Dove c’è un crimine, prima o poi, c’e sempre anche un capro espiatorio.

Il capro espiatorio ideale non è mai un innocente, perché questa mistificazione non trarrebbe nessuno in inganno. Il capro espiatorio ideale è brutto, sporco e cattivo. È la personificazione del male secondo la mentalità del suo tempo.

Sotto, il video racconto dell’articolo sul canale Youtube di Vanilla Magazine:

Una volta, i capri espiatori ideali erano i “mostri”, le persone deformi, dall’aspetto ripugnante. Il noto patologo Pierluigi Baima Bollone, in “Gli ultimi giorni di Gesù” ci spiega che gran parte di ciò che sappiamo sugli effetti della crocifissione lo abbiamo appreso dall’esame dei resti di un giovane giudeo, rinvenuti nel 1968 all’interno di uno degli ossari trovati in una tomba del I secolo, in località Giv’at ha-Mivtar, vicino Gerusalemme. Una iscrizione in aramaico ci dice che appartenevano a un certo Yhvhnn, ossia Giovanni. Giovanni morì crocifisso nello stesso periodo narrato dai Vangeli sinottici. Giovanni, da vivo, aveva una deformità evidente del volto, un labbro leporino molto accentuato. Non si sa perché sia finito sulla croce.

A Milano, durante gli scavi per la stazione metropolitana di S.Ambrogio, è stato rinvenuto, in un altro antico cimitero, lo scheletro di un ragazzo ivi seppellito in un momento imprecisato tra il 1290 e il 1430. Lo scheletro del ragazzo presenta alcune evidenti deformità, tra cui le cosidette “ossa wormiane”. Però non è morto per effetto di queste, ma per effetto del supplizio della ruota, uno dei più barbari modi inventati in passato per prolungare l’agonia dei condannati a morte. Poiché non si capisce quale delitto avesse potuto commettere un uomo così palesemente disabile, è stata fatta l’ipotesi che possa essere stato vittima di una sorta di “sacrificio umano” durante una delle tante pestilenze del tempo.

Sotto, lo scheletro di un uomo giustiziato sulla ruota, di età compresa tra i 25 e i 30 anni, in un’epoca compresa fra il XVI e il XVIII secolo. Scoperto nel 2014, nel luogo di esecuzione Pöls-Oberkurzheim (Stiria), in Austria. Lo scheletro è esposto al castello di Riegersburg. Fotografia condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 via Wikipedia:

Un team di storici e giuristi ha esaminato i verbali di una lunga serie di processi svolti negli Stati Uniti durante il XX secolo e conclusi con la condanna capitale, e la successiva esecuzione, dell’imputato. È risultato che almeno 892 di questi erano palesemente irregolari e che le condanne vennero pronunciate in base a prove inesistenti, o sicuramente false, o in assenza di prove sulla sola base della pressione psicologica esercitata sulle giurie. Tutti i condannati in questione erano dei poveracci: vagabondi, alcolizzati, disoccupati, spesso già pregiudicati per altri reati, in gran parte di colore. Ricodiamo a tal proposito la storia di George Stinney Jr, uno dei più giovani condannati a morte della storia.

E così, ingiustizia è fatta, per la gioia di chi è convinto che versare il sangue altrui sia il miglior modo di lavare la propria luridissima coscienza.

Ma non esistono solo i capri espiatori in senso giudiziario. Esistono anche quelli in senso storico. E prendono forma seguendo lo stesso schema. I capri espiatori storici sono quelli che, poiché ne hanno fatte di tutti i colori, si vedono attribuire anche quello che non hanno fatto.

Sono sempre cose imbarazzanti da studiare e anche da raccontare perché, a una lettura superficiale, può sembrare che si stia facendo del revisionismo, che si stia cercando di riabilitare dei criminali che non meritano alcuna pietà. In realtà le cose non stanno esattamente così: questo genere di “revisionismo” (sempre ammesso che si possa usare questo termine) serve a inchiodare alle proprie responsabilità dei criminali che non sono stati da meno, ma l’hanno sempre fatta franca.

