La storia della Prima Crociata

Le crociate sono famose come la grande macchia della chiesa di Roma, un periodo di guerre di conquista e di sfida agli infedeli che non ha avuto precedenti né eventi successivi che le abbiano eguagliate. Ma dove originano e perché si arriva a indire la prima crociata?

L’anno Mille, secondo antiche profezie, doveva segnare la fine del mondo, si aspettava l’Apocalisse descritta da San Giovanni nel suo vangelo. E invece succede il contrario: inizia un periodo di grande fervore religioso, culturale ed economico che porta a una sorta di rinascita dell’Occidente Cristiano. Ma all’orizzonte, proprio in quel periodo, sta prendendo forma un pericolo che, nei secoli a venire, sarà il terrore del mondo cristiano: i Turchi. Più precisamente, in quegli anni sono i Turchi selgiuchidi a dilagare da oriente verso occidente.

L’espansione islamica

L’espansione islamica, da parte degli arabi, era già avvenuta. A partire dal VII secolo, avevano conquistato l’impero persiano, gran parte del Nord-Africa, Cipro, la penisola iberica e, a est, si erano spinti fino a Kabul e Samarcanda. Senza contare il dominio, per periodi relativamente brevi, su Creta e la Sicilia. Ma i Turchi fanno più paura perché in breve tempo, partendo dalle steppe dell’Asia centrale, conquistano la Persia, l’Armenia, la Siria e quasi l’intera Anatolia. Nel 1073 riescono anche a strappare Gerusalemme e la Palestina al califfato d’Egitto, governato dalla dinastia sciita dei Fatimidi. I Turchi sono meno tolleranti dei loro predecessori e i pellegrini cristiani che arrivano in Terra Santa si sentono in pericolo. In realtà,  l’intera Europa si sente minacciata dall’avanzata turca, che sembra sia inarrestabile.

Anche i confini est dell’impero romano d’oriente sono a rischio, in particolare dopo la sconfitta subita dai cristiani nel 1071 a Manzicerta. Nel 1073, l’imperatore (bizantino?) Michele VII chiede soccorso a papa Gregorio VII, che avrebbe voluto aiutarlo, ma poi si trova troppo invischiato nelle beghe tra papato e Sacro Romano Impero, e la campagna militare finisce in nulla.

Intanto, in Occidente

A occidente è iniziata la Reconquista dei territori iberici da parte dei locali regni cristiani, che hanno l’appoggio del papa. Urbano II esorta i fedeli di Spagna a riappropriarsi di Tarragona, e lo fa usando quei toni che poi riprenderà per predicare la prima crociata. La Reconquista potrebbe essere considerata una specie di crociata ante-litteram, anche se mancano alcuni elementi di quelle che saranno considerate dall’occidente delle guerre sante. Nel mentre i normanni, che sbarcano in Sicilia nel 1061, la strappano agli arabi entro il 1086.

L’ XI secolo vive quindi un periodo molto complesso e in continuo divenire, tra invasioni e riconquiste, lotte tra cristiani e musulmani, e contrasti interni al variegato mondo islamico. Anche il mondo cristiano, nel 1054, si divide in due, dopo il “grande scisma”. La Chiesa Orientale non riconosce il primato del papa di Roma sui quattro patriarchi di Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme, che vogliono riconoscere al papa il primato solo a livello di titolo onorifico, e quindi senza consegnargli una vera autorità. Quando Gregorio VII progetta la campagna militare in oriente, quella che poi non partirà, forse spera di ricucire lo scisma.

Urbano II nutre la stessa speranza, quando l’imperatore bizantino Alessio I Comneno, nel 1095, chiede il suo aiuto contro i Turchi. La lettera che arriva al papa ha toni drammatici: i Turchi sono alle porte di Costantinopoli, mentre i pellegrini in Terra Santa subiscono violenze di ogni tipo.

Il papa accoglie la richiesta di soccorso: durante il concilio di Clermont, nel novembre del 1095, rivolge un appello ai nobili e al clero, per spingere a “prendere la via del Signore” per “liberare le chiese d’Oriente”. Il testo originale di questo discorso non è noto, e ne esistono cinque versioni, tutte diverse una dall’altra. Nonostante le differenze l’appello del papa è considerato l’atto d’inizio della “prima crociata”, che si svilupperà in un modo che Urbano II non ha previsto perché alla chiamata aderiscono un enorme numero di nobili e plebei.

