Le vivandiere erano figure femminili che accompagnavano gli eserciti durante le campagne militari, tra il  XVIII e il XX secolo, per adempiere a quei compiti che i soldati, impegnati nelle battaglie, molto spesso non avevano il tempo di svolgere. Si occupavano quindi di lavare i panni, del vettovagliamento, della rivendita di generi di conforto all’interno dei reparti militari, ma prestavano anche assistenza ai malati.

Inizialmente erano solo cuoche e lavandaie, ma con il tempo divennero soprattutto infermiere, anzi aiutanti di sanità, vere collaboratrici dei chirurghi sui campi di battaglia.

E’ proprio quest’ultimo compito che fornisce l’idea per la fondazione della Croce Rossa, dopo la Battaglia di Solferino (1859).

Vivandiera che soccorre un ferito. Immagine di pubblico dominio condivisa via Flickr

Negli anni compresi tra la fine del XVIII e l’inizio del XX secolo, si possono individuare tre diversi periodi nei quali ci fu un cambiamento sostanziale e istituzionale nella figura della vivandiera.

La prima fase, antecedente alla Rivoluzione Francese, era caratterizzata da un pressante controllo della presenza femminile negli eserciti, vista negativamente nell’ambito militare. In realtà, di donne tra le schiere di soldati ce n’erano sempre state, per una consuetudine antica, ma mai con una veste istituzionale: erano spesso le mogli (accompagnate non di rado anche dai figli) al seguito di soldati veterani o di sottufficiali, che si occupavano di smerciare prodotti alimentari e tabacco, talvolta accusate di tenere una condotta frivola e leggera.

Nella seconda fase, compresa tra il 1789 fino al Secondo Impero di Napoleone III, le vivandiere cominciarono a essere distinte ufficialmente dalle “cantiniere” (le donne addette esclusivamente al servizio di mensa), acquisendo un’immagine positiva che facilitò la loro accettazione da parte delle autorità militari.

Le funzioni da “inservienti” scemarono man mano che si ampliavano quelle più qualificate, da aiutanti di sanità. A loro spettava il gravoso quanto fondamentale compito – assieme ai musicanti, che durante le battaglie fungevano da barellieri – di assistere e, dove possibile, curare i feriti. Ma non solo: quelle donne erano armate e potevano combattere a fianco degli uomini.

Nell’ultimo periodo, dal 1870 alla Grande Guerra, si passò dall’immagine idealizzata della donna militare alla sua progressiva scomparsa. La guerra (e di conseguenza l’esercito) era considerata una cosa da uomini, e in quel clima culturale dove la virilità rappresentava il valore più importante, una donna soldato rappresentava un anacronismo, oltre che un insano esempio di ambiguità sociale.

Soldati serviti da una vivandiera vicino all’accampamento. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

La data fondamentale nella storia delle vivandiere fu il 30 aprile 1793, quando un decreto della Convenzione Nazionale consentì l’arruolamento delle donne nell’Esercito Francese e ordinò che tutte quelle non autorizzate (quindi le mogli dei soldati, con eventuali figli al seguito) venissero arrestate, marchiate di nero ed esposte al pubblico ludibrio nei luoghi pubblici.

In quel periodo storico numerose potenze europee premevano sulle frontiere francesi e la Repubblica, da poco emersa dalla Rivoluzione, chiamò alle armi per la prima volta un milione di soldati di leva.

Raccontò Napoleone: “era come un esercito di straccioni che marciava su zoccoli di legno”, però animato da un entusiasmo e una determinazione che forse non avevano precedenti nella storia. Il soldato non era più un “professionista” che combatteva solo per la paga, senza nessun tipo d’ideale, ma un cittadino che difendeva la Patria e le sue istituzioni.

Le Chasseur de la garde, dipinto di Théodore Géricault. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Le vivandiere divennero quindi delle vere operaie militarizzate che avevano scelto di arruolarsi, nominate dal Consiglio di amministrazione del Reggimento e dotate di specifica patente, conferita loro dai Comandanti della Gendarmeria.

Soggette come ogni soldato alla disciplina militare, le vivandiere svolgevano svariati compiti, da quelli di lavanderia e cucito a tutto ciò che era inerente al servizio di mensa come cucinare e procurare le derrate alimentari, ma anche il tabacco e altri generi di conforto da distribuire e rivendere (quando non compresi nella razione giornaliera) alla truppa. Durante i combattimenti raccoglievano e trasportavano i feriti assistendoli nelle tende da campo, distribuivano acqua, viveri e anche munizioni. Quando gli eserciti erano acquartierati nelle loro sedi, avevano il compito di fornire assistenza durante le manovre militari, riparavano le armi, si occupavano dei cavalli e dei carri.