I nazisti, in questo senso, sono il capro espiatorio perfetto

Nessuno che abbia un briciolo di dignità personale rischierebbe di mettere la propria faccia per esporsi a loro favore. Occorre un bel coraggio a dire, ancora oggi, “No, non sono stati i nazisti”, anche senza nessunissima intenzione di riabilitarli, solo per ristabilire la verità storica.

Già Franco Giustolisi, dopo lunghi e approfonditi studi sul cosiddetto “Armadio della vergogna” (un armadio del palazzo romano Cesi-Gaddi, sede del Consiglio della Magistratura Militare, all’interno del quale vennero rinvenuti, nel 1994, i dossier relativi a 695 inchieste per stragi nazifasciste, tutte deliberatamente insabbiate), sottolineò che una delle più probabili cause degli insabbiamenti stava nel fatto che molte delle peggiori atrocità attribuite ai nazisti in Italia nel periodo 1943-45 appaiono in realtà opera di italiani.

Del resto, non si contano nemmeno le occasioni, soprattutto nell’Europa dell’Est, in cui qualcuno del posto, approfittando della presenza dei nazisti, procedette a “regolamenti di conti” con ebrei o altre minoranze in pericolo.

E poi ci sono anche i tedeschi stessi, i civili, Quelli che ufficialmente non erano né SS né fanatici assetati di sangue. Quelli che, secondo la vulgata ufficiale, non sapevano niente dei campi di concentramento e dei campi di lavoro, e forse in qualche caso è anche vero. Ma molti, invece, sapevano tutto da tempo e hanno partecipato attivamente alle atrocità. Ma solo in alcuni casi sono stati scoperti con le mani nel sacco.

Ora racconteremo proprio la più importante di queste occasioni.

Siamo a Gardelegen, un’estesa cittadina rurale dell’Altmark, circa 35 km a Nordovest di Magdeburgo. È il 15 aprile 1945 e una pattuglia di fanti statunitensi appartenenti al 2° battaglione, 405° reggimento, 102° divisione, sta perlustrando i dintorni della città, che è stata occupata il giorno precedente, senza trovare alcuna resistenza. Non incontrano nessuno, i tedeschi ormai stanno ben nascosti e si guardano bene dal farsi beccare con le armi in pugno. A un certo punto, però, dalle campagne, compare una figura umana dall’aspetto miserrimo. Si tratta di un giovane emaciato che avanza barcollando e indossa una divisa a strisce stracciata in più punti. Gli americani capiscono che non hanno nulla da temere, lo raggiungono e lo rifocillano.

Centro storico di Gardelegen, veduta aerea da nord-est (2014). Fotografia di Wolkenkratzer condivisa con licenza Creative Commons 4.0 via Wikipedia:

Il giovane, a fatica, racconta di chiamarsi Edward Antoniak, di essere polacco e di avere 18 anni.

Ma come ha fatto a ridursi in quello stato?

Racconta anche che è successo qualcosa di terribile, cui è miracolosamente sopravvissuto. Gli americani non sembrano tanto convinti e allora Edward si offre di guidarli sul posto, raccogliendo le sue ultime forze.

Seguendo Edward, gli americani arrivano a una struttura in muratura, un grosso fienile, fuori dell’abitato. Intorno, vi sono dei fossati pieni di cadaveri, ce ne sono dappertutto. Alcuni sono bruciati e pressoché irriconoscibili. Altri sono morti uccisi a colpi d’arma da fuoco e indossano divise a strisce uguali a quella di Edward.

Oltre ai cadaveri intorno al fienile ci sono molti cadaveri anche all’interno, quasi tutti bruciati.

La pattuglia dà l’allarme. Il comandante della 102°, maggior generale Frank A. Keating, decide di andare fino in fondo a questa faccenda. Arrivano anche i fotografi dell’U.S. Signal Corps, che nei giorni successivi documenteranno lo spettacolo dei tantissimi corpi che raccontano di morti atroci. Il 19 aprile, i corrispondenti del “New York Times” e del “Washington Post” inviano i primi articoli. In uno di questi, un soldato americano intervistato, dice: “Prima non ero mai stato tanto sicuro delle ragioni per cui combattevo. A volte pensavo che le storie che mi raccontavano fossero propaganda, ma ora so che non è così. Non avevo mai visto, prima, tanti morti”.

