Le vivandiere erano figure femminili che accompagnavano gli eserciti durante le campagne militari del XVIII-XX secolo. Esse erano delle inservienti militarizzate che all’epoca svolgevano funzioni di lavanderia, vettovagliamento, rivendita di generi di conforto all’interno dei reparti militari e assistenza ai malati.

Inizialmente erano solo cuoche e lavandaie, ma progressivamente nel tempo divennero soprattutto infermiere, anzi aiutanti di sanità, vere collaboratrici dei chirurghi sui campi di battaglia.

Vivandiera che soccorre un ferito. Immagine di pubblico dominio condivisa via Flickr

Nel periodo compreso tra la fine del XVIII e l’inizio del XX secolo, si possono individuare tre diverse periodizzazioni che vedono un cambiamento sostanziale e istituzionale nella figura della vivandiera.

La prima fase, antecedente alla Rivoluzione Francese, presentò un forte controllo della presenza femminile negli eserciti e un’immagine negativa della donna in ambito militare. Le donne tra le schiere di soldati erano un fenomeno che esisteva da sempre, ma non era mai stato istituzionalizzato. Erano spesso le mogli di soldati veterani o di sottufficiali: si occupavano di smerciare prodotti alimentari e tabacco, tenendo però talvolta una condotta frivola e leggera.

Nella seconda fase, compresa tra il 1789 fino al Secondo Impero di Napoleone III, le vivandiere cominciarono a essere distinte ufficialmente dalle “cantiniere” – coloro che si occupavano solo del lavoro alle mense – riabilitando la loro immagine e la loro presenza, la quale venne accettata dalle autorità militari.

La loro funzione ancillare si contrasse a favore di quella che divenne nel tempo la loro più qualificante e prestigiosa attività: quella di aiutante di sanità. Erano le vivandiere infatti assieme ai musicanti ovvero i portaferiti, il personale che prestava servizio nelle ambulanze. Esse inoltre erano armate e potevano combattere affianco agli uomini.

Nell’ultimo periodo, dal 1870 alla Grande Guerra, si passò dall’immagine idealizzata della donna militare alla sua progressiva scomparsa. L’Esercito infatti era una scuola di virilità e in questo clima culturale dove la virilità rappresentava il valore più importante, una donna soldato costituiva un sacrilegio, nonché una fonte di ambiguità sociale.

Soldati serviti da una vivandiera vicino all’accampamento. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

La data fondamentale che cambiò la storia delle vivandiere fu il 30 aprile 1793, momento in cui un decreto della convenzione Nazionale arruolò le donne nell’Esercito Francese e ordinò che tutte quelle non autorizzate trovate accanto ai soldati venissero arrestate, marchiate di nero ed esposte al pubblico ludibrio nei luoghi pubblici.

In quel periodo storico numerosi eserciti europei premevano sulle frontiere e la Repubblica Francese, da poco emersa dalla Rivoluzione, chiamò alle armi per la prima volta un milione di soldati di leva.

Raccontò Napoleone: “era come un esercito di straccioni che marciava su zoccoli di legno”, ma era animato da un entusiasmo e una determinazione che forse non avevano precedenti nella storia. Il soldato non era più un professionista acriticamente al soldo del sovrano, ma un cittadino che difendeva le istituzioni e i diritti riconosciutegli.

Le Chasseur de la garde, dipinto di Théodore Géricault. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Le vivandiere divennero quindi delle vere operaie militarizzate che avevano scelto di arruolarsi, nominate dal Consiglio di amministrazione del Reggimento e dotate di patente di vivandiera, che era loro conferita dai Comandanti della Gendarmeria.

Sottoposte al regolamento di disciplina militare, lavavano, rammendavano, cucinavano, procacciavano generi alimentari, tabacco e vino che distribuivano alla truppa. Durante i combattimenti raccoglievano e trasportavano i feriti assistendoli nelle tende da campo, distribuivano acqua, viveri e all’occorrenza munizioni. Quando gli eserciti diventavano stanziali inoltre, aiutavano durante le manovre militari di movimento delle armi pesanti, riparavano le armi, si occupavano dei cavalli e dei carri.

Le donne dovevano dimostrare di essere sposate con un membro del reggimento e questa era una consuetudine già normale dei  secoli precedenti, dove si incoraggiava il matrimonio come deterrente alla prostituzione e al concubinaggio tra le truppe.

Il matrimonio con un soldato, insieme all’uniforme, che iniziò ad essere indossata dalle vivandiere in Francia con l’avvento del Secondo Impero, aveva inoltre lo scopo di tutelare la vivandiera da ogni  possibile associazione con altre figure femminili ambigue che seguivano gli eserciti.

