Ishi è l’ultimo membro del popolo Yahi, uno dei tre gruppi degli Yana, che vivono in California. L’uomo è riconosciuto come ultimo nativo americano “selvaggio” d’America, perché ha vissuto gran parte della propria vita al di fuori della civiltà moderna. A 50 anni, nel 1911, sbuca fuori dalle colline delle attuali Lassen Peak, note anticamente con il nome di Wa ganu p’a.

Ishi non è il nome originario del nativo, la parola significa “uomo”, in lingua Yana. L’antropologo Alfred Kroeber lo chiama così perché gli Yahi non rivelavano il proprio nome: secondo la loro tradizione, nessuno poteva “presentarsi” da solo a degli sconosciuti, ma doveva essere un membro della tribù a farlo, pronunciando appunto il suo nome. Per questo, quando qualcuno gli chiedeva il nome rispondeva:

Non ho un nome, perché non ci sono persone per chiamarmi

Ishi viene preso in consegna dagli antropologi dell’Università della California, a Berkeley, che lo studiano e lo assumono come assistente di ricerca. L’ultimo nativo “selvaggio” vive il resto dei suoi giorni in un edificio universitario nei pressi di San Francisco.

Gli Yahi

Gli Yahi erano un gruppo di nativi americani che abitava la regione del Deer Creek, in California. Gli Yahi, che appartenevano al popolo Yana, ritenevano tutti gli individui uguali, e non avevano capi né autorità politiche. Il loro stile di vita era quello di cacciatori-raccoglitori, e il loro intero popolo, composto da 404 persone, ha combattuto con orgoglio per difendere il proprio territorio, molto vicino alle miniere californiane.

Gli Yahi sono stati fra i primi a sperimentare le devastanti e mortali conseguenze della famosa “corsa all’oro”, dopo che oltre 300.000 cercatori erano arrivati in California alla ricerca del metallo prezioso. Con i fiumi occupati dai cercatori ed il numero di animali selvatici in rapida diminuzione, gli Yahi sono stati ridotti alla fame.

La tribù, che si scontra con i coloni, viene ovviamente spazzata via dalla violenza delle armi da fuoco dell’uomo bianco. Dopo due massacri di circa 70 persone nel 1865, condotti dal cacciatore di nativi Robert Anderson, la tribù è ridotta a circa 100 individui.

All’alba del 6 agosto del 1866, diciassette coloni compiono un raid in un villaggio Yahi. Nello stesso anno, altri Yahi sono massacrati, sorpresi indifesi in un burrone. Nel 1867, trentacinque Yahi sono uccisi dopo essere stati costretti a entrare in una grotta a nord di Mill Creek. Infine, intorno al 1871, quattro cowboy intrappolano ed uccidono circa trenta Yahi nella grotta di Kingsley.

Di quello che era un popolo di circa 400 persone, perfettamente in equilibrio con la natura, ne rimangono solo 16, nel giro di 6 anni

Dal 1871 al 1911 non si vede né si sente un altro Yahi. I coloni bianchi pensano che, dell’antica tribù, si sia persa traccia per sempre. Il 29 Agosto del 1911 accade l’inaspettato: appare Ishi, un membro degli Yahi, nelle vicinanze di Oroville, in California.

Ishi

Quando Ishi si mostra alla California ha circa 50 anni, e ha vissuto la sua intera vita al di fuori della civiltà occidentale. Non conosce l’inglese e parla solo la propria lingua. I professori dell’Università della California, Berkeley, leggono della scoperta e lo portano a San Francisco, sia per studiare le sue abitudini sia per proteggerlo dalla curiosità del pubblico. Sotto la guida dell’antropologo Alfred Kroeber, direttore del Museo di Antropologia, Ishi vive lì fino alla morte per tubercolosi (allora incurabile) nel 1916.

Il suo linguaggio, l’ultimo nativo in grado di parlarlo, viene studiato nel 1911 dal linguista Edward Sapir, che ha già lavorato sui dialetti settentrionali.

Ishi inizia il suo racconto e spiega come è arrivato fin lì. Lui e gli ultimi membri della sua tribù sono rimasti nascosti sino al 1908, quando un gruppo di statunitensi riesce a scovare il loro accampamento. Lui e alcuni parenti riescono a fuggire, ma non la madre, che è molto malata. Dopo un po’ di giorni Ishi torna al campo e ritrova la madre viva, che però muore dopo pochissimo tempo. I parenti non erano tornati con lui al campo, e Ishi trascorre i tre anni successivi attraverso le foreste, da solo, alla ricerca di cibo.

Nel 1911, disperato e affamato, si svela infine al mondo moderno

Quando l’uomo viene catturato, le autorità decidono di spedirlo in una riserva in Oklahoma, ma Alfred Kroeber insiste perché rimanga all’università. Viene realizzato un appartamento vicino al museo universitario, e l’ultimo nativo “selvaggio” viene studiato, fino al giorno della morte.

Ishi in quel periodo riesce a imparare circa 600 parole in inglese, e insegna agli antropologi la cultura Yahi e il linguaggio Yana. Viene considerato come un impiegato vero e proprio, e lavora come assistente di ricerca. I visitatori del museo potevano vederlo e parlargli, e lui mostra ai bambini come costruire archi e frecce. Durante quegli anni, Ishi e i ricercatori diventano amici, anche se lui considera i bianchi il nemico per eccellenza. Nel 1914, Ishi e i ricercatori fanno un’escursione nell’habitat naturale degli Yahi, dove l’indiano mostra le proprie capacità di inseguimento e caccia.

Purtroppo Ishi, come tutti i nativi americani, patisce la vicinanza con l’uomo bianco e con le malattie contro cui non ha difese immunitarie. Cinque anni dopo esser giunto fra i bianchi si ammala di tubercolosi e muore, il 25 marzo del 1916. I suoi colleghi e amici all’università tentano di impedire l’autopsia sul corpo, per mantenere il corpo intatto dopo la morte, secondo l’usanza Yahi, ma i loro sforzi sono inutili.

Ishi viene sottoposto all’esame autoptico, gli viene estratto il cervello e le spoglie vengono cremate

I resti dell’ultimo nativo selvaggio vengono sepolti al cimitero del Monte Olivet, vicino a San Francisco. Il suo cervello viene inviato all’Istituto Smithsonian di Washington dall’amico di Ishi, Alfred Kroeber. L’organo rimane lì fino al 10 agosto del 2000, quando viene dato ai discendenti della tribù del fiume Pit, che lo seppelliscono insieme alle ceneri in una posizione segreta nella regione del Deer Creek.

 

Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine.
Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...

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