Intanto che si contano i cadaveri, che risulteranno essere 586 all’esterno del fienile e 430 all’interno, le indagini portano a conclusioni sconcertanti. Per uccidere tanta gente, i nazisti avrebbero dovuto essere tanti anche loro. Invece non c’è traccia né di SS né del loro recente passaggio. Chi ha compiuto quel massacro non se n’è andato da Gardelegen.

Tutto indica, infatti, che sono stati gli stessi abitanti del paese

Gli americani si infuriano e, senza troppi complimenti, prelevano a forza dalle loro case circa 300 civili tedeschi e ordinano loro di provvedere immediatamente alla sepoltura dei corpi. Alle timide obiezioni dei tedeschi, che si dichiarano estranei al fatto, il colonnello George Lynch risponde, duro: “Al popolo tedesco è stato detto che le storie di atrocità commesse dai tedeschi erano frutto esclusivo della nostra propaganda. Voi adesso dite che solo i nazisti sono responsabili di quest’orrore. Parlate di SS, di Gestapo. La responsabilità di questo delitto non è loro, è vostra. La vostra cosiddetta razza superiore ha dimostrato di essere superiore solo nel crimine, nella crudeltà e nel sadismo. Avete perso ogni rispetto da parte del genere umano”.

A inchiodare gli abitanti di Gardelegen c’è anche un singolare dettaglio. I tedeschi si sono arresi prima ancora che gli americani arrivassero, il contingente militare a difesa della città se l’è squagliata senza lasciare traccia. È successo infatti che un prigioniero statunitense, il tenente Emerson Hunt, catturato mentre era in perlustrazione, appena portato al comando tedesco, si è inventato una storia per cui, quando lo hanno preso, stava cercando di raggiungere la città per consegnare un messaggio contenente la richiesta di arrendersi, altrimenti le soverchianti forze americane avrebbero spazzato via tutto. Gli ufficiali tedeschi ci hanno creduto e sono scappati via, senza nemmeno provare a improvvisare una difesa. Gli americani si sono meravigliati di essere riusciti a entrare tanto presto e tanto facilmente a Gardelegen. Ma questo ha fatto anche saltare i piani di chi era convinto di avere davanti a sé abbastanza giorni per disfarsi di tutti i cadaveri, bruciandoli.

Gli americani incaricano il tenente colonnello Edward E. Cruise, ufficiale investigativo della sezione Crimini di guerra della Nona Armata, dell’inchiesta ufficiale sui fatti.

Le conclusioni dell’inchiesta di Cruise saranno le seguenti.

I 1016 morti erano tutti prigionieri di guerra e deportati, di nazionalità polacca, sovietica, francese, ungherese, belga, italiana, cecoslovacca, jugolslava, olandese. C’erano perfino degli spagnoli e dei messicani. Alcuni erano tedeschi come i loro assassini. Appartenevano a un gruppo di 1027 che rappresentava una frazione di quelli impegnati in una delle famigerate “marce della morte” con cui i tedeschi cercavano di allontanare prigionieri, deportati, ostaggi e manodopera coatta dalla linea del fronte, sia per continuare a sfruttarli, sia per eliminarli prima che potessero rivelare i crimini cui avevano assistito.

Quelli finiti a Gardelegen erano stati detenuti, fino al 4 aprile, nel campo di concentramento di Mittelbau-Dora, vicino Nordhausen, in Turingia. Lì, dopo i bombardamenti di Peenemunde, erano state spostate le produzioni di missili V1 e V2. Da Mittelbau-Dora erano partiti circa in 40.000, inizialmente in treno, diretti ai campi di Bergen-Belsen, Sachsenhausen e Neuengamme; ma molti di essi, già duramente provati dalla vita del campo, erano morti lungo il cammino, spesso uccisi dai sorveglianti perché stentavano a camminare, dopo essere stati costretti a procedere a piedi per i danni dei bombardamenti alle linee ferroviarie.