Il papa forse vuole solo portare aiuto all’imperatore d’oriente, senza esortare alla liberazione della Terra Santa. La parte del discorso su questo punto è forse un’aggiunta successiva, dopo gli straordinari risultati ottenuti dalla prima spedizione. A monte c’è anche la volontà di riaffermare la supremazia papale rispetto al sovrano del Sacro Romano Impero, in quel difficile periodo passato alla storia come “lotta per le investiture”, durante il quale si arriva addirittura alla compresenza di due papi perché, sto semplificando molto naturalmente, l’imperatore non vuole rinunciare al privilegio di mettere becco nelle nomine del clero.

Quel che è importante sapere è che l’appello del papa suscita un entusiasmo che va al di là di ogni immaginazione: la folla presente a Clermont risponde ad una sola voce:

“Dio lo vuole”.

Perché iniziano le crociate?

Iniziano così le crociate, battaglie che si pensano “sante” per i due secoli successivi. Il termine “crociata”, che comincia a essere usato solo a partire dal 1700, deriva forse dal temine latino cruciare, ovvero segnare con la croce, dovuto al segno distintivo dei crociati, detti anche cruce signati: una croce rossa cucita sulla spalla destra dei loro abiti. I crociati definivano sé stessi come “pellegrini”, e quelle spedizioni dei veri e propri pellegrinaggi contro gli infedeli.

Le motivazioni di queste spedizioni sono politiche ed economiche: il grande sviluppo demografico dell’epoca richiede la ricerca di nuovi territori, ci sono troppi giovani in giro per l’Europa. Senza contare i figli cadetti della nobiltà, che non ereditano terre né ricchezze, e possono scegliere solo tra carriera ecclesiastica e militare. La cosa provoca una situazione di diffusa violenza che preoccupa Urbano II: spedire fuori dai confini i turbolenti cadetti avrebbe pacificato l’occidente. Loro, i nobili senza terra, intravedono la possibilità di un riscatto economico grazie alla conquista di territori d’oltremare, tanto è vero che alcuni storici vedono le crociate come il primo esempio di occupazione coloniale degli europei. C’è anche la prospettiva di aprirsi a nuovi e ricchi e mercati a cui puntano le repubbliche marinare italiane, come Genova, Pisa e Venezia, che infatti forniscono aiuto ai crociati a patto di poter aprire nuove basi commerciali nel Mediterraneo. E poi c’è la grande paura di una conquista islamica, vista l’inarrestabile marcia dei Turchi.

Sono tutte motivazioni accettate dagli storici, alle quali bisogna aggiungere quella religiosa, spesso sottovalutata e considerata solo una scusa per giustificare una guerra di conquista. In realtà, nel caso della prima crociata, il fervore religioso dell’epoca gioca un ruolo importante, forse addirittura preminente rispetto ai motivi citati. Secondo storici come Franco Cardini, Alessandro Barbero e altri, quella spedizione non è una missione militare, ma un “pellegrinaggio armato”. Perché il pellegrinaggio nei luoghi santi è, per i cristiani dell’epoca, non obbligatorio ma comunque un dovere molto sentito. Uno dei cammini principali è quello in Terra Santa, al Santo Sepolcro. Dopo la conquista araba, i pellegrinaggi a Gerusalemme sono abbastanza sicuri, ma l’arrivo dei Turchi cambia le cose, intanto perché le lotte tra musulmani – Selgiuchidi e Fatimidi -, rappresentano già di per sé un pericolo, e poi perché i Turchi si lasciano spesso andare a violenze contro i pellegrini. Da qui nasce la necessità di un “pellegrinaggio armato”, tutto intriso di una passione religiosa che contempla anche la possibilità di morire in nome di Dio, così come di uccidere in nome in Dio.

La prima crociata

Visto che sono in tanti ad essere entusiasti nel rispondere all’appello di Urbano II la crociata rende necessarie delle regole, a cominciare dal giuramento prestato dai pellegrini. Chi fa voto di adesione non può tirarsi indietro, pena la scomunica. Di contro, viene concessa la remissione delle penitenze, perché il pellegrinaggio è di per sé considerato una forma di penitenza. Dal canto suo la Chiesa manda un proprio rappresentante, Adhemar de Monteil, e si fa garante della protezione dei familiari e dei beni dei crociati. Viene fissata la data per la partenza, il 15 agosto 1096. Urbano II ottiene risultati anche troppo buoni. Tutti vogliono partecipare: contadini, persone malate, donne, monaci, una massa di gente spinta da profonda fede religiosa e poi chissà per quali altri motivi, oggi non possiamo pretendere di conoscerli tutti. Il papa cerca di arginare la cosa ma non ci riesce.