Marie Tepe, chiamata anche French Mary. Fotografia di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Nella loro distribuzione vi erano regole prefissate: una vivandiera era assegnata ad ogni battaglione di fanteria e una a ogni battaglione di cavalleria, accompagnandolo in tutte le occasioni, per un totale di quattro vivandiere ogni reggimento completo.

Quando la truppa si disponeva in linea, le quattro vivandiere si trovavano accanto alla banda e quando marciava invece, erano collocate dietro ai tamburi, immediatamente prima del colonnello.

L’Esercito francese cominciò ad essere considerato come tra i migliori del mondo, e non c’era reggimento del Secondo Impero di Napoleone III che non disponesse, per dirsi veramente al completo, delle sue “figlie”, le vivandiere.

Per questo gli eserciti europei e quello americano cominciarono ad adottare anch’essi la tradizione di arruolare donne volontarie allo scopo di dotarsi della figura della vivandiera.

Esse vennero dotate di una divisa militare di riconoscimento che riprendeva i colori di quella del reggimento di appartenenza, venendo ingentilita da abbellimenti tipicamente femminili quali piume e nastri colorati, grembiuli e ricami e i loro cappelli erano sempre di foggia civile e mai militari.

Fotografia di pubblico dominio condivisa via Wikipedia


La foggia degli indumenti prendeva ispirazione da quella del reggimento degli Zuavi, famosi per avere uniformi elaborate e di stile africano e rinomati soprattutto per la qualità del loro addestramento e il valore sempre dimostrato in combattimento: erano il fiore all’occhiello dell’esercito francese.

Zuavo ritratto nel campo di battaglia. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

L’uniforme femminile aveva colori vivaci e consisteva in una giacca corta finemente ornata di nastri e con forme a trifoglio o geometriche; una fusciacca e polsini dello stesso colore; una gonna corta con il bordo decorato sul fondo, che veniva portata sopra i tipici pantaloni rossi leggermente larghi; la cintura sopra la fusciacca era chiusa da una grande placca decorata; una camicetta e un nastro o piume sul cappello conferivano il giusto tocco di femminilità all’uniforme.

Ma gli elementi che la caratterizzava di più erano il Tonnelet, un piccolo barile dotato di rubinetto appeso a una tracolla e utilizzato per erogare l’alcol e la pistola al fianco, chiusa nella fondina. Coloro le quali dimostravano capacità spiccate nel curare i feriti venivano dotate di fusciacca e di galloni dello stesso colore dei medici e degli infermieri del reggimento.

Tipica uniforme della vivandiera francese. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Le vivandiere al seguito dei reggimenti venivano spesso descritte come donne forti, di robusta e sana costituzione, dalla pelle abbronzata per la lunga esposizione al sole e dotate di carattere volitivo e battagliero.

Esse divennero delle vere icone di bellezza tra le fila dell’esercito, delle ispirazioni femminili di coraggio e lealtà. Molte rimasero ferite o uccise sui campi di battaglia e un gran numero di loro venne decorato con la Legion d’Onore per il coraggio e il senso del dovere profuso nell’andare a recuperare i feriti con le loro carrette, fin sulla linea del fuoco. Verso la metà del XIX secolo infatti arrivarono ad avere un salario pari a quello dei loro colleghi uomini.

Una tra le vivandiere giudicate più belle nel reggimento. Fotografia di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Quasi invisibili sui libri di Storia, le vivandiere sono invece documentate nelle opere teatrali, liriche e letterarie dove ricoprono spesso il ruolo di protagoniste. È il caso dell’opera “La Fille du régiment” di Gaetano Donizetti, dove la vivandiera Marie, la figlia del Reggimento appunto, allevata dai soldati, è al centro dell’opera; e anche ne “La Forza del Destino” di Verdi, dove compare la vivandiera Preziosilla.

Il ruolo ufficiale di vivandiera venne abolito in Francia nel 1906. Questa figura era diventata anacronistica se circoscritta alla sua tradizionale funzione ancillare, ma non era neppure ammissibile che le vivandiere concorressero a difendere delle istituzioni che le discriminavano e degli istituti democratici di cui non godevano in quanto donne.

Vennero nel tempo completamente sostituite dai vivandieri. Essi non erano più militari, ma “borghesi” soggetti alla disciplina militare e vincolati con regolare contratto: scelti tramite un concorso fra persone che avessero i requisiti più idonei sotto ogni punto di vista e che dessero affidamento di adempiere bene il loro speciale servizio.

Martina Manduca
Martina Manduca

Vivo a Venezia e ho studiato Archeologia medievale tra l’Università di Padova e l’Università di Cordoba in Spagna. Sono appassionata di arte, letteratura e cucina e mi piace scoprire un aspetto nuovo di ognuna di esse viaggiando per il mondo.