Interno della fabbrica di Mittelbau-Dora:

C’erano voluti diversi giorni per evacuare completamente il campo, nel quale circa 20.000 deportati erano morti di stenti e malattie durante il periodo di attività. Il compito era stato reso più difficile dallo scarso numero di uomini a disposizione: le SS, che erano relativamente poche, avevano arruolato come ausiliari, dovunque capitasse, chiunque sembrasse lontanamente abile al servizio: vigili del fuoco, personale degli aeroporti rimasto disoccupato in seguito alla distruzione della flotta aerea, membri di qualsiasi altra organizzazione e soprattutto parecchi adolescenti della Hitlerjugend.

Una colonna di vagoni piombati era giunta fino alla stazione di Meiste, nei pressi di Gardelegen, il 13 aprile, dopodiché era stato impossibile proseguire in treno. Prima di continuare a piedi, i sorveglianti avevano deciso di abbandonare sul posto tutti quelli che apparivano in peggiori condizioni. Erano troppi per poter essere eliminati senza perdere troppo tempo, così li avevano mollati alla popolazione locale.

A Gardelegen c’erano pochissime SS ma, in compenso, i civili si erano subito uniti a loro. Nel caos generale, appena aperti i vagoni, i prigionieri, che non bevevano da giorni, si erano gettati nell’acqua delle pozzanghere e dei fossi per dissetarsi con quella. Poi, si erano messi a raccogliere dal terreno qualsiasi cosa sembrasse vagamente commestibile e a mangiarla cruda.

Alcuni erano riusciti a penetrare in un deposito di grano ed erano stati uccisi a fucilate

Il giornalista inglese Karel Margry, della rivista specializzata “After the Battle”, ha studiato tutti i documenti dell’inchiesta di Cruise e afferma che, inizialmente, una minoranza di abitanti di Gardelegen, impietosita dallo stato dei deportati, provò a nasconderne qualcuno nei fienili e nelle stalle. Ma la maggior parte dei tedeschi vide in quegli uomini scheletrici una minaccia per la propria sopravvivenza. Quasi tutti i prigionieri che tentarono la fuga furono ripresi da zelanti civili, non dalle SS.

Sembra che qualcuno avesse raccontato una storia, certamente inventata, su un gruppo di prigionieri sfuggiti alla sorveglianza che aveva devastato un villaggio vicino uccidendone tutti gli abitanti. Le condizioni dei prigionieri non bastavano a rassicurare i tedeschi, che erano terrorizzati dall’idea di fare la stessa fine.

Invece i prigionieri erano tranquilli. Sentivano i rumori della battaglia sempre più vicini e pensavano che presto sarebbero stati liberati. Alcuni erano euforici, perché erano riusciti a rimediare qualche patata e qualche rapa che, pur consumate crude, rappresentavano il loro miglior pasto da anni.

I tedeschi, tra i quali c’erano pochissime SS e moltissimi civili, decisero di concentrarli in un punto ed eliminarli tutti. Il luogo migliore sembrò il grande fienile in muratura della tenuta agricola chiamata Isenschnibbe, a circa 2 km dalla città.

I prigionieri vi si lasciarono condurre senza opporre resistenza, convinti che, ricoverati lì, se non altro, non avrebbero passato un’altra fredda notte all’aperto. Quelli che non erano in grado di camminare abbastanza speditamente furono trasportati a bordo di carri.

Di lì a meno di 24 ore, il 14 aprile, gli americani sarebbero entrati in città.

Quando ebbero chiuso tutti i prigionieri nel fienile, i tedeschi tentarono due volte di appiccare il fuoco alla paglia, prima lanciando all’interno degli stracci imbevuti di benzina e accesi e poi sparandovi contro dei razzi di segnalazione. In ambo i casi, i prigionieri riuscirono a spegnere gli incendi prima che si diffondessero.

Un gruppo di prigionieri russi forzò una delle porte e riuscì a uscire fuori. I tedeschi persero la testa. C’erano alcuni soldati sbandati, soprattutto paracadutisti, e giovani della Hitlerjugend, armati di mitra: cominciarono a sparare all’impazzata, falciando tutti quelli che uscivano.