Ci sono i nobili, divisi in quattro gruppi di provenienza: Francia, Fiandre, Germania e Italia meridionale.

Dalla Francia partono Raimondo IV di Tolosa, Ugo di Vermandois (fratello del re), Roberto II di Normandia, Stefano II di Blois, e anche Roberto II delle Fiandre. In Germania, aderisce alla crociata Goffredo di Buglione con i fratelli Eustachio e Baldovino, mentre in Italia si fa avanti Boemondo d’Altavilla con il nipote – o forse è il cugino – Tancredi. Boemondo è un caso a parte.

Lui era già entrato in conflitto con i bizantini, e fin dall’inizio spera di conquistarsi un posto al sole in oriente. Per lui vale quindi la motivazione economica, che però non può essere attribuita a tutti senza distinzioni. Tanto è vero che molti nobili francesi, a fine crociata, tornano in patria. Oltre a loro, anche la Repubblica di Genova contribuisce alla spedizione fornendo navi da trasporto.

Le quattro compagnie di crociati, partite nell’agosto del 1096, arrivano a Costantinopoli in tempi diversi e percorrendo strade diverse. Li precede però un altro esercito, che non marcia sotto l’egida del papa, ma si è raccolto intorno a una figura quasi messianica.

La crociata dei Poveri

Prima di cavalieri e principi, parte alla volta di Gerusalemme un esercito improvvisato formato da una massa di gente povera o di nobiltà di basso rango, guidato da uno strano personaggio, Pietro l’Eremita. E’ un sacerdote che se ne va in giro scalzo e vestito di stracci, capace di infiammare folle di persone durante le sue predicazioni in Francia e Renania.

Nel suo viaggio a piedi verso la Terra Santa, lo seguono donne, preti, contadini, monaci, poveracci, un piccolo numero di soldati. Una truppa indisciplinata che ha come avanguardia un gruppo più ristretto, guidato da un cavaliere senza risorse economiche, e ce lo dice pure il nome, Gualtieri Senza Averi.

Nei territori che attraversano i due gruppi compiono razzie e saccheggi che portano a un’inevitabile reazione della popolazione locale. Gualtieri arriva per primo a Costantinopoli, già nel mese di luglio del 1096, ma non prima di essersi scontrato con i cittadini di Semlin, al confine tra il regno d’Ungheria e l’impero bizantino. Anche l’esercito di Pietro arriva a Semlin, dove massacra 4000 persone, tutte di religione cristiana, per poi saccheggiare anche Belgrado. Non solo, i seguaci di Pietro si scontrano anche con le truppe bizantine a Niš, prima di arrivare a Costantinopoli nel mese di agosto. L’imperatore pensa di trattenerli nella capitale fino all’arrivo dei crociati nobili, ma il loro comportamento violento lo costringe a traghettarli in Asia, al di là del Bosforo. Lì, nei pressi di Nicea, se la devono vedere con i Turchi, che li sbaragliano nella battaglia di Civetot. Tra le migliaia di vittime, circa 20.000, c’è Gualtieri, ma non Pietro, che nel frattempo è tornato a Costantinopoli. Lì, con i pochi superstiti, circa 3000 persone, aspetta i crociati nobili.

In parallelo con la crociata dei poveri, parte la cosiddetta “crociata dei tedeschi”, che in quel clima di esaltazione religiosa prende la strada dell’antisemitismo. Pietro l’eremita lasca a Colonia un suo seguace, con il compito di raccogliere altre forze. In breve si radunano tre eserciti, responsabili dei “massacri della Renania”, che sono in sostanza dei pogrom contro gli ebrei e fanno migliaia di vittime. Non lo sanno molti ma il primo olocausto ebraico è proprio quello legato al passaggio dei crociati in Europa verso la terra santa, durante il quale si contano almeno 50.000 vittime.

