La fotografia di Eugene Smith di un neonato portato in salvo da un militare statunitense è una delle più drammatiche della Seconda Guerra Mondiale. Nonostante l’immagine di per sé non sia né tremenda né estremamente commovente, il contesto in cui fu scattata le fa assumere tutt’altra luce. Durante il Giugno del ’44 gli americani attaccarono Saipan, nell’arcipelago delle Marianne, che venne dichiarata “sicura” il 9 luglio.

Lo scontro per liberare l’isola costò la vita a 14.021 statunitensi e a circa 30.000 soldati giapponesi, ma il bilancio di vite non si fermò ai militari impegnati nello scontro. Durante quell’estate morirono altre 12.000 persone, semplici abitanti dell’isola, mediante il seppuku, il rito di suicidio nipponico. Durante gli scontri, i giapponesi combatterono sino all’ultimo uomo e, una volta che gli fu impossibile difendere l’isola, i soldati iniziarono a suicidarsi, sventrandosi, sparandosi alla nuca o gettandosi dalle scogliere di Saipan.

Sotto, la collina dei Suicidi:

Migliaia di civili giapponesi si suicidarono durante gli ultimi giorni della battaglia, per il timore della tortura e della mutilazione post-mortem da parte degli statunitensi. Molti di quelli che vivevano vicino alla futura “collina dei suicidi” si gettarono dallo strapiombo incontro alla morte. Furono circa 8.000 i giapponesi che si schiantarono sulle rocce acuminate, morti probabilmente a causa della propaganda giapponese che terrorizzava il popolo con le famose “Mutilazioni americane sui cadaveri“, episodi reali in cui l’esercito statunitense mutilò i cadaveri giapponesi per renderli trofei di guerra.

Sotto, una ragazza sul numero di Maggio del 1944 del Life Magazine, nella rubrica “Picture of the Week”, descritta come “una lavoratrice di guerra dell’Arizona scrive al suo fidanzato marinaio, ringraziandolo per il teschio giapponese che le aveva spedito“.

Il piccolo neonato dell’immagine fu un singolarissimo superstite, soprattutto perché durante la giornata dell’8 luglio, quando si uccisero migliaia di persone, i padri sgozzavano i figli prima di uccidersi a propria volta. Gli americani che giunsero nel luogo dei suicidi, secondo il racconto tratto dal libro “La Guerra del Pacifico” di B. Millot, non riuscirono in nessun modo a fermare l’isteria collettiva, e salvarono soltanto pochissimi bambini dalla morte.

Il neonato della fotografia, trovato durante la giornata del 9 Luglio, fu trattato, secondo i racconti di guerra, con l’affetto più paterno. Egli e pochi altri erano superstiti a un numero di morti impressionanti: oltre 55 mila persone suicidate, dall’inizio dell’offensiva dell’11 giugno, un bilancio di quasi 2.000 morti al giorno. Ogni vita salvata, da una parte e dall’altra, probabilmente era considerata preziosa, a prescindere dal proprio schieramento.

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...