Finalmente i tedeschi riuscirono a dare fuoco al fienile

Un prigioniero polacco, Mieczystan Kotodzieski, riuscì a scappare da una delle porte senza essere colpito. Altri tre prigionieri riuscirono a scavare un passaggio tra il pavimento e il muro del fienile e uscirono da lì. Altri sette prigionieri, tra i quali Edward Antoniak, si arrampicarono lungo le travi del fienile, coprendosi la faccia con stracci bagnati di urina per proteggersi dal fumo.

Gli altri morirono quasi tutti nell’incendio. Quelli che non morirono subito furono finiti a colpi di pistola dai tedeschi, entrati a controllare, quando le fiamme si estinsero. Era ormai l’alba del 14 aprile.

Gli 11 sopravvissuti erano 7 polacchi, 3 russi e 1 francese.

Gli statunitensi costrinsero gli abitanti di Gardelegen a scavare le tombe per tutti e 1016 i morti e a mettere su di essi delle croci bianche. Un’area di campagna fu adibita a cimitero delle vittime e in loro memoria fu eretto un monumento. Prima di andarsene, gli americani apposero una targa all’ingresso del cimitero, ammonendo gli abitanti a mantenerlo sempre in condizioni perfette perché restasse come un monito contro la guerra e il fanatismo.

Libro commemorativo con i nomi degli assassinati davanti alle tombe nel cimitero d’onore. Fotografia di Daniel Rohde-Kage condivisa con licenza Creative Commons 3.0 via Wikipedia:

Le buone intenzioni sono però rimaste sulla carta, anche perché Gardelegen ha fatto a lungo parte della Germania Est. Gli stessi responsabili del crimine non sono stati mai identificati con certezza.

Fu facile soltanto catturare e inchiodare il capo delle SS locali, Erhard Bruny, che fu processato e condannato all’ergastolo e morì in carcere nel 1950.

Invece, il maggior responsabile del crimine la fece franca, in modo davvero incredibile. Si chiamava Gerhard Thiele ed era il “Kreisleiter” (funzionario del partito nazista di grado più alto) locale. Gli indizi riguardo chi ordinò di uccidere tutti i prigionieri puntano dritto su di lui, secondo una ricerca dello storico Daniel Blatman.

Il fienile all’arrivo degli statunitensi:

Ma, mentre il tenente colonnello Cruise conduceva la sua inchiesta, Thiele se l’era già squagliata. Quando aveva visto che i soldati scappavano, aveva scambiato la sua pomposa uniforme con quella di un soldato morto e ne aveva assunto l’identità, unendosi alla fuga. In seguito, la divisione delle due Germanie portò a dimenticare la faccenda di Gardelegen e Thiele poté riprendere il suo nome, senza che nessuno riuscisse a collegarlo al ruolo di Kreisleiter. Sembra che, facendosi passare per soldato prigioniero e riuscendo a sfruttare la sua buona conoscenza dell’Inglese, sia riuscito anche a essere impiegato come interprete dalle forze di occupazione, ottenendo un trattamento di favore.

Visse il resto della vita in Germania Occidentale e morì nel 1994, a 83 anni.

Il cimitero e il monumento esistono ancora, nonostante tutto. Il giornalista inglese David Young, del “Mirror”, li visitò nel 2016, trovandoli non proprio in stato di abbandono, ma tenuti in modo sciatto. Vi ritornò nel 2019 e trovò che era in corso la costruzione di un nuovo centro visitatori, dopo che alcune associazioni attive nella conservazione di testimonianze della Shoah avevano preso a cuore il sito.

In Italia, di questa storia, è arrivato pochissimo, quasi niente. Qualcuno ne è al corrente solo perché lo scrittore tedesco Harald Gilbers, autore di una serie di romanzi avente quale protagonista il poliziotto ebreo Richard Oppenheimer, ambientata negli anni ’40, si è ispirato a questa storia per un romanzo intitolato “La lista nera”, tradotto in Italiano dall’editore Emons.

Roberto Cocchis
Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 54 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.