Rigoletto. Atto primo, scena prima. Siamo a Mantova nel XVI secolo. Al crepuscolo gli edifici della città sembrano confondersi col loro riflesso sul bacino del Mincio, mentre la luce paonazza del sole calante offre quella patina nostalgica al paesaggio. Più tardi, quando le campane suonano il vespro, il manto azzurro della sera ha avvolto ogni cosa. Nell’acqua bruna del Mincio si specchiano le lanterne di qualche barca di pescatori e i bagliori delle finestre del palazzo Ducale.

L’estremità di una via cieca. Casa di Gilda, bozzetto per Rigoletto atto 2 (1903). Immagine di Archivio Storico Ricordi condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

C’è una grande festa in onore del principe: balli, banchetti e orge sfrenate. I cortigiani folleggiano divertiti, i musici allietano la corte con la loro musica e il Duca, noto erotomane impenitente e arrogante, si vanta delle sue conquiste coi suoi consiglieri, attorniato da un nugolo di bellissime amanti. Tra esse ne tiene una come trofeo, denudandola e palpandola senza ritegno mentre da una coppa trangugia ottimo vino rosso: è la figlia del Conte di Monterone, suo avversario che aveva fatto cadere in disgrazia, e il Duca la tratta pubblicamente da prostituta in spregio al padre. La musica viene interrotta da un urlo:

Il Conte di Monterone irrompe nella sala chiedendo giustizia per l’atroce insulto alla sua casata

Il giullare Rigoletto interviene e chiede al Conte di smetterla con la sua stupida ossessione di reclamare l’onore della figlia in ogni momento. Tutti gli astanti ridono. Il Conte lancia quindi una terribile maledizione al Duca, che lo ha offeso mortalmente, e a Rigoletto, vile serpente che ride del dolore di un padre. Tutta la corte è sgomenta e il principe ordina subito alle sue guardie di arrestare il vecchio aristocratico.

La maledizione è causa e motore dell’azione. Da questo momento in poi Rigoletto ne è ossessionato. Tornando a casa, tra i vicoli bui di Mantova, Rigoletto incontra Sparafucile, sicario borgognone che gli propone i suoi servigi: “avanti a voi un uom di spada sta, un uom che libera per poco da un rivale”. Egli è solito tendere gli agguati per strada compiendo gli omicidi rapidamente e senza rumore, o facendo attirare le vittime designate dalla sua avvenente sorella, Maddalena, prostituta e ostessa di una sgangherata locanda sulla riva destra del Mincio, per poi ucciderle nel sonno e gettarne i cadaveri nel fiume. Modalità di pagamento dell’onorario: una metà anticipata e l’altra a lavoro fatto. Ovviamente un prezzo maggiore è richiesto per l’assassinio di un gentiluomo rispetto a quello di un popolano. Una vera e propria associazione a delinquere a conduzione familiare! Rigoletto lo congeda pensando che, una volta o l’altra, se ne potrebbe anche servire dati i suoi nemici tra i cortigiani, puntualmente scherniti da battute mordaci e quindi rancorosi nei suoi confronti.

Titta Ruffo nel ruolo di Rigoletto, ritratto a figura intera, rivolto in avanti, seduto su una sedia:

Rigoletto ha una figlia, Gilda, che tiene segregata in casa per proteggerla da ogni insidia, ma puntualmente la ragazza è già stata sedotta dal Duca, sotto le mentite spoglie di un povero studente universitario, durante una delle sue scorribande amorose. La notte stessa, dopo averlo segretamente incontrato, i cortigiani rapiscono Gilda come terribile beffa, credendola amante del buffone. La portano a palazzo. Inutile dire che il Duca approfitta della situazione per giacere con lei. Quando l’indomani Rigoletto scopre che la sua bambina è stata disonorata in quel modo, medita una tremenda vendetta e così commissiona a Sparafucile l’omicidio del Duca.

Intorno al 1850 Giuseppe Verdi (di cui poco tempo fa è occorso il centoventesimo anniversario della morte), in collaborazione col librettista Francesco Maria Piave intende mettere in musica l’adattamento italiano della tragedia teatrale Le roi s’amuse di Victor Hugo, ambientata alla corte di Francia durante il regno di Francesco I di Valois. Ed è proprio quest’ultimo a ricoprire il ruolo del principe dissoluto e seduttore. Essendo l’opera Rigoletto (nome che altro non è che la trasposizione italiana del personaggio del buffone Triboulet nella versione francese) destinata ad andare in scena al Gran Teatro la Fenice di Venezia nel 1851. Ovviamente il tema principale del regicidio è assolutamente scandaloso e fuori discussione all’epoca. Soprattutto nel territorio del Regno Lombardo-Veneto, sotto l’egida della Corona imperiale austro-ungarica, la censura è molto attenta e severa. Solo tre anni sono trascorsi dagli sconvolgimenti politici e dalle lotte indipendentiste del fatidico 1848, per cui ogni pagina scritta da Piave deve essere controllata e autorizzata dalla censura austriaca affinché l’opera possa essere rappresentata.