Inizia la crociata

Alessio I, che già ne ha avuto abbastanza con Pietro l’Eremita, non è certo entusiasta per l’arrivo dei crociati, anche per un altro motivo. Nella lettera scritta al papa, lui aveva fatto richiesta di un contingente mercenario e non certo di tutti quegli eserciti difficili da tenere sotto controllo e di cui non si fida troppo. Ribadisce, come già disposto dal papa, che i territori riconquistati ai Turchi devono tornare sotto la sua sovranità. E poi chiede ai crociati di non devastare le province dell’impero che attraversano, perché il passaggio di quella massa di persone non è mai privo di violenze e saccheggi. Pretende un giuramento di fedeltà dai principi, che ottiene a fatica e non da tutti. In cambio, l’imperatore garantisce il sostentamento delle truppe e il loro trasporto al di là del Bosforo. Si parla all’incirca, almeno secondo una stima ragionevole, di 20.000 persone.

I crociati arrivano in Asia al momento giusto: l’impero dei turchi selgiuchidi si è frammentato in diversi sultanati, spesso in guerra fra loro, mentre gli arabi del califfato fatimide si riprendono Gerusalemme quando gli eserciti cristiani sono già in Terra Santa. La situazione è quindi favorevole ai crociati.

L’assedio di Nicea e il primo regno crociato

La prima tappa è Nicea, città che faceva parte dell’impero romano d’oriente e che, in quel momento, è la capitale del Sultanato di Rum. Il sultano Arslan, che si è allontanato per risolvere un conflitto interno, non è troppo preoccupato dalla presenza dei crociati: aveva già sconfitto con facilità l’esercito di Pietro l’Eremita.

Nel maggio del 1097 i cristiani iniziano l’assedio, supportati anche da forze dall’esercito imperiale. Sono proprio i bizantini a organizzare un blocco dei rifornimenti alla città, che è costretta ad arrendersi. La resa, a metà giugno, viene concordata tra i turchi e i comandanti bizantini, senza che i crociati ne siano informati. Lo scoprono solo quando vedono sventolare le bandiere dell’impero sulle torri della città. Questa “pace separata” serve a impedire il saccheggio della città da parte dei crociati, che non la prendono benissimo. D’altronde, erano queste le regole che loro stessi avevano giurato di rispettare.

Un piccolo contingente di bizantini, guidati dal fidatissimo generale Tatikios, accompagna gli eserciti crociati nella loro marcia in Asia Minore: serve qualcuno che faccia da guida in quel paese sconosciuto, e soprattutto serve qualcuno che faccia rispettare gli accordi presi con Alessio I.

Già alla fine di giugno i crociati riprendono la marcia, divisi in due gruppi. Quello di testa, guidato da Boemondo d’Altavilla, il 1° luglio si scontra a Dorileo con l’esercito di Arslan, che accerchia i normanni con i suoi temibili arcieri a cavallo. Qualcuno riesce ad allontanarsi per chiedere aiuto alla seconda colonna, guidata da Goffredo di Buglione, che ribalta le sorti della battaglia. I turchi, al suo arrivo, preferiscono abbandonare il campo.

I crociati, che proseguono attraverso l’Anatolia, si trovano in difficoltà perché Arslan ha fatto terra bruciata sul loro percorso. Siamo nel bel mezzo della stagione estiva, in medio oriente, e scarseggiano viveri e acqua. Nonostante i crociati tentino di saccheggiare tutto quel che trovano muoiono per fame o sete molti uomini e molti cavalli. La situazione è drammatica, ma non impedisce a diversi condottieri di litigare fra loro: si contendono il comando dell’intera spedizione, ma nessuno riesce a prevalere. Intanto iniziano le prime campagne separate. Baldovino, fratello di Goffredo di Buglione, e il normanno Tancredi, si dirigono verso l’Armenia con due contingenti separati. I due entrano in conflitto, e Tancredi preferisce abbandonare il campo. Baldovino prosegue la sua campagna, con l’appoggio della popolazione armena, che vuole liberarsi dei selgiuchidi. Alla fine, il sovrano armeno di Edessa, Thoros, gli offre la co-reggenza e lo adotta come figlio. L’ingrato, a quanto pare, non ostacola alcuni nobili locali, che uccidono il padre adottivo e la moglie. Subito dopo, viene riconosciuto sovrano e assume il titolo di Conte di Edessa. E’ nato il primo stato crociato, nel mese di marzo del 1098.

