Quello dell’origine dei cognomi in Italia è un terreno impervio, segnato da vuoti, cambi di rotta, fraintendimenti ed errori che, tramandati nei secoli, hanno reso impossibile anche per gli studiosi di onomastica e antroponimia definire un quadro chiaro della genesi dei cognomi italiani.

Per cominciare spieghiamo il significato delle due parole appena nominate: onomastica e antroponimia. L’onomastica è essenzialmente lo studio dei nomi propri di persona e tra i suoi rami comprende l’antroponimia, quella scienza che oltre ai nomi studia anche i cognomi degli esseri umani. Nome e cognome, una forma che oggi ci appare ovvia per riconoscersi e distinguersi all’interno di una comunità, ma che ha dovuto traversare una serie di evoluzioni prima di giungere ai nostri giorni sotto questa foggia.

Per capire le origini dell’onomastica della nostra epoca, bisogna tornare indietro al tempo dei romani. A quell’epoca la formula onomastica era sostanzialmente diversa rispetto alla nostra, ma per certi aspetti indicava già la strada che sarebbe stata percorsa nei secoli successivi: tra i romani, la regola onomastica era di fatti formata da un praenomen (il nome proprio di ogni individuo, uguale a come lo intendiamo oggi), un nomen (chiamato pure gentilizio, riconducibile invece al cognome della nostra era) e un cognomen (che dunque non era il cognome, ma fungeva più che altro da soprannome). In taluni casi poi, come per esempio nell’evenienza di un’adozione, si aggiungeva anche un secondo cognomen, detto agnomen; in altri casi, come quando si voleva dare un titolo in memoria di una particolare impresa compiuta, si aggiungeva anche un supernomen.

Per fare degli esempi concreti tutti conosciamo il console Publio Cornelio Scipione Africano (praenomen, nomen, cognomen e supernomen), gli imperatori romani Gaio Giulio Cesare Augusto (praenomen, nomen, cognomen e agnomen) e Tiberio Claudio Nerone e il filosofo Marco Tullio Cicerone (praenomen, nomen e cognomen per entrambi); in tutti questi casi possiamo notare la forma più estesa del nome arrecante dei soprannomi che erano dei veri e propri titoli (Augusto, Cesare, Africano).

Busto presunto di Scipione l’Africano (Museo Archeologico Nazionale di Napoli)

Fotografia di Miguel Hermoso Cuesta – Opera propria condivisa via Wikipedia con licenza CC BY-SA 3.0

È da aggiungere che nell’antica Roma le famiglie erano organizzate nella cosiddetta gens, un nucleo famigliare molto esteso, a guisa di clan, che condivideva il nomen, ma portava un cognomen diverso. Un esempio può essere la famiglia patrizia dei Cornelia che, seppur riconducibili tutti a un unico ceppo, si distingueva in Cornelii Scipiones (come l’Africano, appunto), Cornelii Balbi e Cornelii Lentuli; un ulteriore esempio, poi, è quello dei Claudia suddivisi in Claudii Pulchri e Claudii Marcelli.

Comunque sia, dall’onomastica romana era già possibile evincere la presenza di uno o più cognomi – come li intendiamo adesso – per distinguere le persone e indicarne il gruppo famigliare e questa sempre maggiore importanza del cognome venne sublimata in età repubblicana (dal 500 a.C. in poi) quando gradualmente il praenomen fu fagocitato dal nomen, portando idealmente il cognomen al gradino superiore della gerarchia onomastica.

Dal III secolo d.C., con l’emanazione dell’editto di Costantino (noto anche come editto di Milano) e la maggiore diffusione della religione cristiana che introdusse nuovi nomi propri, la formula onomastica predominante diventò quella formata da nomen e cognomen con il praenomen oramai scomparso e il supernomen presente soltanto in talune famiglie. Anche questi rimasugli di epoca romana, però, cessarono di esistere con la deposizione dell’ultimo imperatore, Romolo Augusto, e la caduta dell’Impero romano d’Occidente (476), evento che tradizionalmente segna l’inizio del Medioevo.

Museo Archeologico di Bergamo, stele di due fratelli della gens Cornelia con esempio di onomastica romana

Fotografia di Giorces (presunto) di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Proprio nella prima parte dell’età medievale si assiste a un lungo periodo in cui ogni forma di cognome viene cancellata e in cui l’unico nome attribuito a una persona è il nome proprio personale, l’evoluzione del praenomen romano, accompagnato al limite da vezzeggiativi riservati soltanto in ambito famigliare. Un autentico passo indietro di secoli a cui viene posto rimedio soltanto nell’ultima fase del Medioevo quando l’uso del cognome ritorna ad affacciarsi tra gli italiani e a diventare prassi comune, prima tra le famiglie nobili poi anche negli strati più bassi della società.