Statua di Rigoletto (Mantova, Casa di Rigoletto). Fotografia di Massimo Telò condivisa con licenza Creative Commons 3.0 via Wikipedia:

Mi piace immaginare il grande compositore e il librettista a lavoro, il primo al pianoforte, il secondo alla scrivania, alla luce della lampada a carburo, chiedersi quale ambientazione scegliere per non incorrere nel rischio di lesa maestà. Lo stesso Victor Hugo aveva subito la scure della censura all’uscita del suo dramma nel 1832. In Francia regnava Luigi Filippo D’Orléans che, per quanto si fosse guadagnato l’appellativo di “Re borghese”, apparteneva comunque a un ramo cadetto dei Borbone e la sua lungimiranza non gli poteva certo permettere di sdoganare il tabù dell’attentato a un sovrano francese. Ecco pertanto la scelta del Ducato di Mantova come sfondo dell’opera “Rigoletto”.

Ma per quale motivo proprio Mantova?

In primo luogo si tratta di uno stato che non esiste più dall’inizio del XVIII secolo, per cui nessuna offesa può essere materialmente arrecata ad alcuna dinastia regnante dell’epoca. In secondo luogo la dinastia dei Gonzaga di Mantova aveva perso il trono ducale all’inizio del XVIII secolo in circostanze infamanti. Pertanto la rappresentazione del tentativo di omicidio di un principe rinascimentale macchiato dal vizio e dal libertinaggio scellerato, nonché appartenente a una casata compromessa per sempre, appare molto più ragionevole e accettabile agli occhi dei censori austriaci.

Alla radice dell’albero genealogico troviamo i Corradi da Gonzaga, il cui membro Luigi I instaura nel 1328 la signoria personale sul Comune di Mantova assumendo il titolo di Capitano del popolo e Vicario imperiale. In seguito la dinastia acquisterà dall’Imperatore il titolo marchionale prima e quello ducale poi nel corso dei secoli XV e XVI. Mecenatismo, raffinate abilità diplomatiche e un’accorta politica matrimoniale ne suggellano l’ascesa tra le maggiori famiglie principesche d’Europa. La maggior parte dei principi mantovani sono stati famigerati cultori di allevamento di cavalli di razza e di avventure galanti, non escluso l’ultimo Duca Ferdinando Carlo di Gonzaga – Nevers (1665 – 1708). Per tutta la vita egli preferisce i piaceri alla politica, barcamenandosi tra l’Impero degli Asburgo e la Francia del Re Sole, finendo per prediligere quest’ultima.

Durante la Guerra di successione spagnola (1700-1713), scoppiata a seguito dell’estinzione della Casa reale degli Asburgo di Spagna, il Regno d’Inghilterra e l’Impero formano una potente coalizione contro il Regno di Francia, che tra i suoi alleati annovera anche il Ducato di Mantova. Nel 1703 la piazzaforte Mantovana viene praticamente consegnata ai soldati della coalizione borbonica da Ferdinando Carlo, il quale fugge in Monferrato (parte dei suoi domini) senza combattere. Su Mantova cavalcherà quindi il Principe Eugenio di Savoia alla testa delle truppe imperiali, assediando vittoriosamente la città e invadendo il Ducato. Sulla scorta degli antichi legami vassallatici con gli Asburgo, Ferdinando Carlo di Gonzaga Nevers sarà condannato per fellonia e dichiarato decaduto dai suoi titoli. Il Ducato di Mantova sarà annesso ai domini diretti della Corona imperiale, mentre il Ducato del Monferrato passerà ai Savoia. A nulla varranno le rivendicazioni dinastiche dei suoi discendenti.

A tutto ciò si aggiunge il gusto tipicamente romantico per le tragedie con protagonisti gli immorali signorotti italiani del Rinascimento, per la loro leggenda nera che aveva già ispirato Victor Hugo nella sua “Lucrezia Borgia”, musicata nel 1833 da Gaetano Donizetti su libretto di Felice Romani.

Terzo atto. La tragedia di Rigoletto volge al finale. Siamo nella locanda della sorella di Sparafucile. Il giullare vuol mostrare alla figlia che razza di uomo sia il Duca. Infatti lo sorprendono a corteggiare, in incognito, la bella Maddalena. Il sicario ha già ricevuto il mandato ad assassinare quel giovane senza conoscerne la vera identità. “Il suo nome?” chiede a Rigolett … “ vuoi sapere anche il mio?” gli risponde il buffone, “egli è delitto, punizion son io!” Sta di fatto che anche Maddalena si innamora del giovane misterioso e convince il fratello a risparmiarlo uccidendo qualcun altro al suo posto. Gilda, per amore del Duca, fingendosi un mendicante, si getta sul pugnale di Sparafucile, che la consegna in un sacco al padre. Pagati i venti scudi d’oro, Rigoletto è pronto a gettare il sacco nel Mincio quando in lontananza sente cantare il Duca “La donna è mobile qual piuma al vento”. Non è possibile! Deve essere solo una suggestione notturna. Ma un terribile dubbio si insinua nella sua mente come una lama. Apre il sacco e trova la figlia morente.

Con questa scena straziante la maledizione del Conte di Monterone si è infine compiuta.

Nicola Marchi
Nicola Marchi

Laureato in giurisprudenza, diplomato in archivistica, diplomatica e paleografia, già cultore della materia presso la cattedra di storia del diritto medievale e moderno all’Università di Bologna, appassionato di storia militare e storia del costume, pittore, umanista. Amo lo studio e la ricerca, le biblioteche e gli archivi storici, i musei, i viaggi. Cerco di trasmettere alle persone le mie passioni attraverso l'attività di divulgatore in collaborazione con Riccardo Dal Monte.