L’assedio di Antiochia

Tancredi decide di ricongiungersi con l’esercito crociato, che nel frattempo è arrivato sotto le mura di Antiochia, città dalla lunga storia e soggetta a varie dominazioni. Fa parte dell’impero romano d’oriente quando, nel 1084, la occupano i turchi selgiuchidi, ed è con loro che devono vedersela i crociati.

Antiochia viene definita “molto forte e quasi inespugnabile”. Impossibile conquistarla con un attacco diretto e i crociati iniziano l’assedio, il 21 ottobre 1097. Sperano in una capitolazione della città, o almeno in un tradimento dall’interno.

Ma i crociati non sanno che il governatore, Yaghi-Siyan, si è preparato a quell’assedio. Come prima cosa ha imprigionato il patriarca ortodosso, poi ha cacciato dalla città gran parte della popolazione cristiana, e infine ha chiesto aiuto ad altri sultanati. Nel frattempo ha fatto scorta di viveri.

Fuori dalla mura di Antiochia si accampano, divisi in gruppi, le truppe cristiane, che però non sono sufficienti ad accerchiare l’intera città. Gli assediati riescono a fare  delle sortite per contrastare l’approvvigionamenti di viveri, tanto che a fine dicembre i crociati sono già senza scorte, anche se a novembre erano arrivati dei rifornimenti con le navi genovesi. Goffredo di Buglione è ammalato, mentre Boemondo con Roberto di Fiandra si avventurano alla ricerca di cibo, con migliaia di uomini al seguito.

Yaghi-Siyan, che vede il momento favorevole, attacca il campo di Raimondo IV, ma non riesce ad avere la meglio. Intanto l’esercito del sovrano di Damasco, Duqaq, corso a prestare aiuto ad Antiochia, intercetta le truppe di Boemondo e Roberto, ma anche in questo caso senza risultati: i crociati tornano all’accampamento, ma senza molti rifornimenti.

La situazione è difficile per ambo le parti, mentre accadono cose che sono considerate prodigi infausti: il 30 dicembre c’è una scossa di terremoto seguita da quella che viene descritta come un’aurora boreale. E poi le piogge che sembrano non finire mai e un gran freddo. Troppo freddo, che induce Duqaq a tornarsene a Damasco. Nel campo crociato tutte quelle contrarietà sono viste come un segno della collera di Dio. Hanno commesso troppi peccati i crociati, e devono fare penitenza. Adhemar ordina che si osservi un digiuno di tre giorni. Un ordine a cui è facile obbedire, visto che le scorte di cibo sono quasi finite e già qualcuno inizia a morire di fame. Durante l’assedio di Antiochia i crociati muoiono più per fame che per mano dei turchi: uno su cinque, secondo uno storico dell’epoca, Matteo di Edessa. Insomma, il morale è a terra e c’è chi inizia a pensare che, in fondo, è meglio tornarsene a casa. Ci provano Pietro l’Eremita e un visconte francese, tale Guglielmo, detto Il Falegname per la sua forza fisica. Boemondo manda qualcuno a riacchiapparli, per evitare altre defezioni. Se ne va anche il generale bizantino Tatikios, con i suoi duemila uomini. E’ un tradimento? No, c’è lo zampino di Boemondo, che informa il generale di un complotto ai suoi danni, da parte degli altri comandanti. Viceversa, ai crociati racconta che Tatikios se n’è andato perché è un vigliacco o un traditore. Questo inganno ha uno scopo ben preciso: Antiochia, una volta presa, non deve essere restituita all’imperatore, anzi, sarà Boemondo stesso a prenderne il possesso.

Intanto a febbraio, a dar man forte a Yaghi-Siyan, arriva il sovrano di Aleppo, Ridwan, ma anche lui se ne torna a casa, dopo una brutta batosta presa dai crociati.