Le vivandiere dovevano dimostrare di essere sposate con un membro del reggimento – una consuetudine che derivava dai  secoli precedenti – perché il matrimonio doveva funzionare da deterrente alla prostituzione e anche alla pratica del concubinaggio.

Il matrimonio con un soldato, insieme all’uso di un’uniforme, che iniziò ad essere indossata dalle vivandiere in Francia con l’avvento del Secondo Impero, aveva anche lo scopo di tutelare quelle donne da ogni  possibile associazione con altre figure femminili ambigue che seguivano gli eserciti.

Marie Tepe, chiamata anche French Mary. Fotografia di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

 

Nell’esercito francese, considerato all’epoca uno tra i migliori del mondo, la presenza delle vivandiere era ormai imprescindibile: senza quelle “figlie” coraggiose i vari reggimenti si sentivano incompleti.

Per questo gli eserciti europei e quelli contrapposti di Nordisti e Sudisti nei futuri Stati Uniti, presero l’esempio dalla Francia e iniziarono a far arruolare personale femminile con funzioni da vivandiera. Pur se vestite con divise simili a quelle dei “colleghi” di reggimento, riuscivano a distinguersi per quel tocco civettuolo dato dai cappelli, mai di foggia militare, da qualche nastro colorato e dai grembiuli.

Fotografia di pubblico dominio condivisa via Wikipedia


La foggia degli indumenti delle vivandiere francesi prendeva ispirazione da quella del reggimento degli Zuavi, inconfondibili nelle loro uniformi elaborate in stile africano e conosciuti soprattutto per il loro valore.

Zuavo ritratto nel campo di battaglia. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

L’uniforme femminile era generalmente costituita da una giacca corta, magari ricamata, con polsini dello stesso colore della fusciacca; una gonna corta, rifinita in alcuni casi da un bordo di colore contrastante, veniva indossata sopra pantaloni  larghi. Il cappello invece, ornato di piume e nastri, era l’unico elemento veramente femminile della divisa.

Ancora più distintivi erano il Tonnelet – un piccolo barile dotato di rubinetto appeso a una tracolla e utilizzato per portare un conforto alcolico ai feriti in battaglia – e la pistola al fianco, chiusa nella fondina. Le vivandiere che dimostravano capacità spiccate nel curare i feriti venivano dotate di fusciacca e di galloni dello stesso colore dei medici e degli infermieri del reggimento.

Tipica uniforme della vivandiera francese. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Le vivandiere al seguito dei reggimenti erano, per l’epoca, donne un po’ fuori dal comune, almeno secondo lo stereotipo allora imperante: forti nel fisico e ancor più nel carattere, erano battagliere e intrepide, al pari degli uomini, che le ammiravano per la lealtà e il coraggio da loro dimostrato, e un po’ anche per la loro bellezza.

Molte rimasero ferite o uccise sui campi di battaglia e un gran numero di loro venne decorato con la Legion d’Onore per il coraggio e il senso del dovere profuso nell’andare a recuperare i feriti con le loro carrette, fin sulla linea del fuoco. Tanto che, verso la metà del XIX secolo, arrivarono ad avere un salario pari a quello dei loro colleghi uomini.

Una tra le vivandiere giudicate più belle nel reggimento. Fotografia di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Praticamente dimenticate dalla storia, le vivandiere sono ricordate nelle opere teatrali, liriche e letterarie dove ricoprono spesso il ruolo di protagoniste. È il caso dell’opera lirica “La Fille du régiment” di Gaetano Donizetti, dove la vivandiera Marie, la Figlia del Reggimento appunto, allevata dai soldati, è la protagonista. Si può citare anche Preziosilla, una vivandiera che compare ne “La Forza del Destino” di Giuseppe Verdi.

Le vivandiere vennero col tempo completamente sostituite da uomini con lo stesso ruolo: non più militari, ma “borghesi” soggetti alla disciplina militare e vincolati con regolare contratto. E’ l’inizio del ‘900 e le vivandiere sono ormai figure scomode anche solo da ricordare: una donna non può che essere moglie e madre, “angelo del focolare”, un ruolo al quale, ancora oggi, qualcuno vorrebbe relegarla.

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Antonio Pinza

Quando avevo 3 anni volevo fare l’astronauta, oggi ho le idee molto meno chiare, ma d’altronde chi ha detto che bisogna avere un piano preciso? Nella vita ho “fatto” svariati lavori, praticato sport, viaggiato, letto e mangiato di tutto. Mentre continuo a perdermi nei meandri della mia esistenza scrivo su Vanilla Magazine.