In breve tempo – a partire dal XII-XII secolo – il cognome diventa obbligatorio per distinguersi in una popolazione italiana che si aggirava oramai attorno ai quindici milioni di abitanti; questo cambio di passo è formalizzato una volta per tutte nel corso del lungo Concilio di Trento (durato dal 1545 al 1563) durante il quale viene imposta la creazione dei registri di battesimo dei cristiani.

Era definitivamente nato il cognome moderno

A differenza del nome, derivante dal gusto personale del genitore, il cognome cominciò a essere legato a un processo giuridico e di continuazione storica, e queste caratteristiche ne hanno dato sempre più importanza.

Il concilio di Trento tenutosi nella Chiesa di Santa Maria Maggiore, in un dipinto di Elia Naurizio conservato presso il Museo diocesano tridentino

Fotografia di Elia Naurizio – Opera propria, Sailko condivisa via Wikipedia con licenza CC BY-SA 4.0

La citata confusione medievale ha compromesso ogni ricostruzione assoluta delle origini dei cognomi, sicché oggi ogni possibile quadro è da considerarsi in gran parte congetturale. Rimane quindi oscura la ragione ufficiale secondo la quale quelli che prima erano un soprannome e un vezzeggiativo si siano trasformati in un cognome da tramandare nelle generazioni.

Proprio perché discendenti da nomignoli, i cognomi spesso derivano da un toponimo (Romano, Romagnoli, Tarantino), da un’attività lavorativa (Fabbri, Barbieri, Ferrari), dalla patronimia (Di Martino, Di Pietro, D’Anna) oppure da una caratteristica esteriore del primo possessore (Moro, Bassi, Mancini), poi trasmessa agli eredi, e ogni tentativo di ricostruzione viene reso ulteriormente complicato dalle mutazioni che nel corso dei secoli i cognomi hanno avuto, vuoi per fraintendimenti, italianizzazioni, per errori di scrittura o pronuncia dal dialetto – casi di rotacismo, sincope, aferesi ecc. –; tutto questo è stato incentivato dalla lentissima penetrazione della lingua italiana nel territorio nazionale.

Un esempio su tutti è il diffusissimo cognome Russo (il secondo in Italia per diffusione, preceduto soltanto da Rossi) che non deriverebbe da un primo possessore di nazionalità russa, ma sembrerebbe non essere altro che la pronuncia dialettale meridionale del colore rosso; questo caso vedrebbe quindi i primi due cognomi per diffusione del Paese derivare ambedue dal colore.

A queste storpiature si è assistito per molti secoli, anche dopo l’Unità d’Italia (1861), e non è affatto raro imbattersi ancora oggi, specie nei piccoli centri rurali, in due componenti di una medesima famiglia che portano cognomi leggermente differenti, scorie di un vecchio e dimenticato errore di trascrizione o di pronuncia. Ciononostante, della stragrande maggioranza dei cognomi italiani è ancora fortunatamente possibile intuire il significato originario, seppur senza la presenza di una documentazione che ne possa attestare inequivocabilmente l’origine.

Esempio di registro di battesimo

Fotografia di Celsius1 condivisa via Wikipedia con licenza CC BY-SA 3.0

Oggi in Italia, tra quelli di origine etnica, professionale o caratteriale che sia, esistono circa 350.000 cognomi diversi, una varietà che non ha eguali in tutta Europa.

I più diffusi, oltre ai già citati Rossi (presente in oltre sessantamila famiglie) e Russo (più di quarantamila famiglie), sono: Ferrari, Bianchi, Esposito, Romano, Gallo, Costa, Conti e Fontana.

Come detto più volte, la storia dei cognomi è oltremodo arzigogolata e in questo articolo non abbiamo di certo avuto la presunzione di spiegarla in maniera esaustiva e, ancor più, inappuntabile. Segnaliamo perciò degli studi specifici come quello storico di Ludovico Antonio Muratori (1672-1750) dal titolo “De cognominum origine”, saggio orientato verso l’origine e la semantica dei cognomi, ma anche verso il loro carattere di tipo storico ed etimologico. Altri scritti molto interessanti sono il “Dizionario dei cognomi italiani” del linguista e lessicografo Emidio De Felice e il più recente “I cognomi degli Italiani. Una storia lunga 1000 anni” di Roberto Bizzocchi.

Antonio Pagliuso
Antonio Pagliuso

Appassionato di viaggi, libri e cucina, si occupa di editoria e giornalismo. È vicepresidente di Glicine associazione e rivista, autore del noir "Gli occhi neri che non guardo più" e ideatore della rassegna culturale "Suicidi letterari".