Con la primavera, la situazione inizia a migliorare, ma alla fine di maggio i crociati sono ancora accampati sotto le mura di Antiochia. Intanto, da Mosul si sta avvicinando l’esercito di Kerbogha, che decide però di mettere prima sotto assedio Edessa, per non lasciarsi dei nemici alle spalle. Si ferma lì tre settimane, senza risultato, e così riprende la marcia verso Antiochia. Si sono uniti a lui anche Duqaq, Ridwan e altre truppe ancora, formando un esercito temibile, che avrebbe avuto ottime probabilità di sbaragliare i crociati. Ma è troppo tardi: quelle tre settimane perse a Edessa fanno la differenza tra vittoria e sconfitta. Perché intanto Boemondo è riuscito a corrompere una guardia della città, che promette di far entrare i crociati in cambio di denaro e un titolo. Il normanno informa gli altri comandanti: lui può farsi aprire le porte di Antiochia, ma in cambio vuole diventarne il principe. Raimondo IV si infuria, perché vuole prestar fede al giuramento fatto all’imperatore, ma gli altri cedono: Kerbogha è vicino e non hanno altra scelta. A meno di disertare, come fa Stefano di Blois e qualcun altro, che il 2 giugno se ne vanno con armi e bagagli.

Quella notte stessa i crociati entrano in città, e succede il finimondo: i morti non si contano, anche tra i greci e gli armeni rimasti ad Antiochia.

I cristiani prendono il controllo della città, ad eccezione della cittadella fortificata, rimasta in mano ai Turchi. Il 5 giugno arriva Kerbogha, che prova un assalto diretto, ma fallisce. Allora mette sotto assedio la città: la situazione si è ribaltata: i crociati sono dentro e i turchi sono fuori. Intanto, Stefano di Blois, sulla via del ritorno verso casa, incontra Alessio I, che sta andando a dare man forte ai crociati. No, non serve, tutto è perduto, dice Stefano, che non sa degli sviluppi della situazione.

Così l’imperatore se ne torna a Costantinopoli. Ma ad Antiochia la situazione, per i crociati, è davvero disperata: hanno fame e il morale a terra. A risollevarlo ci pensa una sorta di mistico francese, tale Pietro Bartolomeo, che racconta di aver avuto delle visioni – magari c’entrava la fame – di Sant’Andrea. Il santo gli ha detto che in città è nascosta la Sacra Lancia, proprio quella che aveva trafitto il costato di Gesù. Il vescovo Adhemar non gli crede – lui ha già visto una reliquia della lancia – ma gli altri sì. Il 15 giugno, scavando nella cattedrale, viene recuperata una punta di lancia: è un segnale divino. Tra i crociati c’è chi ci crede e chi no, ma comunque il morale migliora un po’. Intanto i musulmani, là fuori, litigano tra loro, e quasi quasi Kerbogha viene visto come un pericolo maggiore rispetto ai cristiani. Il 28 giugno si arriva alla resa dei conti: forti della sacra lancia, i cristiani escono da Antiochia e affrontano i Turchi. All’inizio muoiono molti crociati, che sembrano soccombere, poi iniziano le visioni: San Giorgio, San Mercurio e San Demetrio combattono al loro fianco, non possono perdere. Intanto diversi comandanti musulmani abbandonano il campo di battaglia e Kerbogha è costretto a fuggire. Anche l’ultimo presidio turco, la cittadella fortificata di Antiochia, deve arrendersi. La città è nelle mani dei crociati, o meglio, di Boemondo d’Altavilla. Nasce il secondo regno crociato.

Intanto si diffonde un’epidemia di peste, che si porta via molti soldati, compreso il vescovo Adhemar, mentre i morsi della fame non si placano. I capi crociati continuano a litigare tra loro e la spedizione sembra essere a un punto morto. I soldati si stancano e minacciano di partire verso Gerusalemme senza di loro. La situazione si sblocca a inizio 1099, quando riprende la marcia verso la Terra Santa. Prima però assediano Ma’arra, dove avvengono episodi di cannibalismo, riportati da diversi cronisti cristiani e da una fonte araba. Non è però chiaro se la causa del cannibalismo sia stata solo la fame, o se la pratica sia servita anche ad incutere terrore nei nemici, come una sorta di guerra psicologica. Pare che episodi simili fossero già avvenuti ad Antiochia, e ancora prima durante la crociata dei pezzenti di Pietro l’Eremita. Secondo alcuni cronisti dell’epoca, sono solo i superstiti di quella crociata di poveracci, detti Tafur, a macchiarsi di una tale vergogna. Questa però è una narrazione di comodo, che consente di attribuire quella nefandezza a un gruppo di poveri disgraziati disarmati, salvando la reputazione degli eroici crociati in armi.

Gerusalemme

La marcia verso Gerusalemme conosce pochi ostacoli, perché i sultanati in Siria si fanno la guerra tra loro, mentre le città dei turchi, lungo il percorso, preferiscono non opporre resistenza.

