, ottengono la redistribuzione delle terre della Ducea, ma la controversia tra il Comune di Bronte e i Nelson si chiude solo nel 1981, quando l’ultimo erede vende al Municipio tutto ciò che era rimasto di sua proprietà, tranne il piccolo cimitero inglese attiguo all’abbazia di Maniace e, ovviamente, il titolo di Duca di Bronte…

Tutta questa vicenda non viene troppo raccontata nei libri di storia, per un motivo ben descritto da Leonardo Sciascia. Si tratta di una sorta di “scheletro nell’armadio” di cui tutti sanno, ma di cui nessuno vuole parlare, “perché i panni sporchi, non che lavarsi in famiglia, non si lavano addirittura”. Perché è una pagina di storia vergognosa che testimonia “quel che il Risorgimento non è stato, idea non realizzata; speranza dolorosamente delusa; e ancora ne portiamo pena e remora”.

Lo scrittore non esprime certo un rimpianto per il governo dei Borbone, dal cui giogo i siciliani volevano a tutti i costi affrancarsi, come dimostrano tutti i moti rivoluzionari partiti proprio dall’isola. Le parole di Sciascia ci pongono però di fronte al naufragare di un sogno che, come tutti i sogni, si è infranto nell’agire dei singoli uomini, nella visione limitata della politica contingente, nella miseria di interessi personali, insomma nella realtà, che quasi mai, ha nulla a che vedere con i sogni…

Destini

Horatio Nelson: assurge ad eroe nazionale dell’Impero Britannico mentre è ancora in vita, perché sconfigge  Napoleone Bonaparte, le flotte di Danimarca e Svezia, e le forze franco-spagnole a Trafalgar. Durante quest’ultima battaglia, il 21 ottobre 1805, muore per un colpo di moschetto.

Ferdinando I: nei suoi 65 anni di regno non mostra mai un gran impegno negli affari di governo, anzi: preferisce andare a caccia o a pesca e cavalcare, oltreché mescolarsi con il popolo e soprattutto con le popolane. Muore il 4 gennaio del 1825 e sarà ricordato non per le sue qualità di sovrano, ma per l’abitudine di tradire patti e giuramenti pur di mantenere il potere assoluto della monarchia.

Maria Carolina d’Austria: l’alleanza tra i Borbone e gli Asburgo si concretizza anche attraverso il matrimonio tra Ferdinando e Maria Carolina, nel 1768. La sovrana è l’opposto del marito: colta, amante delle arti e dedita al governo del regno, di cui si occupa in prima persona. Pare che Bonaparte l’abbia definita “l’unico uomo del Regno di Napoli”. Nel 1813 è costretta a tornare in Austria, perché ormai invisa agli inglesi, che hanno acquisito un grande potere nel regno borbonico. Muore a Vienna l’8 settembre 1814.

Rosolino Pilo: di nascita nobile, Rosolino è in prima fila durante i moti rivoluzionari siciliani del 1948, che portano a un Regno di Sicilia costituzionale e indipendente, durato appena un anno. Dopo il ritorno dei Borbone, Pilo si sposta tra Genova, Torino e Malta, e poi di nuovo in Sicilia, quando le nuove insurrezioni del 1860 ridanno speranza ai patrioti. Organizza delle forze a sostegno di Garibaldi che sta marciando su Palermo, e muore durante un’azione diversiva nei pressi Monreale, il 21 maggio 1860.

Nino Bixio: è uno dei protagonisti del Risorgimento italiano, attivo molto tempo prima di partecipare all’impresa dei Mille. Viene eletto deputato del Regno nel 1861, poi senatore nel 1870, dopo la presa di Roma. Ha un carattere focoso e ribelle, e un animo avventuroso che lo porta in Estremo Oriente, dove vuole avviare un’impresa di navigazione. Muore di colera, mentre è in mare nei pressi di Sumatra, il 16 dicembre 1873. Forse, sulla sua coscienza grava per sempre il ricordo dei fatti di Bronte, che in una lettera alla moglie definisce “missione maledetta, dove l’uomo della mia natura non dovrebbe mai essere destinato”.

Per saperne di più: nel sito Bronte Insieme si trova un’accuratissima ricostruzione dei fatti, con documenti, testimonianze dell’epoca, fonti d’archivio e un ampio resoconto di chi si è occupato, a vario titolo (scrittori, giornalisti, storici, magistrati), di raccontare questa triste vicenda.

Di Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.

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