I crociati arrivano alle porte di Gerusalemme il 7 giugno 1098. Il governatore, non turco ma fatimide, prova a trattare: garantisce la libertà di pellegrinaggio in Terra Santa, a patto che i crociati si astengano dall’occupazione dei suoi territori. La proposta viene rifiutata, così il governatore caccia tutti i cristiani dalla città e avvelena i pozzi.

I crociati non possono permettersi di assediare Gerusalemme: non hanno cibo, sono in pochi e non vanno d’accordo. L’unica strada è l’attacco diretto. Il 13 giugno tentano un primo assalto, che fallisce. Poi arriva il provvidenziale aiuto dei marinai genovesi, che con il legno delle loro navi costruiscono delle torri d’assedio. Non manca nemmeno l’ormai consueta visione mistica. Un sacerdote afferma di aver ricevuto un messaggio dal vescovo Adhemar: serve un digiuno di tre giorni e una processione attorno alle mura di Gerusalemme, scalzi. I giorni passano e arriva la notizia che stanno arrivando delle truppe arabe, in aiuto al governatore di Gerusalemme. Occorre sbrigarsi. Tra il 13 e il 15 luglio i crociati conquistano la città. E’ un massacro che non risparmia nessuno. Non i musulmani, certo, e nemmeno gli ebrei, che finiscono bruciati vivi dopo essersi rifugiati nella sinagoga.

Il 22 luglio, nella chiesa del Santo Sepolcro, si decidono le sorti del nuovo Regno di Gerusalemme. La corona viene offerta a Raimondo IV, che la rifiuta. La accetta invece Goffredo di Buglione, che però preferisce il titolo di Advocatus Sancti Sepulchri , Difensore del Santo Sepolcro. Goffredo muore giusto un anno dopo, e il suo posto viene preso da Baldovino, il fratello che aveva fondato il primo regno crociato a Edessa.

Il Regno di Gerusalemme sopravvive fino al 1291, ma la città viene conquistata dal Saladino già nel 1187. Ma questa è un’altra storia.

Destini

Urbano II: Non ha la soddisfazione di sapere che Gerusalemme è stata conquistata dai crociati, perché muore il 29 luglio 1099, prima che la notizia sia giunta a Roma

Raimondo IV di Tolosa: Dopo la conquista di Gerusalemme, si scontra prima con Boemondo e poi con Tancredi d’Altavilla. Nel 1102 diventa conte di Tripoli, anche se non l’ha ancora conquistata. Muore nel 1105, proprio mentre sta assediando la città, che poi sarà il quarto regno crociato

Tancredi d’Altavilla: Prende il posto di Boemondo ad Antiochia dopo che questi viene catturato dai turchi. Al ritorno dello zio, vive molte avventure nei vari regni d’oltremare finché, alla morte di Boemondo, nel 1111, diventa il legittimo principe di Antiochia. Poco più di un anno dopo muore, non in battaglia, ma di tifo.

Alessio I Comneno: il suo è un regno lungo – 37 anni – e molto turbolento. Tra guerre, conquiste e importanti riforme, lascia un segno importante nella storia dell’impero romano d’oriente. Muore nel 1118.

Ugo di Vermandois: dopo la presa di Antiochia, torna in Francia, senza quindi aver assolto al voto iniziale. Per recuperare l’onore perduto torna in pellegrinaggio, ma viene ucciso durante un’imboscata, in Cilicia, per mano del sultano Arslan.

Stefano II di Blois: Stefano abbandona la crociata ad Antiochia, e torna in Francia. Una vergogna. La moglie lo convince a ripartire per la Terra Santa, per prestare fede al voto. Resterà lì, perché muore in battaglia nel 1102.

Tatikios: dopo le vicende di Antiochia, il generale si scontra con pisani e genovesi, in conflitto con i bizantini. Muore dopo il 1099, ma non sappiamo né dove né come.

Pietro l’Eremita: nel 1100 torna in Europa, in Belgio, e fonda un monastero, dove muore nel 1115.

Pietro Bartolomeo: il destino peggiore è forse proprio il suo. Molti crociati non credono alla storia delle sue visioni, e lo accusano di essere un ciarlatano. Allora lui si sottopone volontariamente all’ordalia del fuoco. Rimane gravemente ustionato e muore dopo una decina di giorni, nell’aprile del 1099.


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